Potrebbe andare peggio, è davvero utile dirlo?

03 ottobre, 2020
"Non ti preoccupare, c'è di peggio!". Un modo di dire ricorrente che spesso ci lasciamo sfuggire per rincuorare un amico giù di morale. Ma è davvero utile sottovalutare la situazione che sta affrontando?

Tutti ci siamo trovati in una situazione difficile come la perdita del lavoro, la fine di una storia, una delusione, etc. Parlandone con una persona cara, le sarà probabilmente scappata la famosa frase “Non preoccuparti, potrebbe andare peggio”. Si tratta di un intercalare usato molto spesso, e oggi vogliamo indagare sul suo reale peso.

A prescindere dal fatto che possa o meno rincuorare, l’abitudine di paragonare le nostre situazioni con quelle altrui è un dato di fatto, ci servono da riferimento. La consapevolezza che qualcun altro sta attraversando un periodo complicato, magari più del nostro, può donare sollievo. Come se la nostra mente fosse alla disperata ricerca di un appiglio per poter dire a se stessa “tutto sommato, non mi va così male”.

Ebbene, potrebbe stupire sapere che il modo di dire “potrebbe andare peggio” è stato analizzato nel campo della psicologia. Sappiamo che si tratta di una strategia di adattamento a cui ricorriamo spesso, ma questo “salvagente” ha delle sfumature che è bene tenere a mente.

Ragazza cammina sotto la pioggia con un ombrello verde.

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere

Stiamo rientrando a casa dopo il lavoro e la macchina va in panne. Scendiamo, mettiamo a terra il triangolo, chiamiamo il carro attrezzi e aspettiamo. Poco dopo diciamo a noi stessi che potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere. E così ci consoliamo.

Altro esempio: ci rechiamo dal medico per una visita medica e ci viene diagnostico il diabete. Ci spaventiamo, ma il dottore, sorridendo, ci dice che non è nulla, che la situazione potrebbe essere peggiore, che esistono malattie molto più gravi.

I due esempi dipingono due situazioni molto diverse. Nel primo, pensare che la situazione non sia delle peggiori ci dona sollievo. Nel secondo caso, un simile paragone non fa che sottovalutare la nostra condizione.

Dirci che esistono persone in situazioni più complicate e dure della nostra non aiuta. Al contrario, sminuisce la realtà particolare di un individuo rischiando di innescare un senso di colpa, quasi non fosse in diritto di stare male rispetto ad altri. Non è pertanto logico né etico ricorrere a questi commenti.

Potrebbe essere peggio, la frase che sminuisce le nostre esperienze

Essere d’aiuto e sostenere gli altri senza deluderli è un’ardua impresa. Quando affrontiamo un brutto momento, non ci aspettiamo che qualcuno risolva il nostro problema o elimini il nostro dolore. Desideriamo solo comprensione e vicinanza.

Eppure, veniamo spesso sommersi da commenti poco adeguati, proprio come “potrebbe andare peggio”. Se abbiamo un incidente in macchina e ci facciamo male al collo, sentirci dire che poteva succedere di peggio non farà che generare più angoscia e ansia all’idea di tornare al volante.

Se perdiamo il lavoro, non consola sapere che potremmo trovarci in condizioni persino più difficili. Simili commenti privano di importanza l’esperienza che stiamo vivendo. È un modo di invalidare le nostre emozioni e la nostra realtà confrontandola con qualcosa che non ci riguarda e che non può né deve darci conforto. Il fatto che altri stiano peggio non ci farà sentire meglio.

Ragazzo con le mani tra i capelli pensa che potrebbe andare peggio.

Il pericolo della vitimizzazione

Secondo uno studio condotto dalle dottoresse Shelley Taylor e Joan Wood, presso l’Università del Texas, è emerso un dato interessante. Nella nostra vita di tutti i giorni, a ripeterci più spesso che potrebbe andare peggio non sono gli altri, ma noi stessi.

La ricerca ha dimostrato che questa strategia psicologica di adattamento alle difficoltà non sempre aiuta. Anzi, se stiamo vivendo una grave situazione, rischiamo di rendere cronico il nostro ruolo di vittima. Facciamo un esempio: immaginiamo un adolescente che per tutta la durata delle scuole medie è stato vittima di bullismo.

Il giovane si consola pensando che le cose sarebbero potute andare peggio: non è mai stato aggredito fisicamente. Si sente sollevato all’idea che né i professori né i suoi genitori abbiano scoperto cosa gli è successo. Ciò che il ragazzo ritiene una prospettiva peggiore, in realtà non lo è.

Con tale meccanismo non fa che svilire la sua situazione personale. Non affronta la sua sofferenza perché la sottovaluta, applicando un meccanismo di difesa con cui eludere il trauma. Lungi dal trovare una soluzione, questa strategia mentale rende cronico il suo ruolo di vittima.

Per concludere, sono ben poche le circostanze in cui ripetersi che “potrebbe andare peggio” aiuta. Non dobbiamo schivare la sofferenza particolare di ogni singola situazione, per quanto insignificante possa sembrare.

Qualsiasi preoccupazione, qualsiasi difficoltà, merita di essere riconosciuta e ascoltata. Se non saremo in grado di dare il giusto peso alla sofferenza altrui, sarà molto difficile essere di supporto.

  • Taylor Shelley, Wood Joan (2002) It Could Be Worse: Selective Evaluation as a Response to Victimization. Journal os social issues. https://doi.org/10.1111/j.1540-4560.1983.tb00139.x