Un problema cela sempre un’opportunità

11 gennaio 2017 in Emozioni 1471 Condivisi

Che i problemi celino sempre un’opportunità è una realtà che è stata confermata più volte. Tuttavia, seppur non manchiamo mai di ripetere questa frase ai nostri amici per motivarli nei momenti di difficoltà, spesso siamo proprio noi a dimenticarcene quando ne avremmo più bisogno.

I problemi non rappresentano soltanto sfide per l’intelligenza e per la ragione. Magari fosse così! La difficoltà sta nel fatto che spesso essi danno vita a molte emozioni istintive e quasi meccaniche: la paura, l’ira, i pregiudizi e le apprensioni, l’intolleranza…

Di conseguenza, spesso finiamo per perderci in un bicchier d’acqua. Perdiamo la prospettiva di quello che siamo capaci di fare e rimaniamo fermi, paralizzati dalla paura, schivi o abbandonandoci semplicemente alla lamentela. Forse abbiamo programmato la nostra mente per vedere nei problemi minacce dalle quali non c’è via d’uscita; forse abbiamo perso di vista il fatto che i problemi sono delle sfide e che affrontandole possiamo diventare persone migliori. Oggi vi parleremo delle vicende di uomini e donne che hanno trasformato i propri problemi in opportunità.

Elizabeth Murray, dai problemi più bui alla luce

Elizabeth Murray è nata nel Bronx, USA, e le circostanze in cui è cresciuta l’hanno portata a vivere un’infanzia complicata. I suoi genitori, due hippy degli anni 70, hanno presto ceduto al mondo delle droghe e, quando lei nacque, erano giù due tossicodipendenti con scarse speranze di guarigione – consumavano abitudinariamente cocaina ed eroina.

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Liz Murray con suo padre

Liz Murray e sua sorella passarono l’infanzia a mangiare cubetti di ghiaccio e dentifricio, le uniche cose che riuscivano a trovare per riempirsi lo stomaco. Per i più, i loro genitori si ammalarono di AIDS e la madre morì. Il padre si trasferì in un centro per persone senza fissa dimora e la sorella andò a vivere da un amico – Liz rimase letteralmente per strada all’età di 15 anni.

La ragazza cominciò ad accettare qualsiasi lavoretto, a 17 anni tornò a scuola e, durante una visita di un esponente di Harvard, decise che quello sarebbe stato il suo obiettivo. E lo raggiunse: ottenne una borsa di studio grazie al New York Times. Oggi è una psicologa di successo capace di comprendere il dolore umano meglio di chiunque altro. Ha anche pubblicato un libro di successo e la sua vita è stata trasportata sul grande schermo.

Arturo Calle, l’uomo che ha fatto dell’austerità la sua forza

È l’imprenditore colombiano di maggior successo nel campo della moda maschile. Suo padre morì quando era appena un bambino, lasciando una famiglia formata da 8 figli piccoli e una madre vedova. Per aiutare la sua famiglia, Arturo Calle cominciò a lavorare fin da piccolo – conosceva il valore di ogni centesimo e per questo si adattò ad una filosofia di vita particolarmente austera.

Non appena divenne maggiorenne, ottenne un lavoro che gli permetteva di guadagnare un salario minimo. Ciò nonostante, continuò a risparmiare per vari anni senza sosta, fino a che non mise da parte il denaro sufficiente per aprire un piccolo negozio di indumenti. Il suo motto era “risparmiare senza mai indebitarsi”.  

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Fu così che, passo dopo passo, è diventato un imprenditore di successo e proprietario oggi di numerosi negozi sparsi per tutta l’America Latina. I suoi capi hanno un valore in più: il rapporto qualità-prezzo è ottimo poiché l’azienda di Arturo Calle non deve un solo centesimo a nessuno. Di conseguenza, i costi di produzione sono minori e i prezzi più bassi. L’uomo è considerato anche uno dei 5 migliori datori di lavoro di tutta la Colombia, poiché anche grazie all’aiuto dell’impresa, tutti i suoi dipendenti possiedono una casa propria.

Wilma Rudolph, una storia che vi ispirerà

Quello di Wilma Rudolph era molto più che un problema. Le difficoltà l’hanno accompagnata fin dal suo primo giorno di vita: nacque prematura e i medici dubitavano che sarebbe sopravvissuta. La piccola, però, resistette, ma all’età di 4 anni contrasse una polmonite doppia e si ammalò di poliomielite. Come se non bastasse, proveniva da una famiglia povera, soprattutto considerando che dovevano dar da mangiare a ben 22 figli.

A causa della malattia, Wilma perse l’uso della gamba sinistra e si vide costretta a camminare con l’aiuto di un apparecchio ortopedico. Nonostante questo, a 9 anni decise di provare a camminare senza nessun aiuto, riuscendoci. A 11 anni riuscì ad entrare nella squadra di pallacanestro della sua scuola, e per la prima volta cominciò ad avere fiducia nelle sue capacità fisiche. All’età di 13 anni decise di provare con l’atletica. Durante la sua prima gara arrivò all’ultimo posto, risultato che si ripeté in molte altre gare negli anni successivi.

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Wilma Rudolph, 1960

Dopo svariati anni di allenamento, finalmente riuscì a vincere una gara, e, una volta sulla strada per il trionfo, decise di non fermarsi più. Riuscì a qualificarsi ai Giochi Olimpici di Melbourne nel 1956 ottenendo la medaglia di bronzo per gli Stati Uniti. Nel 1960 vinse due medaglie d’oro nei Giochi Olimpici di Roma. Dopo aver contratto la poliomielite ed aver subito una grave lesione, questa donna ha raggiunto la vetta dell’atletica mondiale vincendo ben tre medaglie olimpiche.

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