Il pianto emotivo: una medicina che drena l’anima

· 16 dicembre 2016

C’è chi piange in silenzio, per un breve istante e in discreta solitudine. Eppure, l’unico modo di ricominciare, di drenare le tristezze, le frustrazioni e le tensioni è attraverso il pianto emotivo. Un vero sfogo è possibile soltanto attraverso quelle lacrime che sgorgano dai nostri occhi come sorgenti, interrotte dai singhiozzi di una voce rotta.

Gli esperti in psicobiologia sostengono che pochi comportamenti ci rendono più umani della risata e del pianto. Di fatto, queste due espressioni emotive hanno molto in comune. Per esempio, entrambe hanno una componente di “perseveranza”. Ciò significa che, quando iniziano, sia le risate sia il pianto hanno una durata determinata che difficilmente riusciremo ad interrompere a nostro piacimento. Entrambe, inoltre, hanno uno stesso fine: farci sentire meglio.

L’anima riposa quando lascia andare le sue lacrime, e il dolore ha bisogno del pianto per trovare vero sollievo.

D’altra parte, sappiamo bene che il pianto emotivo, quello che produce un vero sfogo, non è ben visto a livello sociale. Al contrario, è accettata più di buon grado una lacrima discreta, lasciata sfuggire durante un discorso politico, come quello sguardo annebbiato a causa dell’emozione o di fronte alla contemplazione della bellezza.

Forse proprio per questo motivo la maggior parte delle persone cerca di evitare questo pianto “ad alta voce”. Cerca un angolo buio in cui nessuno le veda dar sfogo alle lacrime, ma lo fanno in un discreto silenzio. Non sia mai che qualcuno ci senta, ci veda, e scopra che non siamo così forti come sembriamo.

Tuttavia, gli psichiatri e i neurobiologi non hanno dubbi in merito: lo sfogo, che avvenga in solitudine o di fronte a qualcuno, dev’essere vero, catartico e liberatorio. Tutto quello che implica un certo “autocontrollo” non fa altro che generare in noi tensione e stress. L’essere umano ha bisogno del pianto.

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Il pianto emotivo: un’azione dai molteplici benefici

La maggior parte dei neonati scoppia a piangere non appena giunge al mondo. Eppure, il loro pianto non è fatto di lacrime. Il meccanismo cerebrale che permetterà alle loro ghiandole lacrimali di produrre lacrime non è ancora sufficientemente maturo. Eppure, il pianto di un neonato porta già a termine una funzione biologica fondamentale: garantire la sua sopravvivenza. Gli permette, infatti, di stabilire un contatto con i suoi simili, in modo da ricevere attenzione, cure, consolazione e affetto.

Allo stesso modo, man mano che cresciamo e maturiamo, il pianto svolge per noi le funzioni più diverse, tutte utili e interessanti. Anche se, in realtà, non sempre le sfruttiamo a dovere.

Prima di tutto, uno degli scopi del pianto è eliminare le tossine dell’organismo, generate dallo stress e dall’ansia. Non è necessario che ci sia capitato qualcosa di brutto né che ci sentiamo tristi o sconsolati. Alle volte, può capitare di piangere anche come reazione ad un senso di stanchezza e sfinimento, e questa semplice azione può essere estremamente sana.

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Uno studio della scuola di psichiatria della Università di Los Angeles, California, ha dimostrato che il pianto ha anche una funzione di avvertimento. È come un campanello di allarme della nostra coscienza. Ci sono periodi in cui ci sentiamo frustrati, sopraffatti da qualcosa di fronte a cui dovremmo reagire, ma non lo facciamo.

Tuttavia, il semplice fatto di far scendere le lacrime mette in modo sofisticati meccanismi biologici che ci permettono di vedere le cose con maggiore chiarezza.

Gli scienziati ci hanno spiegato che il pianto emotivo è, in realtà, un’eccezionale innovazione evolutiva. Non si tratta soltanto di “lasciar andare le lacrime”, infatti. Un pianto profondo, autentico, che ci permetta di sfogarci del tutto attiva la funzione delle neurotrofine. Si tratta di proteine in grado di favorire la plasticità neuronale.

Per dirlo in altre parole, il pianto ci “ripara”, favorisce l’apprendimento e ci aiuta ad essere più creativi e a mettere in moto nuovi comportamenti permettendoci di adattarci molto meglio all’ambiente che ci circonda.

Il pianto, la vulnerabilità e la consolazione

Le responsabilità lavorative, per esempio, spesso ci fanno sentire il bisogno di momenti di solitudine, in cui piangere per qualche secondo per conto nostro. Dai dottori alle infermiere, dai pompieri ai poliziotti… Tutti abbiamo bisogno di ritagliarci uno spazio in cui sfogare le nostre preoccupazioni e tensioni quotidiane.

Eppure, alcune volte, questi piccoli momenti non sono sufficienti. Non c’è una vera “riparazione”. E così continuiamo ad accumulare tensioni, ansie e un grosso nodo in gola che non ci lascia più respirare.

La stessa cosa avviene nel caso dei problemi quotidiani, per colpa delle parole non dette, delle perdite mai affrontate, del dolore che pulsa dentro di noi, ma che cerchiamo di ignorare. Perché facciamo così tanta fatica a chiedere aiuto? Perché il pianto emotivo ci fa sentire così vulnerabili di fronte agli altri?

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Saper dare sostegno non è da tutti

La verità è dura, ma molto evidente: non tutti sono in grado di sostenere chi ne ha bisogno. Con parole come “E adesso perché piangi?” o “Dai, smettila, non è niente di importante” l’unica cosa che otteniamo è aumentare il blocco di quella persona. Aumentiamo le sue emozioni negative e la demoralizziamo ancora di più.

  • Quando abbiamo bisogno del sostegno di qualcuno per uno sfogo emotivo, è importante cercare la persona giusta. Non tutti sono adeguati e non tutti sono in grado di mettere in atto le strategie adeguate per darci quel senso di vicinanza che ci mette a nostro agio e ci aiuta a lasciar andare ciò che ci fa male e ci tormenta. I buoni amici e, naturalmente, gli psicologi sono le migliori guide in questo processo.
  • Liberarci attraverso il pianto emotivo di fronte a qualcuno non è un segno di debolezza, né di vulnerabilità. È il passo che solo una persona forte ha il coraggio di dare per sfogare le sue tensioni, le sue paure e le sue tristezze. Lo fa allo scopo di ricostruirsi di nuovo, in modo da poter curare le sue ferite ed essere pronto a ricevere aiuto.
  • D’altra parte, sostenere una persona che ne ha bisogno non è semplice come dare un abbraccio. Non basta dire “va tutto bene”. Significa essere intuitivi al fine di facilitare il suo sfogo e capire come stimolarlo. Significa saper dire “sono qui con te” senza che sia un’imposizione e, naturalmente, senza giudicare. Significa essere presenti ma discreti, apportando un senso di vicinanza.

In conclusione, per quanto possa essere complicato permetterci questi momenti di vero sfogo emotivo, sia in solitudine che in compagnia, è necessario concederceli ogni tanto. Drenare l’anima è un bisogno biologico e psicologico. Solo un’emozione espressa fino in fondo, infatti, si può ritenere davvero superata.