Non si può tornare indietro dopo aver aperto gli occhi

10, maggio 2017 in Psicologia 8278 Condivisi

Ci sono ferite che invece di aprirci la pelle, ci aprono gli occhi. Quando succede, non c’è altra opzione che raccogliere i pezzi rotti della nostra felicità persa per ricomporre la nostra dignità. Un amor proprio necessario per andare avanti con la testa alta e lo sguardo fisso, senza voltarsi indietro, senza elemosinare realtà impossibili…

Questo atto di scoperta o di presa di coscienza di una verità non sempre giunge dopo un evento doloroso che ci colpisce senza attesa e senza anestesia. A volte avviene in modo sibillino, dopo molti “poco” che alla fine fanno “un molto”, come un rumore discreto, ma persistente, che alla fine ci convince di qualcosa che, forse, già sospettavamo sin dall’inizio.

All’interno di una concezione più spirituale, è comune parlare di quello che è conosciuto come il “terzo occhio”. È, certamente, un concetto interessante e curioso che nelle sue radici ha molto a che vedere con questa stessa idea di cui stiamo parlando. Per il buddismo e l’induismo, in quest’occhio si trova la nostra coscienza e quell’intuito che favorisce un adeguato risveglio personale. Un nuovo stato di attenzione nel quale possiamo percepire certe cose che in altri momenti ci sfuggono.

Perché forse si tratta del principale problema delle persone: guardiamo, ma non vediamo. A volte ci lasciamo trasportare dalla nostra routine fino a svanire nell’insoddisfazione. È comune anche lasciarci ristagnare in certe relazioni nelle quali non diamo tutti noi stessi, senza percepire che quello che otteniamo in cambio è il veleno della felicità.

Aprire gli occhi a queste realtà non è un semplice risveglio della coscienza, è un atto di responsabilità personale.

Guardiamo, ma non vediamo: è il momento di aprire gli occhi

È stato lo stesso Aristotele a dire una volta che sono i nostri sensi che si limitano a captare l’immagine del mondo esteriore come un tutto. In questo senso, solo quando vi è una chiara volontà, possiamo vedere la realtà, perché è allora che la mente entra davvero in contatto con quello che la circonda e con i suoi dettagli rivelatori.

Riuscirci non è facile, perché sono necessari intenzionalità, intuito, senso critico e, soprattutto, coraggio per vedere le situazioni e le circostanze reali e non come ci piacerebbe che fossero. Dire che molti di noi procedono nella propria realtà con una benda davanti agli occhi può sembrare un po’ desolante, ma quando le persone sono in cerca di un terapeuta con il fine di trovare l’origine della loro ansia, della loro stanchezza, del loro malumore e di quell’apatia vitale che le priva di energia e speranza, il professionista fa diverse scoperte.

Una di esse è la ferrea resistenza a vedere le cose come sono davvero. ‘Il mio partner mi ama, sì a volte mi tratta male, ma poi quando risolviamo tutto, è di nuovo la persona meravigliosa che mi ama tanto.”, “Sì, alla fine ho dovuto lasciare quella ragazza perché ai miei genitori non piaceva, ma loro hanno sempre saputo cosa è meglio per me…”.

Noi esseri umani ci rifiutiamo molte volte di vedere le cose come sono per molti e svariati motivi. Per timore di vedere noi stessi e di scoprirci, per paura di dover affrontare la verità, per timore della solitudine, di non sapere come reagire… Queste resistenze psicologiche sono ostacoli mentali: steccati che agiscono come meccanismi di difesa che allontanano la felicità.

Non possiamo dimenticare che la felicità è, al di sopra di tutto, un atto di responsabilità. Perché quando finalmente ce la facciamo, quando riusciamo ad aprire gli occhi, non si torna più indietro: è il momento di agire.

Come imparare ad aprire gli occhi

Un modo semplice, pratico ed utile di imparare ad aprire gli occhi alla verità è concedendo un po’ di riposo alla nostra mente. Sappiamo che può sembrare un paradosso, ma non si tratta affatto di silenziarla, di spegnerla o di togliere le chiavi al motore dei nostri processi mentali. Si tratta, semplicemente, di decelerare per, in qualche modo, accendere questo “terzo occhio” di cui parlano i buddisti.

Vi mostriamo i passaggi da seguire:

  • Trovate un luogo rilassato, privo di stimoli che attirino l’attenzione dei vostri sensi più fisici (suoni, odori, sensazioni fisiche di freddo, ansia o pressione ambientale…).
  • Quando provate a tranquillizzare la mente, è comune che, subito, si inneschino fastidiosi pensieri automatici, intrusivi e carenti di utilità: cose che abbiamo fatto, che abbiamo detto, cose che ci sono successe, che altri ci hanno detto…
  • Tutte le volte che vi raggiunge uno di questi pensieri intrusivi, visualizzate una pietra che viene lanciata in uno stagno. Immaginate come sbatte contro la superficie dell’acqua per, poi, sparire.

  • Man mano che riusciamo a controllare e a mettere da parte i pensieri automatici ed inutili, poco a poco ne giungeranno altri nei quali si inscrivono le paure, i fastidi e persino le immagini memorizzate nel nostro subconscio e alle quali non abbiamo prestato attenzione (un sorriso falso, un’occhiata di disprezzo…).
  • È il momento di riflettere su queste sensazioni e queste immagini per chiederci perché ci fanno sentire male. L’aspetto importante in questa fase è evitare giustificazioni e rapidi giudizi (il mio partner mi ha detto quella parola dispregiativa perché l’ho provocato). Dobbiamo vedere le cose così come sono, anche se ci sembrano crudeli, anche se scopriamo che sono terribilmente dolorose.

Affinché questo esercizio dia risultati e ci permetta di aprire gli occhi, dobbiamo realizzarlo tutti i giorni. Prima o poi la verità ci raggiungerà per toglierci la benda sul cuore e quei catenacci che ci imprigionavano e ci rendevano insoddisfatti.

In seguito, non saremo più gli stessi e avremo solo un’opzione, un’uscita ed un obbligo personale; guardare in avanti, verso la nostra libertà e felicità. Restare indietro ormai è assolutamente vietato.

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