Leonard Cohen: quando la poesia si fa musica

· 4 gennaio 2017

Dopo 82 anni di intensa vita, il 7 novembre 2016 Leonard Cohen ci ha lasciati. In una delle sue ultime interviste rilasciate al giornale The New Yorker, l’artista aveva rivelato di essere consapevole che il suo cuore avrebbe cessato di battere presto, dichiarando però di essere pronto ad affrontare la morte. L’unica cosa che chiedeva, era di vivere abbastanza a lungo per concludere l’ultimo lavoro cominciato.

Soltanto pochi mesi prima veniva assegnato a Bob Dylan il premio Nobel per la letteratura, suscitando scompiglio tra chi ha affermato, non senza ragione, che il vero genio capace di fondere musica e poesia altri non era che Cohen stesso, che se qualcuno si meritava un premio di quel valore, senza nulla togliere a Dylan, ebbene si trattava di Leonard e dei suoi testi. Oggi, quando il suo cuore ormai non batte più, noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscere la sua musica riteniamo sarebbe stato un grande e meritato omaggio.

In questo nostro piccolo spazio, oggi un po’ più triste per la sua dipartita, vogliamo rendergli il nostro omaggio insieme a voi.

 “’L’amore non ha cura, ma è l’unica cura per tutti i mali”

-Leonard Cohen-

Una vita interamente dedicata a musica e poesia

Canadese di nascita e grande ammiratore di Lorca per scelta, nei suoi testi era solito affrontare temi quali la sessualità, la religione, la politica o l’isolamento, ma soprattutto l’amore. Un sentimento che le sue parole descrivono come sensuale, erotico e posato sul corpo nudo di una donna. L’amore nei suoi testi non prevede il lutto della perdita – il suo è un amore che guarisce e cura.

Nonostante il suo esordio in carriera con la chitarra acustica, l’incontro con un chitarrista spagnolo lo portò ad innamorarsi degli accordi che possono fluire da quella classica. Un altro dei suoi punti di riferimento fu Layton, del quale disse “Io gli insegnai come vestirsi, lui mi insegnò a vivere per sempre”.

Dopo essersi lasciato alle spalle un’esperienza universitaria a New York quasi fallimentare, egli stesso ne parlò come di una “passione senza carne, un amore senza climax”; fece in seguito ritorno in Canada, per la precisione a Montreal, dove conciliò la poesia con altri lavoretti che gli consentivano di sopravvivere.

Viaggiatore instancabile, trovò quello che si sarebbe rivelato l’amore della sua vita nell’isola di Idra, nel Mar Egeo. Marianne Ihlen si era appena separata dal norvegese Axel Jensen, con il quale aveva avuto un bambino. Sembra che la donna stesse piangendo in un negozio di alimentari nel porto di Idra quando uno sconosciuto le si avvicinò, impietosito, invitandola ad unirsi ai suoi amici. Era Leonard Cohen e stava dando inizio ad un idillio di passione che sarebbe durato, fra alti e bassi, sette anni.

Di fatto, la canzone So long, Marianne inizialmente portava il titolo di Come on, Marianne, ed era l’invito da parte del cantante a provarci di nuovo. Un amore che non sarebbe mai terminato, tanto profondo quanto quello provato per la parola – sotto forma di letteratura, poesia o musica.

Marianne è morta lo scorso luglio di leucemia, lasciando in Cohen un vuoto che non riuscì mai – né aspirò – a colmare. Sappi che ti sono così vicino che se tendi una mano puoi raggiungere la mia, scrisse il cantante in una lettera dedicata alla donna della sua vita.

Il premio Principessa delle Asturie e la sua visione della poesia

Quando nel 2011 gli fu consegnato il Premio Principessa delle Asturie, Cohen pronunciò un discorso che è rimasto inciso a fuoco in tutti coloro che amano la poesia. Con il suo vestito elegante, il suo grande sorriso ed il tono tranquillo di chi ha affrontato molto nella vita, affermò di ritenere che i premi che aveva ricevuto per il suo lavoro di poeta avessero un che di equivoco.

Come mai? L’artista pensava che fosse la poesia ad andare da lui, e che per questo non avesse alcun potere su di essa. In questo senso, con la sua particolare ironia, affermò che se avesse saputo dove si trovasse la poesia, avrebbe ricercato la sua compagnia più spesso. Cohen, dunque, confessò in parte di considerarsi un umile ciarlatano nei confronti di un premio che, più che a un merito personale, era da attribuirsi alla natura delle cose.

Merito o no, l’unica cosa certa è che la qualità della sua opera è indiscutibile e che con il suo lavoro ci ha fatto un regalo di cui tutti abbiamo potuto godere. Nel suo breve discorso disse anche di possedere una chitarra spagnola da ben 40 anni, e di come avesse sentito l’impulso di annusarla prima di partire per la Spagna. Raccontava anche che annusarla gli dava la sensazione che il legno non muoia mai…

Egli, con le sue opere e la sua genialità, di certo si è fatto legno nei nostri cuori, in cui vivrà per sempre.