Somatizzazione del Coronavirus: ho tutti i sintomi!

16 aprile, 2020
Dobbiamo imparare a "regolare la temperatura" delle nostre emozioni. Nel contesto attuale sono molte le persone che stanno iniziando a somatizzare la paura e il panico al punto da sperimentare molti dei sintomi associati al Coronavirus.
 

“Ho perso l’olfatto e il gusto. Ho la tosse e penso persino di avere il respiro corto”. Questa sintomatologia associata al COVID-19 inizia a essere percepita da un certo numero di persone pur senza aver contratto la malattia. Non risulteranno positive a nessun test, perché in realtà soffrono di un effetto psicologico che deriva dal contesto attuale: la somatizzazione del Coronavirus.

I disturbi psicosomatici si presentano più spesso di quanto non pensiamo e viste le circostanze attuali negli ultimi tempi non più frequenti. Il motivo? In un contesto dominato dalla paura costante di essere contagiati, dall’incertezza e dall’angoscia psicologica del “cosa accadrà” o data dal “se mi ammalo, di sicuro mi ricovereranno”, si configura un accumulo tale di emozioni che prima o poi porterà alla comparsa di sintomi fisici.

La somatizzazione è come l’ipocondria. La somatizzazione non è inventarsi ciò che non esiste, non è nemmeno immaginazione e, ancor meno, non significa che si sta perdendo il senno. Questa condizione è descritta nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) ed è una realtà che tutti i medici di famiglia vedono quotidianamente.

Emicranie, dolori articolari, affaticamento, problemi di digestione, tachicardia, nausea… Tutte queste realtà cliniche sono molto comuni. I pazienti ne soffrono, ma i fattori scatenanti sono le nostre emozioni e i nostri traumi, l’ansia, la continua frustrazione… In un contesto di pandemia non solo è normale che si presenti la somatizzazione, ma è persino auspicabile.

 
Uomo con stress da lavoro

Somatizzazione del Coronavirus: un effetto in più della pandemia

Il quadro è quasi sempre lo stesso. La persona inizia a tossire, ad accusare mal di testa, affaticamento, si porta la mano alla fronte e si accorge di avere la temperatura più alta del solito. L’aspetto più preoccupante è quando, all’improvviso, si aggiunge un senso di pesantezza sul petto e si ha la sensazione che manchi il fiato.

In presenza di questi sintomi è comune cercare su Google per scoprire una realtà evidente: queste caratteristiche coincidono con quelle del COVID-19. Ecco, il peggio è avvenuto!

Molto probabilmente se la persona si misura la febbre, la sua temperatura è assolutamente normale. Il mal di testa, però, è reale, così come la tosse e l’affaticamento costante. Perché la somatizzazione, come ci spiega la neurologa Suzanne O’Sullivan, esperta al riguardo e autrice del libro È tutto nella tua testa, ciascuno di noi è vulnerabile a essa una volta oltrepassata la soglia dell’angoscia.

Lo stress quotidiano, l’ansia che non sappiamo gestire e che si cronicizza, le emozioni che si stringono attorno alla gola come un nodo e che non ci lasciano respirare… Tutto questo funge da detonatore. Tutto ciò passa dal piano emotivo a quello fisico sotto forma di cefalea, dispepsia, disturbi della respirazione, insonnia e stanchezza cronica. E al di là di ciò che potremmo pensare, non è affatto facile affrontare questi quadri clinici.

 

In momenti di crisi aumentano i disturbi somatici

Uno studio condotto nell’Università di Amburgo, in Germania, dal dottor Bernard Lowe, ha dimostrato un aspetto interessante al riguardo.

Dopo aver somministrato il PHQ-15, una scala di valutazione dei sintomi somatici, in 15 cliniche, si osservò che quasi il 50% dei pazienti soffriva di disturbi dell’ansia. Tutti loro avevano manifestato problemi psicosomatici.

Sappiamo dunque che il rapporto tra ansia e somatizzazione è evidente. Ma come ci spiega il medico francese Gilbert Todjman in un suo testo dedicato alla comprensione delle malattie psicosomatiche, queste ultime si svilupperebbero soprattutto in periodi di crisi. Problemi di lavoro, di coppia, lutti… Alla luce di ciò, la somatizzazione del Coronavirus appare un fenomeno prevedibile in questi momenti.

Somatizzazione del Coronavirus: potrei essere infetto?

La psicologia ha chiarito che nell’attuale contesto è fondamentale non trascurare la salute mentale. Siamo esposti di continuo a una valanga di informazioni associate al COVID-19.

Assorbiamo dati in modo passivo. Vediamo immagini senza battere ciglio. Leggiamo senza filtrare. Ci ha cambiato la vita. Siamo isolati. E cosa peggiore di tutte: non sappiamo cosa succederà domani. Il carico emotivo che scaturisce da questo quadro è immenso. Inoltre, si palesa una realtà innegabile: non abbiamo mai vissuto un’esperienza simile.

La somatizzazione del Coronavirus è un ulteriore effetto della pandemia e ne stanno soffrendo molte persone. Le stesse che contattano il proprio medico di base per descrivere una sintomatologia che rispecchia per filo e per segno il Covid-19.

 

A causa della mancanza di tamponi, è molto probabile che più di una persona stia vivendo in isolamento pensando, in effetti, di avere il virus. Ma è bene chiarire un aspetto: la somatizzazione può generare dolore e stanchezza, ma non febbre. Questo è un indizio che deve aiutarci a distinguere la presenza o meno di un’infezione.

Covid infezione

Controllate la “temperatura” delle proprie emozioni

Anche se il proprio corpo non sta lottando contro la carica virale del COVID-19, la mente sta combattendo un altro nemico: la paura. Abbiamo diritto di provarla, questo è chiaro. Si tratta di un’emozione che ha un suo scopo, ovvero quello di proteggerci dai pericoli e di mantenerci in salvo.

Se ci lasciamo trascinare dall’angoscia più profonda, potrebbe salire la “febbre psicologica”. I pensieri negativi si infiammeranno, assumendo il controllo della nostra realtà. Sopraggiungerà il panico, arriverà il dolore e con esso tutta quella sintomatologia della somatizzazione del Coronavirus.

Dobbiamo imparare a misurare la “temperatura” delle nostre emozioni per evitare che ci portino al limite, che imprigionino il corpo e la salute.

 

Questo è un compito quotidiano, che richiede grandi responsabilità. In caso di disturbi psicosomatici molte persone rifiutano di accettare che il dolore fisico ha un’origine emotiva. E in alcuni casi, continuano trattamenti farmacologici che non servono né aiutano. Diamo la priorità al nostro benessere, alla nostra salute mentale.

  • Ketterer, MW y Buckholtz, CD (1989). Trastorno de somatización. Revista de la Asociación Americana de Osteopatía . https://doi.org/10.3928/0048-5713-19880601-04
  • Löwe, B., Spitzer, R. L., Williams, J. B. W., Mussell, M., Schellberg, D., & Kroenke, K. (2008). Depression, anxiety and somatization in primary care: syndrome overlap and functional impairment. General Hospital Psychiatry30(3), 191–199. https://doi.org/10.1016/j.genhosppsych.2008.01.001