L’impotenza appresa: quando il maltrattamento diventa abitudine

· 13 gennaio 2015

Quando sentiamo parlare di una donna maltrattata, spesso la prima domanda che ci sorge spontanea è: perché non è scappata? Ci sembra che fuggire sia facile, e ci immaginiamo che siano tutte come Julia Roberts protagonista di “A letto con il nemico”, in cui l’attrice simulava di essere vittima di un finto naufragio per fuggire dal partner violento.

Tuttavia, per una persona che viene sottomessa a un continuo castigo mentale e/o fisico, questa presunta fuga non è così facile. Uno dei motivi è quello proposto dallo psicologo Seligman negli anni Sessanta, conosciuto come “impotenza appresa“.

Che cos’è l’impotenza appresa?

L’impotenza appresa è la conclusione di una serie di studi realizzati in laboratorio con degli animali, condotti da alcuni psicologi cognitivo-comportamentali. Seligman ha mantenuto diversi animali sottomessi a scariche elettriche dalle quali non potevano scappare. Dopo poco gli animali avevano imparato che nessuna delle loro risposte riusciva a evitare loro il castigo, per cui smettevano di ribellarsi. Passato un certo periodo di tempo, per quanto fosse evidente come scappare dalle scariche elettriche, gli animali non facevano più nulla, perché avevano imparato che non era possibile scappare. Questo comportamento passivo, condizionato dal fatto di non aver avuto la possibilità di scappare per un certo periodo, si manteneva nel tempo con una costanza piuttosto forte.

Questa stessa impotenza appresa è quella che lega le vittime dei maltrattatori. E non soltanto nella relazione di coppia, ma può verificarsi in circostanze diverse: relazioni tra genitori e figli, relazioni di lavoro, ecc. Come Juan José Millás ha descritto nel suo libro Hay algo que no es como me dicen, gli essere umani sono come pesci colorati: nonostante la loro bellezza, ce ne sono alcuni che si comportano come cannibali.

” – Perché dici che non ti difendevi quando Ismael ti picchiava? –  chiedevano a Nevenka. […] Il processo esistenziale che Nevenka ha attraversato non doveva essere molto diverso da quello dei pesci colorati […]. Un giorno, quando avevano appena iniziato la loro relazione da poco, il pesce le si avvicinò e le morse una pinna. Fu un morso a freddo, inaspettato […]. L’abuso non si produce da un giorno all’altro, è un processo lento. Quando ti picchiano, non sei più nessuno. Non hai perso le pinne, hai perso la volontà.”

Che cosa possiamo fare di fronte all’impotenza appresa?

E che cosa si può fare quando il processo dell’impotenza appresa vi ha portato via l’anima e pensate che non c’è nulla da fare, che ormai non c’è rimedio?

Uscire da questo cerchio non è un compito facile, l’impotenza appresa è di per sé qualcosa che riesce a portar via la fiducia in se stessi, ad annullarla. Le continue domande sul “perché non ti ribelli?” non fanno altro che far sprofondare di più la vittima, convinta di non valere nulla e di non poter fare nulla.

La prima cosa da fare, quindi, è saper riconoscere questa impotenza appresa e chiedere aiuto, visto che questo fenomeno si radica nella nostra psiche ed è molto difficile scappare. Ma se ci rifacciamo agli psicologi cognitivi, tutto ciò che è stato condizionato può essere decondizionato.

Con l’aiuto di un professionista, quindi, riusciremo a cancellare l’impotenza appresa, attraverso tecniche come la desensibilizzazione sistematica oppure procedendo per piccoli passi che ci faranno avvicinare alla meta finale: l’indipendenza. Questo processo di apprendimento (o disapprendimento) dovrà essere accompagnato per forza da un grosso lavoro sull’autostima. Dovete tornare ad avere fiducia nelle vostre capacità: che cosa chiedere di più?

Immagine per gentile concessione di Abraham Pérez