Roma, una ritratto di infanzia ricco di dettagli

22 novembre, 2020
"Roma" è il ritratto di una famiglia, un ricordo d'infanzia che vuole dare il meritato riconoscimento alla figura della domestica.

Negli ultimi anni l’Academy ha premiato tre messicani: Guillermo del Toro, Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón. Tre amici, i tre dal Messico, con tante storie da raccontare. Pubblico e critica dei festival più prestigiosi a livello internazionale si sono arresi davanti al loro talento. Se nel 2017 del Toro ci ha conquistato con La Forma dell’acqua, nel 2019 Roma di Cuarón è stato il film più premiato.

Gli Oscar non vedono barriere e negli ultimi anni sono stati conquistati da tre registi stranieri, immigrati, provenienti da Paesi le cui tradizioni sono ricche di spiritualità. Un aspetto che del Toro non trascura mai nei suoi film.

Nonostante l’apertura alle nuove prospettive, al nuovo e al mercato di respiro internazionale in cui si fanno strada aspirazioni di altissimo livello, le origine messicane continuano a essere tangibili nel percorso di questi tre registi.

Roma è stato insignito del Leone d’Oro del Cinema di Venezia e l’approvazione unanime da parte della critica lascia pensare che ne sentiremo parlare a lungo. Roma è un ricordo; è l’infanzia di Cuarón, raccontata da un’epoca lontana, dagli anni della sua maturità. Il regista si è allontanato da se stesso e si è immerso nella prospettiva di una donna che, altrimenti, sarebbe stata invisibile.

Già del Toro aveva anticipato ne La Forma dell’Acqua un messaggio d’amore verso l’altro, narrando la sua storia dal punto di vista di una donna delle pulizie, allontanandosi così dai cliché.

In Roma Cuarón mette in scena la domestica della sua infanzia, dedica una pellicola alla sua persona, alla sua cultura e alla sua lingua. Un film in cui lo straordinario è appena accennato, in cui la quotidianità e l’esclusione diventano i protagonisti.

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler.

Roma, un’esperienza visiva

Cuarón scava nella sua infanzia, nella vita della sua famiglia benestante in un mondo messo a ferro e fuoco (da eventi come il giovedì del Massacro del Corpus Christi del 71), per raccontarci la storia di un personaggio invisibile: la domestica di origine mixteca.

Lasciandosi sopraffare dai dettagli, la cinepresa si ferma sulle piccole cose, come l’acqua di uno straccio, un aereo che sorvola il cielo o gli escrementi del cane di casa.

Al tempo stesso, segue Cleo, la protagonista. Di lei ci mostra le emozioni, la sua quotidianità; la nasconde, la accompagna in ogni istante. Attraverso i dettagli e i movimenti della macchina da presa, Cuarón ci descrive Cleo, ne parla senza dire una parola. Le immagini parlano da sé, ricreando un ritratto realista.

Ogni immagine è carica di significati. Perché concentrarsi, ad esempio, sull’acqua per pulire? Perché soffermarsi sugli escrementi del cane? Cuarón si serve del contesto, dell’elemento visivo, di tutti gli elementi che arricchiscono la storia; piccoli particolari all’apparenza insignificanti a cui dà un potente e profondo significato che sarà la chiave di lettura di questa storia. L’invisibile si carica di significato. L’invisibile diventa protagonista attraverso il ritratto di Cleo.

In Roma i simboli acquisiscono grande rilievo, spiegano tutto quanto non può essere detto a parole. L’acqua è sinonimo di vita, di origine e di principio. A suo tempo, già Talete da Mileto affermava che l’archè, ovvero il principio di tutte le cose, è l’acqua.

L’acqua è concepita come il simbolo della vita, della maternità, dell’immortalità; è associata anche alla purificazione, alla rinascita secondo religioni come il cristianesimo, in cui l’acqua è fondamentale nel battesimo. In Roma questo elemento è presente sin dal primo istante, manifestandosi come acqua per la pulizia, un indizio sul lavoro di Cleo.

