L’abbandono è la ferita più profonda

15 giugno 2016 in Psicologia 11201 Condivisi

L’abbandono del proprio partner, dei propri genitori durante l’infanzia o persino della stessa società è una condizione che genera una ferita che non si vede, ma che brucia, giorno dopo giorno. È come se una radice fosse stata strappata e un legame infranto, lì dove un tempo fiorivano le nostre emozioni e la nostra sicurezza.

Ebbene, esiste un aspetto importante da tenere a mente: con il termine abbandono non si fa riferimento solo ad un’assenza fisica. La più comune forma di abbandono riguarda la scomparsa di un’autenticità emotiva che lascia spazio al disinteresse, all’apatia e alla freddezza. Questa sensazione di vuoto non ha età, qualsiasi bambino la può percepire, qualsiasi adulto ne può essere devastato.

Esiste la convinzione che per capire cosa si provi ad essere abbandonati, bisogna provarlo sulla propria pelle. Ma nessuno si merita di essere abbandonato, perché ogni assenza porta a perdere una parte di se stessi, e nessuno dovrebbe arrivare a soffrire tanto.
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Le implicazioni psicologiche che derivano da un’infanzia segnata dall’abbandono di solito sono piuttosto gravi. Nonostante ogni bambino affronti gli eventi a suo modo, probabilmente in ciascuno di essi rimarrà l’impronta del trauma. Ma non basta il tempo per curare i traumi, serve la capacità di affrontarli nel giusto modo. Si tratta di una battaglia intima e personale che in molti stanno vivendo proprio in questo stesso istante…

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L’abbandono: come barche alla deriva

Il sentimento di abbandono può assume svariate forme. Siamo come barche alla deriva quando, per esempio, perdiamo il lavoro e non troviamo il modo di reinserirci nel mercato lavorativo. Si arena e perde se stesso il bambino che in tenera età viene abbandonato dalla madre o quell’uomo che una sera torna a casa e la trova vuota, abbandonato dalla donna che amava.

Esiste un interessante sito web chiamato Abandonment.net in cui chiunque può esporre la propria esperienza personale legata all’abbandono. In molti trovano terapeutica la possibilità di condividere le proprie vicende e molte testimonianze lasciano intuire un forte trauma vissuto in giovane età: la morte del padre o della madre, un genitore alcolizzato o un’infanzia passata in una solitudine quasi totale.

Essere stati vittime di abbandono durante l’infanzia è un evento determinante per la crescita futura, al punto che gli esperti ne parlano come di una seconda nascita. Se venire al mondo per la prima volta è un fatto doloroso, ma pieno di speranza, nascere per la seconda volta implica trovarsi in un mondo che non ci ama, in cui dovremo imparare a farci valere da soli, costretti a separarci da un cordone ombelicale che ci univa a un cuore, a delle emozioni, a dei bisogni da soddisfare…

bambina

Le conseguenze dell’abbandono emotivo

Quando si affronta il tema delle conseguenze di una dimensione psicologica traumatica, è bene sapere dell’esistenza di un alto tasso di varietà. Non tutti interiorizzano ed esprimono il dolore allo stesso modo. Tuttavia, le fasi di sofferenza possono essere riassunte nel seguente modo:

  • Soffrire l’abbandono durante l’infanzia spesso porta allo sviluppo di serie difficoltà nell’intessere relazioni stabili in età adulta. Si proverà facilmente un senso di sfiducia e di vulnerabilità, così come periodi di apatia in cui sarà difficile gestire emozioni come la rabbia o la tristezza.
  • Quando una persona viene abbandonata dal proprio partner o, perché no, dalla società, potrebbe arrivare addirittura a danneggiare se stessa, convincendosi di non meritare di essere felice o di essere amata, pensando di non avere alcuna qualità e abbandonando qualsiasi sogno o obiettivo a cui aspirasse.
  • Possono verificarsi anche problemi di codipendenza nei casi in cui la persona necessita la costante approvazione e riconoscenza altrui, arrivando a sua volta ad offrire troppo agli altri per poi convincersi che quanto ricevuto in cambio non sia sufficiente.
  • Allo stesso tempo, è comune passare per una fase di “reminiscenza emotiva”. Ciò avviene quando qualcosa o qualcuno risveglia i sentimenti di abbandono, e la persona si ritrova nuovamente paralizzata nel suo mondo.

Quelli elencati sono tutti segnali di un grave stress postraumatico che bisogna imparare a gestire.

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Come curare la ferita dell’abbandono

La ferita dell’abbandono va curata lavorando in particolare sull’autostima, ma soprattutto imparando a perdonare, a liberarsi di un passato dannoso come se si trattasse di tagliare il filo di un palloncino nero, lasciando che voli via. Naturalmente non è per nulla facile arrivare a questo punto.

  • La terapia della desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (EMDR), per esempio, può rivelarsi utile per individuare e rielaborare pensieri traumatici dell’infanzia. Essa consente alla persona di liberare la mente e il corpo e di aprire il proprio cuore per sollevarlo dalle emozioni.
  • A loro volta, gli psicologi esperti nell’analisi di eventi traumatici suggeriscono l’importanza di imparare a comunicare i propri bisogni emotivi. Attraverso le parole, le vittime riescono ad entrare in connessione con le persone intorno a loro, che le aiuteranno e le sosterranno nella creazione di relazioni più sicure.

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Imparare a prendersi cura di sé, ad ascoltarsi giorno per giorno, a lasciar andare a poco a poco l’ira e il risentimento, sono gli elementi essenziali per non essere più prigionieri del proprio passato. La memoria non può cancellare le tristezze di ieri, ma può lenirle e calmarle come le acque di un fiume in piena. Tutto scorre, e nonostante le pietre più fredde e scure rimangano sul fondo, l’acqua passa limpida e pura su di esse. Sta a noi ricominciare…

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