Postvenzione: quando la prevenzione fallisce

Cosa succede quando la prevenzione del suicidio fallisce? In cosa consiste la postvenzione nei casi di decesso per suicidio? In questo articolo vi diciamo tutto quello che c'è da sapere.
Postvenzione: quando la prevenzione fallisce

Ultimo aggiornamento: 08 agosto, 2020

Il comportamento suicida è un fenomeno molto complesso, influenzato da fattori psicologici, biologici, sociali, culturali e ambientali, e che può interessare individui di ogni età, sesso, cultura o estrazione sociale. Ed è proprio per la sua natura multicausale che risulta necessario adottare un approccio sistemico e trasversale per prevenirlo. Quando la prevenzione fallisce, si inizia a parlare di postvenzione.

La postvenzione consiste nell’offrire supporto alla famiglia e alle persone care al soggetto deceduto per suicidio. Questo momento è  importante alla pari della prevenzione. I cari, di fatto, possono provare sentimenti ambivalenti per via del forte stigma sociale attorno al suicidio.

In Italia, il suicidio rappresenta la seconda causa di morte innaturale, con un tasso inferiore solo agli incidenti stradali. Nel 2016 sono stati registrati 3.825 decessi per suicidio, con una frequenza maggiore tra gli uomini (78%) rispetto alle donne (22%).

L’OMS riporta circa un milione di suicidi all’anno e prevede che entro la fine del 2020 il tasso possa raggiunge il milione e mezzo.

Donna che soffre di depressione maggiore.

La prevenzione del suicidio

Nonostante le cifre allarmanti, in Italia non esiste ancora un piano di prevenzione nazionale, ma solo iniziative a livello regionale e quasi sempre insufficienti. È tuttavia stato attivato nel 2019 l’Osservatorio epidemiologico sui suicidi e tentativi di suicidio (Oestes).

In presenza di idee suicide, è importante che la persona si rivolga, senza timori, a qualcuno di sua fiducia con cui condividere i suoi sentimenti e che si lasci aiutare. È altresì necessario affidarsi a un professionista che sarà in grado di stabilire l’intervento più appropriato.

Non bisogna dimenticare che il suicidio è una soluzione permanente a un problema o a dei problemi quasi sempre temporanei. D’altro canto, non riuscire a trovare una soluzione non significa che non esista o che non possa essere trovata in un altro momento.

«Il suicidio è una soluzione eterna per ciò che spesso è solo un problema temporaneo.»

-Edwin Schneidman-

È possibile aiutare la persona a individuare le situazioni che scatenano la crisi; ovvero individuare la causa dei pensieri suicidi per riconoscerli prima del verificarsi della crisi stessa.

Piano d’emergenza

L’elaborazione di una sorta di piano d’emergenza da parte della persona interessata, con o senza l’aiuto di una persona cara o di un professionista, può ridurre le probabilità di attuare un tentativo di suicidio. Tale piano può contenere i seguenti punti (a scopo orientativo):

  • Sostegno. I nomi delle persone di fiducia, insieme alle loro informazioni di contatto, affinché possano essere contattatate in caso di emergenza o di imminente tentativo di suicidio.
  • Punti di ancoraggio. Persone o motivi per i quali vale la pena continuare a vivere.
  • Norme per l’auto-protezione. Ricercare soluzioni non suicide, eliminare gli oggetti potenzialmente dannosi.
  • Elenco dei numeri di telefono dei servizi di assistenza h 24.
  • Promemoria per chiamare il 112, il telefono amico o rivolgersi al pronto soccorso dell’ospedale più vicino, nel caso in cui le precedenti misure di prevenzione siano risultate inefficaci e il rischio sia imminente.

E quando ogni tentativo fallisce? Il ruolo della postvenzione

Come accennato, la postvenzione consiste nell’offrire supporto sociale, psicologico e istituzionale alla cerchia più intima della persona morta per suicidio. Bisogna aiutarle a elaborare il lutto in maniera sana e ad affrontare i fattori di rischio di un percorso così complicato.

Il lutto viene vissuto in modo diverso da ogni persona e quello per suicidio differisce da tutti gli altri. Non esistono reazioni “giuste” o “sbagliate” e ogni sentimento è perfettamente normale e accettabile (shock, negazione, senso di colpa, dolore, vergogna…).

È frequente, dopo la morte, iniziare a chiedersi i “perché” (perché lo ha fatto? Perché non sono stato in grado di aiutarlo?…) e i “se” (E se me ne fossi accorto prima? Se avessi cercato aiuto?…).

Con il tempo si inizia a capire che, sebbene in alcuni casi si possa pervenire il suicidio, in molti altri tutte le misure sono inutili e insufficienti; ciò non è attribuibile al contesto familiare e sociale. Si capisce anche che non tutte le domande hanno una risposta e che, a volte, non conosceremo mai le vere ragioni del gesto compiuto.

Accettare la situazione è il modo migliore per affrontare la perdita. Per quanto possa sembrare difficile, così facendo si rispetta la decisione del defunto e si smette di incolparlo per la sofferenza causata. Lo si perdona, e si fa altrettanto con il contesto familiare e amicale. Pur avendo accettato la perdita e aver perdonato il defunto, possono  tuttavia persistere dei sensi di colpa.

Donna che si sottopone a terapia psicologica.

Infrangere i miti sul suicidio: strategia di base nella fase di postvenzione

Esistono diversi miti sul suicidio, che ancora oggi è un argomento tabù. Per tale ragione, la famiglia e gli amici della persona suicida vengono spesso travolti da emozioni ambivalenti. La tristezza può essere accompagnata da rabbia e collera. Anche la vergogna è un sentimento comune, che spesso porta a nascondere la vera causa della morte per paura del giudizio sociale.

La postvenzione deve includere strategie di supporto psicosociale e psicoeducazione. Si tratta di strategie legate alle reazioni e ai sentimenti che si possono vivere durante il lutto e su come contrastare le critiche sociali. È necessario far sapere alla famiglia e agli amici che hanno tutto il diritto di mantenere il silenzio se lo desiderano.

Prima di tutto, sfatare alcuni miti può aiutare a sminuire la paura del giudizio e i sentimenti ambivalenti. Alcune idee errate sul suicidio sono:

  • Parlare del suicidio genera un effetto di richiamo.
  • Il suicidio non poteva essere prevenuto perché la persona aveva deciso di morire.
  • Il suicidio è un atto di codardia / è un atto coraggioso.
  • Le persone che tentano il suicidio lo fanno per attirare l’attenzione.
  • Chi vuole uccidersi non ne parla mai.

Una persona che vuole suicidarsi o che tenta il suicidio ha bisogno e merita aiuto, così come la sua famiglia e i suoi amici. Non dobbiamo dimenticarci di questi ultimi, poiché se il di lutto è difficile e doloroso per definizione, quello per il suicidio lo è ancora di più. Spesso è accompagnato da sentimenti di colpa e di vergogna che possono perdurare nel tempo e resistere a ogni tipo d’intervento.

Il lutto non elaborato in maniera corretta può condurre in una spirale da cui è complicato uscire. Può anche condurre a un disturbo depressivo se non si dispone del supporto e delle risorse necessarie.

Per concludere, oltre a migliorare le possibilità di prevenzione del suicidio, è altrettanto consigliabile offrire un’adeguata postvenzione ed educare la società, così da combattere lo stigma che punisce duramente la famiglia e gli amici del defunto.


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