Mobbing: molestie psicologiche sul lavoro

· 29 novembre 2016

La molestia psicologica sul lavoro, o mobbing, ha assunto grande importanza negli ultimi anni. È un fenomeno emergente nella vita sociale e lavorativa, e deve essere trattato rigorosamente viste le tante conseguenze che implica.

Questa situazione non sfocia solo in problemi psicologici, ma può influire anche sull’impegno nell’attività lavorativa e sull’ambiente che circonda le vittime, dato che si tratta di una situazione difficile da dimostrare in molti casi.

In cosa consiste il mobbing?

La molestia psicologica sul lavoro, o mobbing, è la manifestazione di un qualsiasi comportamento violento o offensivo. In particolare si manifesta con alcuni comportamenti, parole, atti, gesti e azioni che possono attentare alla personalità, alla dignità o all’integrità fisica o psichica di un individuo, oltre che mettere in pericolo il suo impiego o rovinare il clima di lavoro. (Marie-France Hirigoyen, 1999).

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La violenza psicologica sul lavoro non solo può distruggere l’ambiente di lavoro e/o ridurre la produttività, ma può anche favorire l’assenteismo, dato il disagio psicologico che provoca. Si considera un abuso di autorità. La persona che lo pratica vuole mantenere il suo potere, e così minaccia la vittima per un motivo qualsiasi.

Gli elementi caratteristici che si verificano di solito in una situazione di violenza psicologica sul lavoro sono:

  • Logorio psicologico-emotivo dovuto ala continua esposizione alla situazione.
  • Rischi per la salute.
  • Isolamento dal gruppo, incapacità di continuare con le attività e i compiti che si presentano.
  • Si stabilizza una situazione di squilibrio.
  • Intenzionalità diretta a fare del male all’impiegato.
  • Contesto di instabilità lavorativa.
  • Tendenza al silenzio da parte dei compagni di lavoro per paura di subire lo stesso trattamento.

Come nasce il mobbing?

La violenza psicologica nel lavoro attraversa diverse fasi che condividono un punto in comune, la negazione della comunicazione.

Il mobbing nasce in modo subdolo, con comportamenti che hanno l’intenzione di offendere, ridicolizzare e isolare la vittima dal gruppo. Nel tempo questi comportamenti si propagano in modo insidioso. Alla lunga l’obiettivo è destabilizzare e distruggere psicologicamente la persona, spingendola ad abbandonare “volontariamente” il luogo di lavoro.

Nella maggior parte dei casi è un processo circolare. Una serie di comportamenti deliberati da parte dell’aggressore scatenano ansia e stress nella vittima. Questa in un primo momento avrà un atteggiamento difensivo, che a sua volta genererà nuove aggressioni e che con il tempo sfoceranno in comportamenti scorretti.

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Nei primi tempi la vittima tende a non prendere sul serio gli insulti e le vessazioni, come se non volesse sentirsi offesa. Tuttavia, quando gli attacchi si moltiplicano, sia nel tempo sia nella frequenza, la vittima si sente intrappolata, si pone in posizione di inferiorità, dominata dalla paura, e finisce per perdere una parte di sé.

Per questo motivo, l’aggressore ricorre a diverse strategie come il rifiuto di comunicare direttamente, squalificare e screditare l’altro. Può anche assegnare compiti inutili e degradanti, indurre all’errore e, a volte, si giunge anche alle molestie sessuali. Questi metodi hanno tutti una base in comune: l’uso della debolezza dell’altro per condurlo a dubitare di se stesso, con il fine di annullare le sue difese.

Conseguenze del mobbing

La violenza psicologica nel lavoro, di solito, provoca un deterioramento della salute e della vita famigliare, lavorativa e sociale. Potrebbe perfino sfociare in una malattia fisica e/o psicologica e debilitante. Il fallimento nell’affrontare questa situazione può condurre ad una patologia relativa allo stress, che potrebbe diventare cronica con il passare del tempo.

I sintomi possono comparire:

  • A livello cognitivo (disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione, irritabilità, apatia, stanchezza, insicurezza, maggiore sensibilità alle difficoltà, ecc.).
  • A livello psicosomatico (dolori addominali, incubi, diarrea, vomito o perdita di appetito).
  • In relazione agli ormoni dello stress e dell’attività del sistema nervoso autonomo (dolore toracico, sudorazione, secchezza della bocca, respiro corto) e/o con la tensione muscolare (mal di schiena, cervicale e dolore ai muscoli) e i disturbi del sonno (Leymann e Gustafsson, 1996).

Le conseguenze risultano negative per l’individuo, per l’organizzazione e la società in generale, ed è sempre più diffusa l’idea che si debba intervenire. Il ruolo della psicologia diventa fondamentale in queste situazioni. Propone i mezzi e le strategie adatte per uscirne, così come per rafforzare l’autostima, tramite un supporto psicologico adeguato.

psicoterapeuta

Cosa fare in caso di mobbing?

In questi casi è importante approcciare la situazione dall’ambito della salute, ma anche da quello lavorativo e/o legale, in modo da porvi fine. L’importante è che la persona trovi una soluzione il prima possibile.

In relazione alla salute, consultare un medico o uno psicologo aiuterà la vittima ad affrontare la situazione, che sia per evitare o ridurre i possibili effetti negativi.A livello lavorativo, invece, si consiglia di mettere a conoscenza di quanto avvenuto i rappresentati dei lavoratori, l’ufficio per la prevenzione di infortuni sul lavoro, il Comitato per la Sicurezza e Salute aziendale o anche l’Ispettorato del Lavoro. Infine, ci sarebbe la soluzione esterna della denuncia.

Il problema fondamentale risiede nella difficoltà di fornire prove oggettive della situazione, per questo è importante raccogliere tutte le informazioni e prove possibili.

Libro consigliato:

-Hirogoyen, M-F (2000). Molestie morali. Torino. Einaudi.