L’acqua e gli altri elementi chiave

Fotogramma dopo fotogramma, l’acqua si presenta sotto diverse forme: grandine, doccia, gocce che cadono sui panni stesi… fino ad arrivare all’immensità del mare. L’acqua è un elemento essenziale dell’essere umano, e lo è anche del nostro pianeta.

Affianca Cleo nello sviluppo del film, fino ad arrivare a sommergerla nell’oceano, quando salva i bambini pur no sapendo nuotare. Una scena in cui è racchiusa la catarsi del personaggio, la purificazione, l’evoluzione.

Altri elementi, come il fuoco, i riflessi, la natura sono altrettanto importanti e ricchi di significato. Ma tra questi, forse, quello degno di di nota è l’aereo. Un aereo che vediamo riflesso sull’acqua, nei titoli di coda, un aereo che compare nei momenti salienti e sul finale.

Quell’aereo ci viene mostrato come il divenire della vita, come una traiettoria, oltretutto come una fuga, la libertà e l’avventura che contrastano con la monotona vita di Cleo.

Fotogramma su Cleo.

La rivalsa degli emarginati

Cuarón va dal generale al particolare. Si immerge in un ambiente che conosce bene: gli anni ’70 in Messico e i diversi conflitti dell’epoca, ma senza entrare nel dettaglio. La profondità è tutta per Cleo, ma anche per la sua famiglia, presentata attraverso il ruolo della madre e la separazione dei genitori.

La pellicola si presenta come la vita stessa: i conflitti, i problemi e l’azione prendono forma in modi imprevisti, per quanto vi siano alcuni indizi.

L’immagine del padre sembra legarsi a quella dell’automobile; un’auto grande, americana, che passa a stento dal portone di casa e che rappresenta il potere, i soldi. Eppure, se ne va per non tornare più, a bordo di un’auto molto più piccola, regalandoci una scena che all’inizio non riusciamo a cogliere, ma che assumerà significato con il susseguirsi degli eventi.

La madre è un altro personaggio importante; è colei che ha il compito di disfarsi dell’auto-simbolo, di rompere con il suo passato comprando un’auto più piccola, più pratica.

L’abbraccio tra i genitori assume un profondo significato: mentre la donna è angosciata e abbraccia il marito come non volesse lasciarlo andare, l’uomo si dimostra distacco. Infine, è la donna che ci svelerà che si sono separati, e così capiamo il suo ruolo all’interno del film, le sue preoccupazioni e i suoi timori.

Una riflessione sulla diversità

Roma ci immerge in un delicato e nostalgico bianco e nero e ci offre la possibilità di conoscere il popolo mixteco, o quantomeno la sua lingua. La popolazione indigena, fedelmente rappresentata da Cleo, finalmente assume rilievo nel cinema, si mostra ai nostri occhi come una realtà tangibile, che vive, soffre e sorride.

Nonostante la sua vita monotona, anche Cleo si innamora, soffre per la fine di un amore e si lascia accompagnare da noi nei momenti più importanti della sua vita.

La scena del parto è travolgente: riusciamo a identificarci nel dolore di Cleo e il suo senso di colpa, che si manifesta attraverso l’oceano.

Un fatto curioso è che Cleo e la sua amica Adela sono interpretate da due donne mixteche senza esperienza di recitazione, ma che apportano un profondo realismo a ogni scena.

Roma: considerazioni conclusive

Cuarón si riconcilia con la sua infanzia. Ci presenta Cleo, che si ispira alla figura di Libo, la sua vera tata. Edifica un ritratto narrato alla perfezione; ci offre i dettagli della vita quotidiana, le sensazioni e le emozioni di Cleo, seguendola in ogni angolo di casa, mostrandoci le varie stanze e la differenza tra la vita di una famiglia agiata e quella di una domestica.

E lo fa per darle, finalmente, la considerazione che merita, per abbracciare la diversità culturale, linguistica e individuale che popolano lo stesso mondo.