Mario Capecchi, da vagabondo a Nobel per la medicina

29 Ottobre 2019
Mario Capecchi ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 2007 per la ricerca genetica. La vita di questo genio della scienza cela un passato inimmaginabile. Dagli anni dell'infanzia per strada fino al massimo riconoscimento come scienziato.

La vita di Mario Capecchi è talmente incredibile che porta inevitabilmente a consultare diverse fonti per verificare se corrisponde a verità. Il dato più sconcertante della biografia di questo genio è il gioco capriccioso del destino.

Mario Capecchi nasce a Verona, il 6 ottobre del 1937. Sembrava destinato a vivere come un bimbo felice. Suo padre, Luciano Capecchi, era un ricco aviatore e sua madre, l’americana Lucy Ramberg, proveniva da un’agiata famiglia di artisti.

“Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati.”

-Ernest Hemingway-

Il padre conobbe Lucy in uno dei suoi frequenti viaggi. I due si innamorarono perdutamente e lei decise di trasferirsi in Italia per vivere al suo fianco. Lucy formò un gruppo di artisti in Europa, chiamati i bohémien, e fu anche docente di poesia alla Sorbona. Il futuro sembrava riservarle solo una gran fortuna.

Passerella sul prato

L’ascesa del fascismo

I Capecchi non si aspettavano che il fascismo prendesse piede in Italia, mentre i segnali di un’imminente guerra si facevano sempre più pressanti. La madre di Mario, iniziò una campagna più o meno clandestina contro il fascismo. Fondò un giornale e si oppose risolutamente alle leggi razziali fasciste.

Ben presto il padre di Mario fu chiamato alle armi e dovette partire per l’Africa per unirsi a un’unità di artiglieria antiaerea. Egli temeva per l’incolumità della famiglia; sapeva che la moglie rischiava seriamente di mettersi nei guai con le autorità. Temendo il peggio, prima di partire diede dei soldi a dei contadini altoatesini affinché si prendessero cura del bambino qualora la moglie fosse arrestata.

Come temeva, nel 1941 la Gestapo arrestò Lucy Ramberg, che fu imprigionata nel campo di concentramento di Dachau. All’epoca, il piccolo Mario aveva solo 3 anni e i contadini, come d’accordo, si fecero carico di lui.

A questo punto le versioni diventano contrastanti. Alcuni affermano che i contadini maltrattarono il bambino, e che pertanto egli decise di fuggire. Altri affermano che lo abbandonarono una volta finiti i soldi. La cosa certa è che Mario Capecchi venne abbandonato per strada a soli 4 anni.

Mario Capecchi, un genio vagabondo

Capecchi non conserva vividi ricordi di ciò che gli accadde in quel periodo. Sa che all’improvviso si trovò solo e indifeso, in mezzo a una strada. Cominciò a vagabondare incontrando altri bambini nella sua stessa condizione. Non c’erano adulti a prendersi cura di loro ed erano costretti a sopravvivere come potevano.

Queste bande di bambini rubavano il cibo e dormivano per strada o ovunque trovassero rifugio. Si preoccupavano solo di sopravvivere. Non avevano nessuna idea sul futuro. Semplicemente affrontavano le avversità con l’istinto di conservazione.

Mario Capecchi visse come un vagabondo per cinque anni. All’età di 8 anni si ammalò improvvisamente. Non ricorda nulla di quello che gli accadde. Probabilmente, svenne per strada e qualcuno di buon cuore lo soccorse. In un modo o nell’altro, arrivò in ospedale. Era malato di tifo e doveva essere curato.

Intervista a Capecchi

Gli scherzi del destino

La guerra era da poco finita e Mario Capecchi non aveva la forza di scappare dall’ospedale, come faceva ogni volta che qualche istituzione tentava di “adottarlo“. Accadde più volte, ma in questo caso, la malattia a malapena gli permetteva di muoversi.

Un giorno, una donna si avvicinò al suo letto. Egli stentava a riconoscerla, ma era sua madre. Lucy, sopravvissuta al campo di concentramento, cercò il figlio per più di un anno. Ritrovarlo fu davvero un miracolo.

Lucy era molto cambiata, sia fisicamente che psicologicamente, ma l’incontro fu un momento davvero felice. I due partirono per gli Stati Uniti e lì iniziarono una nuova vita. Capecchi decise di studiare medicina e si distinse subito come uno studente brillante.

All’inizio degli anni ’80, contrariamente alla volontà dei ricercatori del National Institute of Health, iniziò un esperimento sui topi. Prese un gene dal loro DNA e lo scambiò con un altro.

Nel 2007 vinse il premio Nobel per la medicina, insieme a Martin Evans e Oliver Smithies. Una donna di nome Marlene Bonelli, che viveva in Austria, riconobbe il cognome durante la cerimonia di assegnazione del Nobel. Mario Capecchi non ne aveva idea, ma si trattava della sorellastra, figlia della stessa madre. Ella cercò in tutti i modi di mettersi in contatto con lui e un anno dopo si incontrarono. Ancora una volta il destino ha giocato in suo favore.

de la Torre, T. (2009). Adversidad creadora: Teoría y práctica del rescate de potencialidades latentes. Encuentros Multidisciplinares.