Malattia terminale e sostegno psicologico

06 settembre, 2020
La notizia di una malattia in stato terminale fa tremare le fondamenta della mente di chiunque. Vi spieghiamo su quali punti si concentra l'intervento dello psicologo in casi simili.

Adattarsi all’ambiente mutevole, che possiamo controllare fino a un certo punto, rappresenta sempre una sfida. Oltre a una naturale ricerca di complicazioni e problemi, ci imbattiamo in ostacoli imprevisti che mettono alla prova la nostra capacità di adattamento. Tra questi vi è la diagnosi di malattia terminale.

Sappiamo tutti di dover morire; guardiamo di sbieco il fato, sapendo che un incidente può condurci a questo epilogo in pochi attimi, senza preavviso né possibilità di previsione. Eppure, la maggior parte di noi, se non tutti, respiriamo con la speranza di avere ancora molti anni da vivere, anche solo perché dobbiamo ancora spuntare diverse voci di un elenco sull’agenda.

Questo atteggiamento ci porta a fare programmi per domani, la settimana prossima, il mese prossimo o tra due anni. In altre parole, considerare la morte una possibilità remota e lontana ci immerge in una dimensione spazio-temporale piuttosto singolare.

Un’architettura che cade inevitabilmente a pezzi quando la nostra vita viene stravolta dalla notizia di una malattia terminale. Nei prossimi paragrafi parliamo di questo lutto anticipato e dei punti su cui si concentra la terapia psicologica in questi casi.

Uomo triste per la diagnosi di malattia terminale.

Il lutto anticipato in presenza di una malattia terminale

Quando si riceve una diagnosi di malattia terminale, si verifica la medesima risposta biologica che si attiva in caso di minaccia. A livello emotivo l’ansia è la reazione più comune, ma ciò non significa che non ve ne siano altre.

Queste dipenderanno perlopiù dall’elaborazione cognitiva della notizia. Sono molte le persone che propendono per la negazione nelle prime fasi, in particolare se la diagnosi è improvvisa e non segue a misure volte a combattere o frenare il decorso della malattia.

Uno degli obiettivi dell’intervento psicologico è migliorare la qualità di vita del paziente aiutandolo a elaborare la notizia. Il professionista, dunque, dovrà prima di tutto ascoltare e accompagnare, e per farlo dovrà scoprire la personalità del paziente.

Una ricerca/ una valutazione approfondita rivelerà cosa è andato in frantumi a causa delle notizia ricevuta, nonché quali rinunce causano più dolore.

L’aiuto dello psicoterapeuta

L’intervento dello psicologo acquisirà valore nel momento in cui il paziente lo considererà un valido supporto, una figura di riferimento in quanto aiuto dinnanzi alla sua sofferenza.

Non è la malattia terminale a richiedere la presenza di un professionista della salute mentale, bensì la sofferenza che ne deriva. A seguito dell’ansia provocata da una tale notizia, si potrà lavorare su diversi livelli.

Sul piano cognitivo, si può aiutare il paziente a entrare nella sua nuova dimensione spazio-temporale. Vivere il presente, come spesso proposto da libri e film, non è fattibile.

Per uscire ci vestiamo, per andare a letto ci laviamo i denti, per andare in viaggio prepariamo la valigia. In altre parole, la persona continuerà a pensare al futuro ed è necessario che sia così.

La maggior parte degli interventi in caso di malattia terminale si concentrano sulla sensazione di minaccia provata:

La forza dell’ansia quando si ha una malattia terminale

A livello fisiologico l’ansia ha una funzione attivatrice, di fatto ci aiutava a scappare dai predatori primitivi. Sarebbe particolarmente positivo sfogare questa sovrattivazione.

Per abbassare i livelli di ansia, potremmo optare per tecniche di rilassamento o sport. Optare per l’una o per l’altra dipende dalle condizioni fisiche del paziente, ma anche dalla sua storia o dalla disposizione e dalle possibilità del suo gruppo di sostegno.

A questo proposito, citiamo il primo punto di intervento evidenziato da Mariant Lacasta nel suo articolo sul ruolo dello psicologo nelle cure palliative e sull’individuazione delle esigenze del paziente. Un valido intervento è quello capace di accogliere le esigenze del paziente che rientrano tra le competenze dello psicologo.

Abbiamo parlato dell’ascolto, in cui entra in gioco la normalizzazione delle emozioni del paziente, incluse le contraddizioni che potrebbero presentarsi, la gestione dell’ansia e della paura di abbandonare i propri cari, ma anche della speranza che quasi sempre sopravvive, nonostante le notizie scoraggianti.

Non è consigliabile creare false speranze, ma non fa nemmeno bene soffocare una forma di moderato ottimismo verso il futuro. Si tratta forse di uno degli aspetti più delicati dell’intervento psicologico, poiché richiede una certa sensibilità.

A tal proposito, bisogna considerare che non si avrà sempre a che fare con una persona pienamente cosciente dell’inevitabile epilogo e che potrebbe persino rifiutare le cure.

Uomo con malattia terminale che riceve supporto psicologico.

Malattia terminale e intervento sulla cerchia familiare

Il coordinamento del gruppo di sostegno rientra spesso tra le mansioni dello psicologo. Anche le persone vicine al paziente vivranno un lutto anticipato e la loro salute mentale va protetta. Ci saranno momenti in cui il paziente non vorrà parlare, mentre la sua cerchia più intima avrà bisogno di farlo, e viceversa.

In qualunque caso, l’ideale sarebbe discutere il piano di intervento con il diretto interessato. Molto spesso è consigliabile coinvolgere un altro professionista, mantenendo sempre attiva la comunicazione.

D’altra parte, lo psicologo dovrebbe agire coordinandosi con gli altri agenti del sistema sanitario (Sanchez Sobrino e Sastre Moyano, 1996). Insieme riusciranno a trovare il modo per preservare il più possibile la sensazione di controllo e di autonomia da parte del paziente.

Forse la persona non si trova più nelle condizioni di fare una passeggiata da sola, ma potrà scegliere l’orario in cui farla e quali vestiti indossare. Sono dettagli, ma in questi casi i dettagli sono estremamente importanti.

Sánchez Sobrino M y Sastre Moyano P (1996). Cuidados paliativos domiciliarios y hospitalarios. En González Barón M, Ordoñez A, Feliu J, Zamora P, Espinosa, E. Medicina Paliativa. Madrid: Médica Panamericana.