L'esperimento di Gilbert: di cosa si tratta?

06 febbraio, 2020
L'esperimento di Gilbert ci conduce a una conclusione inquietante: quando ci danno delle informazioni tendiamo a credere che siano vere. Questo ci rende vulnerabili perché possiamo essere facilmente ingannati.
 

L’esperimento di Gilbert fu condotto per cercare di risolvere un dibattito aperto da almeno quattro secoli. Questo dibattito ebbe inizio nel XVI secolo e i suoi protagonisti furono due grandi filosofi: Renato Cartesio e Baruch Spinoza. Il motivo della controversia era il modo in cui si formano le credenze nell’essere umano.

Renato Cartesio, massimo rappresentante del razionalismo, sosteneva che la comprensione e la formazione delle credenze fossero due meccanismi separati. Secondo lui, le persone prima acquisiscono le informazioni, poi le analizzano e infine decidono se possono crederci o meno. In altre parole, per Cartesio le credenze sono il prodotto dell’analisi delle informazioni ricevute.

Dal canto suo, Baruch Spinoza sosteneva qualcosa di diverso. Secondo questo filosofo, la comprensione e le credenze sono due meccanismi che si verificano all’unisono. Spinoza sosteneva che acquisendo le informazioni e comprendendole si formano automaticamente delle credenze. In breve, crediamo a ciò che ci dicono o che viene scritto senza sottoporre queste informazioni a un’analisi dettagliata.

“L’intelligenza è ciò che si usa quando non si sa cosa fare.”

-Jean Piaget-

Uomo seduto assorto nei suoi pensieri
 

L’esperimento di Gilbert

Il dibattito tra i due filosofi non fu mai del tutto chiarito. Per verificare la validità di ciascuna di queste tesi, è stato ideato l’esperimento di Gilbert. Il suo creatore fu lo psicologo Daniel Gilbert insieme ai suoi colleghi (1993).

La questione centrale della sua ricerca era capire se la comprensione e le credenze sono due meccanismi separati o se avvengono contemporaneamente.

Per individuare quale delle due tesi fosse vera, si condusse  un esperimento su un gruppo di 71 volontari. Ogni volontario ricevette un testo che descriveva in dettaglio una rapina. Sulla base di quello che avevano letto, i volontari dovevano decidere quale sentenza doveva ricevere il ladro.

Il testo fornito aveva alcune righe in verde e altre in rosso. I partecipanti furono informati che le righe verdi corrispondevano a dichiarazioni vere. Le righe rosse, invece, corrispondevano a dichiarazioni false. I volontari dovevano tenere conto di questa distinzione per comprendere le circostanze del furto ed emettere la sentenza più giusta.

Lo sviluppo dell’esperimento

Le dichiarazioni in rosso (da considerare false) contenevano informazioni sui dettagli del crimine. Alcune di queste affermazioni facevano sembrare la rapina più violenta. C’era scritto, ad esempio, che il ladro era armato o che aveva adottato un comportamento aggressivo.

Le altre parti del testo contenevano dichiarazioni che, in un modo o nell’altro, cercavano di “ammorbidire” il crimine. C’era scritto, ad esempio, che il ladro aveva famiglia e figli e che aveva rubato per necessità. Si parlava anche del suo atteggiamento “gentile” e mai violento.

 

Durante lo sviluppo dell’esperimento di Gilbert, metà dei partecipanti venne distratta. L’altra metà, invece, poté completare la lettura senza distrazioni.

Ci si aspettava che i partecipanti che erano stati distratti avrebbero agito in modo più naturale perché, avendo il controllo della situazione, erano indotti a comportarsi come avrebbero fatto normalmente.

Immagine del cervello formato da dei meccanismi

I risultati dell’esperimento di Gilbert

Alla fine dell’esperimento si notò una differenza importante tra le sentenze del sottogruppo che era stato distratto e quelle di chi aveva potuto avere un controllo totale sulla propria attività. In linea generale, il primo gruppo di volontari non aveva tenuto conto del fatto che il testo conteneva dichiarazioni false e dichiarazioni vere.

Chi aveva il testo contenente informazioni false che descrivevano il ladro in maniera più crudele, infliggeva il doppio della pena rispetto agli altri. Chi, invece, aveva letto false affermazioni a favore dell’autore del reato infliggeva meno della metà della pena.

Coloro che non erano stati distratti durante l’esperimento omisero le false affermazioni e inflissero una punizione in base al crimine commesso. Questi ultimi avevano avuto abbastanza tempo per separare le varie informazioni e per questo motivo erano più equanimi. L’aspetto inquietante di questo esperimento è che il falso e il vero non appaiono in rosso o verde  nella vita di tutti i giorni.

 

L’esperimento di Gilbert ha dimostrato che il filosofo Baruch Spinoza aveva ragione. Comprensione e credenze si formano simultaneamente, questo significa che tendiamo a credere a tutto quello che ci dicono.

In una certa misura questo è positivo, perché altrimenti passeremmo tutta la vita a verificare le informazioni che ci danno. Ma è anche preoccupante, perché tendiamo a credere facilmente a delle informazioni che non sono vere.

Gendler, T. Experimentos mentales filosóficos, intuiciones y equilibrio cognitivo. Trabajando en el laboratorio de la mente, 149.