Neurosessismo: le presunte differenze cerebrali

11 Aprile 2019
Il neurosessismo pretende abbracciare tutte quelle posizioni e teorie che usano la ricerca neuroscientifica per rafforzare idee prestabilite sulle differenze intrinseche tra i sessi.

Per anni, nel campo della ricerca neuroscientifica, si è cercato di perpetuare il tema delle differenze nel cervello di uomini e donne. Proprio a questo si riferisce il neurosessismo. Questa corrente dà per certo che a seconda del sesso esistono differenze in termini di dimensioni e/o forme di alcune parti del cervello.

La ricerca neuroscientifica si è avvalsa dei neuromiti, usati in molte situazioni come base per affermare le differenze tra il cervello di donne e uomini. Un fatto curioso alimentato in gran parte dalla comunità neuroscientifica. Sono state poche le persone, per lo più donne, che hanno osato mettere in discussione questi miti.

La professoressa Sonia Reverter-Bañón, dell’Università Jaume I di Castellón, ci spiega, di seguito, la sua riflessione critica sul neurosessismo.

Pensiero critico vs. neurosessismo

Nel suo lavoro, la professoressa Reverter-Bañón ci racconta un curioso aneddoto. Nel 1915, un neurologo di nome Charles Dana espresse la sua opinione sul voto femminile sul New York Times. Affermò quanto segue:

“Se le donne raggiungessero l’ideale femminista e vivessero come gli uomini, incorrerebbero in un rischio di demenza più alto del 25 % rispetto a quello attuale.”

Ma cosa lo spingeva a dichiarare ciò? A quanto pare, faceva riferimento al dato fisiologico per cui la metà superiore del midollo spinale, che controlla le estremità e il bacino, è più piccola nelle donne. Secondo il medico, questo aspetto influenzava l’efficacia di giudizio delle donne rispetto alle iniziative politiche. La partecipazione delle donne in politica sarebbe sta quindi “pericolosa per la loro stessa salute“.

Queste affermazioni, secondo Reverter-Bañón, possono essere classificate come “pensiero pseudoscientifico”. Con questa etichetta ci si riferisce a quelle credenze che, in modo prevenuto e non scientifico, vengono mantenute in vita dalla stessa comunità scientifica.

Il Dott. Dana ci dà un esempio di quello che, per anni, la comunità scientifica ha definito come una sorta di ovvietà, ovvero le differenze nel sistema nervoso tra uomini e donne.

Cervello su sfondo azzurro

Neuromiti e neurosessismo

Un neuromito, secondo la definizione che ne dà l’OCSE (2002) nel suo documento sulle neuromitologie, è un malinteso. Un’interpretazione errata o addirittura una “distorsione deliberata” di fatti scientifici con uno scopo specifico (3).

A sua volta, il termine neurosessismo è un neologismo. Un’etichetta che comprende tutte quelle posizioni e teorie che usano la ricerca neuroscientifica per rafforzare idee preconcette sulle differenze intrinseche tra i sessi.

Il termine è stato usato per la prima volta da Cordelia Fine nel 2008. Poi, è diventato popolare in seguito al suo libro Delusioni di genere: la vera scienza dietro le differenze sessuali, 2010 (1).

Al neurosessismo si oppone il neurofemminismo. Quest’ultimo parte, logicamente, dal rifiuto delle ipotesi considerate false sulle differenze tra cervello maschile e femminile.

Oltre a questo, concorrono risultati di pessima qualità, metodologie sbagliate, ipotesi non dimostrate e conclusioni affrettate. Inoltre, si attribuisce una valutazione insufficiente della profondità e della portata dei modelli culturali, delle credenze e delle nostre aspettative. Oltre a essere la constatazione di una contaminazione delle neuroscienze da parte dei pregiudizi che guidano l’indagine su questo specifico campo. (1)

Quando si studiano le differenze cerebrali determinate dal sesso dell’individuo, bisogna quindi tenere conto anche dei seguenti aspetti.

1. Confusione tra i concetti  di “sesso” e “genere”

Secondo Reverter-Bañón, il genere è considerato l’elemento principale della continuità dei ruoli. Questi possono essere o meno patriarcali nell’educazione, nella cultura e nei diversi processi di socializzazione dell’individuo (4).

In generale, comprendiamo che il genere parte dalla dualità dei sessi. Tuttavia, quando facciamo questa deduzione, non stiamo tenendo conto di alcuni termini, come transgender o intragender. Quindi, una differenza sessuale biologica, una costruzione di genere differenziato; quantomeno non proveniente da una visione critica delle scienze (1).

È dunque necessaria un’analisi della ricerca sul sesso. Esiste davvero una base scientifica che dia un senso alla separazione dei sessi (presociale) in ruoli differenziati (sociali)?

Uomo e donna che si guardano

2. Insufficienza di prove e pregiudizi che orientano le conclusioni

Come hanno sottolineato alcuni autori (5, 6) e confermato alcuni studi con i metadati (7, 8, 9), le presunte prove scientifiche non portano alla conclusione che le differenze sessuali risiedano nel cervello. Secondo C. Vidal (2011), bisogna innanzitutto chiarire 3 idee:

  • Le differenze nel cervello di un piccolo campione di partecipanti non sono statisticamente significative. Le prove hanno evidenziato che quando si è in presenza di un gran numero di soggetti analizzati, le differenze di genere di solito scompaiono. Ciò è dovuto alla variabilità interindividuale del funzionamento cerebrale.
  • I risultati si ottengono generalmente in un contesto artificiale di laboratorio.
  • Quando si analizzano i dati fMRI, questi forniscono solo un fermo immagine di un determinato stato del cervello di un individuo. Non possono dunque fornirci una prova diretta dei fattori biologici o dei processi socioculturali che hanno influenzato tale stato.

A tal proposito, risulta assolutamente necessario aggiornare i contributi scientifici riguardo le presunte differenze nel cervello tra uomini e donne.

Il neurosessismo è un’ombra su cui abbiamo l’opportunità di far luce. Sia da parte del femminismo che di una neuroscienza critica verso quelle riflessioni che buona parte della società ha accettato senza mai metterle in discussione.

  1. Reverter Bañón, S. (2016). Reflexión crítica frente al neurosexismo.
  2. Bem, S. L. (1983). Gender schema theory and its implications for child development: Raising gender-aschematic children in a gender-schematic society. Signs: Journal of women in culture and society, 8(4), 598-616.
  3. Pallarés Domínguez, D. V. (2016). Neuroeducación en diálogo: neuromitos en el proceso de enseñanza-aprendizaje y en la educación moral.
  4. Bañón, S. R. (2010). La deriva teórica del feminismo. Daimon Revista Internacional de Filosofia, 153-162.
  5. Vidal, C. (2012). The sexed brain: Between science and ideology. Neuroethics, 5(3), 295-303.
  6. JORDAN-YOUNG, R. M. (2010), Brain Storm: The Flaws in the Science of Sex Differences. Harvard University Press.
  7. Hyde, J. S. (2005). The gender similarities hypothesis. American psychologist, 60(6), 581.
  8. Hyde, J. S. (2006). Gender similarities still rule.
  9. Hyde, J. S. (2007). New directions in the study of gender similarities and differences. Current Directions in Psychological Science, 16(5), 259-263.