Non fidarti dei pettegoli!

· 1 aprile 2017

I pettegoli sono presenti in tutti i contesti in cui viviamo. Mascherati da agnelli, con la loro lingua biforcuta si alimentano di gossip e pettegolezzi, come se fossero fonte di vita. Hanno la cosiddetta “mentalità del gregge”, in grado di trovare piacere nei mali o nelle sfortune altrui, tanto da cospirare alle nostre spalle.

Per quanto punibili ci sembrino questi atteggiamenti, sono comportamenti psicologici che esistono da sempre. I pettegolezzi fanno parte della nostra essenza biologica come individui sociali. Ce lo spiega, ad esempio, uno studio del 2008 pubblicato sulla rivista Scientific American.

Che la bocca non inventi ciò che gli occhi non vedono.

Robin Dunbar, celebre antropologo, psicologo e biologo britannico, ha sviluppato una teoria in cui parla dei pettegolezzi come la base su cui si è sviluppato il nostro linguaggio. Secondo l’esperto, quando i nostri antenati si riunivano in piccoli gruppi sociali, si scambiavano informazioni in un contesto confidenziale con il fine di stringere legami.

Ora, esistono diversi tipi di pettegolezzi e un buona parte non ha a che vedere con la malizia. Spesso, condividendoli, vogliamo solamente reclamare delle informazioni ed eliminare l’incertezza dei nostri ambienti più vicini. Il nostro cervello è programmato per raccogliere dati con il fine di stabilire un equilibrio cognitivo ed ecco perché abbiamo bisogno di quello che gli altri possono spiegare, per vincere delle dissonanze, dei vuoti di informazione.

Un argomento molto interessante, approfondiamolo.

Caratteristiche dei pettegolezzi

Epicuro definì il pettegolezzo come un piacere naturale, ma non necessario. Potremmo vivere tutta la vita senza diffondere chiacchiere e voci o senza interessarcene e non accadrebbe nulla, di certo non moriremmo.

Tuttavia, i veri pettegoli vivono di indiscrezioni perché in qualche modo questi compensano le loro delusioni, i loro vuoti emotivi e il loro malessere personale. Potremmo dire che le chiacchiere sono come il sale della loro vita, che altrimenti non avrebbe alcun sapore, sarebbe noiosa.

Il meccanismo biologico scatenato dall’atto di riunirsi per condividere informazioni privilegiate su una persona che non è presente si manifesta con una reazione chimica molto intensa: viene rilasciata serotonina, l’ormone della felicità. Ecco perché per alcune persone diffondere pettegolezzi è una vera e propria dipendenza.

Vediamo ora alcune caratteristiche tipiche del pettegolezzo.

Rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo

Per i pettegoli, condividere un gossip significa consolidare un “noi” per escludere un “loro”. In questo modo, si rafforza il sentimento di appartenenza ad un determinato gruppo, un atteggiamento comune in diversi contesti lavorativi, scolastici e anche familiari.

Dà la sensazione di godere di un determinato status

Chi fa una confidenza ha in mano una possibile arma che, se ben gestita, può apportare grandi vantaggi. Come direbbe Nietzsche, certe persone hanno bisogno di avere un rango, uno status, e fanno di tutto per ottenerlo anche attraverso meccanismi di dubbiosa reputazione morale.

Ci vogliono due anni per imparare a parlare e sessanta per imparare a tacere.

Ernest Hemingway

Il gossip crea una “mentalità da gregge”

Come abbiamo anticipato all’inizio, rendersi partecipi di un gossip per poi spifferarlo ai quattro venti senza sapere se è vero, senza applicare alcun filtro di analisi o senza verificarne la veridicità, configura una mente unitaria e rigida che dice ben poco sulla nostra evoluzione umana.

In qualche modo, c’è una conferma del fatto che molto vicino a noi c’è un invidioso che inventa un’indiscrezione, un pettegolo che lo diffonde e un ingenuo che lo accetta senza opporre resistenza.

È necessario frenare questi atteggiamenti. I pettegoli si fermano solo bloccando la diffusione del gossip. La domanda è: come riuscirci? Basta applicare i filtri di protezione.

Ecco quali sono.

La psicologia del gossip e come gestirlo

Il pettegolezzo è giocoso e colorito, ma raramente è costruttivo. Secondo uno studio della London Business School, le voci di corridoio ed i pettegolezzi occupano quasi il 70% delle conversazioni in un’organizzazione aziendale, al punto da usare la variabile dei pettegolezzi come forma per misurare la produttività di un’impresa.

Non tutti ripetono le indiscrezioni che sentono, alcuni le migliorano.

Chi diffonde pettegolezzi errati e pericolosi di sicuro compromette le dinamiche di qualsiasi ambiente. Sono la causa del mobbing sul lavoro e creano distanze insuperabili tra colleghi e superiori, per cui gli impiegati non hanno fiducia nella direzione e la direzione nel suo capitale umano.

Vediamo ora quali soluzioni conviene adottare per evitare dinamiche di questo tipo.

Come mettere fine al gossip pericoloso

Prima di tutto, è bene sapere che qualsiasi pettegolezzo può basarsi su informazioni errate oppure danneggiare moralmente la persona o il gruppo di persone che ne sono oggetto. Scegliere di condividere il pettegolezzo può trasformarci in pettegoli a nostra volta oppure possiamo decidere di assumerci la responsabilità di frenare questa dinamica.

  • Il gossip può essere una forma di socializzazione, ma dobbiamo imparare a distinguere tra il pettegolezzo che vuole diffondere un’informazione nuova, onesta, utile e significativa e quello che, invece, ha scopi più pericolosi.
  • Impariamo a distinguere anche le informazioni affidabili dalle semplici supposizioni.
  • Dobbiamo chiarire che non vogliamo prendere parte ad un’indiscrezione se si basa su cattive intenzioni.
  • Quando decidiamo di fidarci e di confidarci con qualcuno, dobbiamo essere cauti, intuitivi e prudenti. Sarà sempre meglio essere prudenti e scegliere di tacere prima di cadere nella rete dei pettegoli.

In conclusione, è chiaro che il gossip dovrebbe essere escluso dai contesti di lavoro o tra vicini e amici. Tuttavia, è bene capire che questi comportamenti faranno sempre parte della nostra vita. Pertanto, fare orecchie da mercante alle dicerie avvelenate ci eviterà molti problemi.

Immagini per gentile concessione di Catrin Welz-Stein