Il mito della caverna di Platone: la dualità della nostra realtà

· 14 aprile 2017

Il mito della caverna di Platone ci ha permesso di comprendere il modo in cui questo filosofo percepiva il mondo. Una relazione tra l’elemento fisico ed il mondo delle idee che dà luogo ad una realtà piena di luci ed ombre. Da una parte, troviamo la realtà per com’è. Dall’altra, facciamo i conti con una simulazione della stessa dove le nostre credenze e le nostre illusioni sono le protagoniste principali. Tuttavia, prima di immergerci in tutto ciò, di cosa parla il mito della caverna?

Nel mito ci vengono presentati alcuni uomini che sin dalla nascita sono incatenati nelle profondità di una caverna della quale possono vedere solo una parete. Non sono mai potuti uscire da lì e non hanno nemmeno mai potuto guardare indietro e conoscere l’origine delle catene che li legano. Tuttavia, alle loro spalle vi è un muro e poco più lontano un falò. Tra il muro ed il falò, ci sono uomini che portano degli oggetti. Grazie al fuoco, le ombre degli oggetti vengono proiettate sulla parete e gli uomini incatenati possono vederle.

Vedevo immagini che erano fandonie e false realtà. Ma come avrei potuto considerarle tali se sin da bambino è stato l’unico che ho visto come reale?

Una realtà fittizia

Gli uomini avevano visto sempre e solo questo sin dalla loro nascita, dunque non avevano altri bisogni né la curiosità di voltarsi e verificare cosa riflettesse quelle ombre. Tuttavia, si trattava di una realtà ingannevole, artificiale. Quelle ombre li distraevano dalla verità. Nonostante ciò, uno di loro ebbe il coraggio di voltarsi e vedere oltre.

All’inizio si sentì confuso ed infastidito da tutto, soprattutto dalla luce che vedeva in fondo (il falò). Allora, iniziò a sospettare. Aveva creduto che le ombre fossero l’unica cosa esistente al mondo, ma era così? Man mano che avanzava, i suoi dubbi lo tentavano di tornare alle sue ombre.

Tuttavia, con pazienza e sforzo proseguì. Abituandosi, poco a poco, a quello che adesso gli risultava sconosciuto. Senza lasciarsi vincere dalla confusione né consegnandosi ai capricci della paura, uscì dalla caverna. Quando corse indietro per raccontare tutto ai suoi compagni, però, questi lo accolsero burlandosi di lui. Un disprezzo che rifletteva l’incredulità che provavano tali abitanti della caverna nei confronti di quello che l’avventuriero raccontava loro.

È curioso riflettere sul fatto che questa visione offertaci dal mito della caverna possa essere applicata all’attualità. Questo modello che tutti noi seguiamo e in nome del quale, se usciamo fuori dagli schemi, iniziano a giudicarci e a criticarci. Dobbiamo pensare che molte delle nostre verità assolute le abbiamo fatte nostre senza fermarci a metterle in discussione, senza chiederci se il mondo è ben lontano o vicino dall’essere così come lo dipingiamo.

Ad esempio, pensare che l’errore sia sinonimo di fallimento può indurci ad abbandonare qualsiasi progetto al primo contrattempo. Tuttavia, se non ci lasciamo trasportare da questa idea, coltiveremo la nostra curiosità e l’errore smetterà di essere un demonio totalmente carico di negatività. Una diversa prospettiva ci permetterà di non temere l’errore, inoltre quando lo commetteremo, saremo predisposti ad imparare da esso.

Uscire dalla caverna è un processo difficile

L’uomo che nel mito della caverna decide di liberarsi delle catene che lo tengono prigioniero prende una decisione molto difficile che, lungi dall’essere accettata dai suoi compagni, viene considerata da questi ultimi come un atto di ribellione. Un atteggiamento non ben visto, che avrebbe potuto farlo demordere dal suo intento. Quando si decide, intraprende solitario il cammino, supera il muro, avanzando verso quel falò che tanta sfiducia gli provoca e che lo abbaglia. I dubbi lo devastano, poiché non sa cosa è reale e cosa non lo è.

Deve liberarsi delle credenze che porta con sé da molto tempo. Idee che non solo sono radicate in lui, ma che rappresentano anche la base del resto dell’albero delle sue convinzioni. Tuttavia, man mano che avanza verso l’uscita della caverna, capisce che quello in cui credeva non era del tutto veritiero. Adesso… cosa può fare? Convincere gli altri che si burlano di lui riguardo la libertà a cui possono aspirare se si decidono a mettere fine all’apparente comodità nella quale vivono.

Il mito della caverna ci presenta l’ignoranza come quella realtà che diventa scomoda quando iniziamo ad essere consapevoli della sua presenza. Dinanzi alla minore possibilità che ci sia un’altra eventuale visione del mondo, la storia ci dice che la nostra inerzia ci spinge ad abbatterla poiché la consideriamo una minaccia per l’ordine stabilito.

Le ombre non si proiettano più, la luce ha smesso di essere artificiale e adesso l’aria sfiora il mio volto

Forse per via della nostra condizione di umani non possiamo fare a meno di questo mondo fatto di ombre, ma di certo possiamo fare uno sforzo per renderle sempre più nitide. Forse il mondo perfetto ed iconico delle idee è un’utopia per la nostra natura, tuttavia, non vuol dire che rinunciare alla nostra curiosità sia meglio che arrenderci alla comodità data dal restare immobili in quello che sappiamo oggi (o che crediamo di sapere).

Man mano che cresciamo, i dubbi, le incoerenze, le domande ci aiutano a toglierci quelle bende dagli occhi che, a volte, ci hanno reso la vita molto più difficile di come era in realtà.