L’ABC dell’ansia

20 marzo 2017 in Psicologia 834 Condivisi

L’ansia: un’emozione che conosciamo benissimo, perché a tutti noi è capitato di provarla e soffrirla in diverse circostanze della vita. L’ansia si presenta ogni volta che identifichiamo un potenziale pericolo per la nostra sopravvivenza, ma spesso fa la sua comparsa anche in situazioni che non hanno motivo di essere pericolose se le analizziamo in modo obiettivo, anche se ai nostri occhi possono sembrare vere e proprie avversità.

L’ansia ci accompagna piena di buone intenzioni, perché vorrebbe essere una nostra amica, un’alleata che ci prepara a lottare contro ciò che potrebbe farci del male o a fuggire di corsa quando arriva il momento.
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Ciò che l’ansia purtroppo non sa è che a volte si trasforma a sua insaputa in una compagna di viaggio pedante e fastidiosa: in un peso che vorremmo lasciarci alle spalle. Proviamo, quindi, a chiederci: perché l’ansia fa la sua comparsa nelle nostre vite senza essere stata invitata? Perché è così maleducata?

La verità è che siamo noi i responsabili dell’incursione dell’ansia nelle nostre giornate, per colpa del modo in cui interpretiamo le situazioni quotidiane che ci si presentano. La realtà ha una base oggettiva, ma può presentarsi in modi molto diversi a nostri occhi.

Le lettere dell’ansia

Ogni emozione ha una componente cognitiva o mentale, un’altra fisiologica o emotiva e un’altra comportamentale, che indica il modo in cui agiamo quando proviamo una certa emozione. Inoltre, le emozioni spesso fanno la loro comparsa in un contesto spazio-temporale ben determinato. Sono le cosiddette situazioni antecedenti.

Albert Ellis, il padre della psicoterapia razionale emotiva-comportamentale, ha disegnato un registro denominato “Registro A-B-C” in cui analizzava ogni emozione in tutte le sue parti. L’obiettivo di queste “decomposizioni” era studiare i diversi componenti di ogni emozione; in particolare, secondo lui, la radice di tutti i problemi emotivi andava identificata nella componente cognitiva.

La A fa riferimento alla situazione che abbiamo vissuto, chiamata situazione rischio o perturbatrice. La B è la componente cognitiva, vale a dire, i pensieri automatici negativi e le credenze irrazionali che ci attraversano la mente quando ci troviamo in una certa situazione e la interpretiamo o valutiamo.

Secondo la psicologia cognitiva, questi pensieri e credenze sono il prodotto dell’educazione che abbiamo ricevuto durante l’infanzia, le esperienze precoci vissute e la cultura in cui viviamo.

Infine, c’è la C, che si riferisce alla componente emotivo-comportamentale. Vale a dire, quello che proviamo in quella situazione e come ci comportiamo.

Nel caso dell’ansia, queste tre componenti di solito sono ben differenziate e per trattarla è necessario analizzare quali situazioni ci provocano ansia e quali sono quelle che vogliamo affrontare. Inoltre, bisogna essere consapevoli dei pensieri che dobbiamo riuscire a modificare, di come si manifesta dentro di noi il sentimento d’ansia e del modo in cui ci comportiamo in quelle situazioni.

La A dell’ansia

La A di solito identifica una situazione della vita che può presentare un rischio più o meno grande per una persona. Anche se una situazione obiettivamente non rappresenta né un rischio né un pericolo, la persona la vive in quel modo. Le situazioni scatenanti, o situazioni A, possono includere componenti sociali, fisiologiche, familiari, di coppia, ecc.

L’importante non è il contenuto, ma il fatto che il paziente sia in grado di identificarla chiaramente come un antecedente del suo stato di ansia.
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La B dell’ansia

La B è il pensiero o la cognizione che determina lo stato emotivo di ansia. Fa la sua comparsa a seguito della A, ed è personale e soggettiva per ogni individuo. Non tutte le persone pensano le stesse cose nelle stesse situazioni, ma ogni interpretazione è un mondo a sé, e due punti di vista sulla stessa situazione possono anche essere diametralmente opposti.

Nel caso dell’ansia, i pensieri possono essere catastrofici, drammatici e includere anche domande problematiche che anticipano il peggiore degli scenari. Alcuni esempi di pensieri ansiosi potrebbero essere: “E se faccio una figuraccia durante il colloquio?”, “E se l’aereo avesse un guasto al motore?”, ecc.

Nella maggior parte dei casi, questi pensieri sono esagerati e irrealistici e si basano sulla convinzione che la cosa peggiore sia sempre la più probabile. Una strategia per combattere questi pensieri è riuscire a distinguere in modo chiaro “possibilità” e “probabilità”.

Che una cosa sia possibile non significa che sia anche probabile. È vero che qualche volta si verificano delle tragedie, ma dobbiamo riuscire ad accettare quel margine di incertezza nella vita se non vogliamo che l’ansia ci accompagni dappertutto.

La C dell’ansia

Infine, la componente C dell’ansia si divide in due parti: la C emotiva, o “emozione” propriamente detta, e la C comportamentale, vale a dire come ci comportiamo in una determinata situazione. L’emozione ansiosa è caratterizzata dalla sua fisiologia, che è estremamente sgradevole per la persona che la prova. Alcune manifestazioni dell’ansia sono: tachicardia, vista sfuocata, nausea, tremori, sudore freddo e depersonalizzazione.

Questo fa sì che, alle volte, le persone che presentano questi sintomi sviluppino paura verso le loro stesse reazioni in caso d’ansia, aumentando di conseguenza le stesse manifestazioni ed attivando il famoso circolo vizioso del panico.

Ciò che i pazienti devono capire è che queste manifestazioni avrebbero in realtà lo scopo di aiutarci a fuggire da possibili pericoli che mettano a rischio la nostra vita. Per questo motivo, non dobbiamo averne paura, al contrario.
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La C comportamentale più tipica dell’ansia è il cosiddetto meccanismo di attacco o fuga. Quando crediamo che la nostra vita sia in pericolo, ci sono due strade che possiamo percorrere: lottare per salvarci o scappare. Questo meccanismo ha molto senso nel caso di veri pericoli, ma rappresenta un disturbo psicologico quando si mette in atto, non perché ci sia un vero pericolo, ma per colpa dei nostri pensieri del tipo B.

Il meccanismo di attacco o fuga è ciò che fa sopravvivere l’ansia dentro di noi, perché non ci permette di tollerare quell’emozione e la riduce in modo naturale. Inoltre, a livello cognitivo non ci è possibile verificare se i nostri pensieri hanno davvero una base reale oppure no.

Quando fuggiamo da una situazione, finiamo per convincerci che ciò che pensavamo della stessa era corretto, e quindi in futuro agiremo nello stesso modo. È così che si chiude il circolo vizioso dell’ansia, che si radicherà nelle nostre vite come un compagno imperituro, finché non avremo il coraggio di affrontarlo guardandolo negli occhi.

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