Sovradiagnosi nella salute mentale

13 Marzo 2020
Secondo alcune statistiche, i disturbi mentali sono cresciuti in modo allarmante. Tuttavia, molti pensano che non siano i casi ad aumentare, bensì è cambiato il livello di percezione della diagnosi. Ne consegue che molte persone attualmente assumono farmaci per risolvere dei disturbi clinicamente non significativi.

Il fenomeno della sovradiagnosi nella salute mentale riguarda la tendenza a rendere patologici certi comportamenti che esprimono un semplice malessere. Malessere che non può essere classificato come un disturbo patologico. Ciò si verifica nel campo della psichiatria e porta non solo a diagnosi errate, ma anche ad assumere farmaci quando non è necessario.

La diagnosi è stata a lungo uno degli aspetti più problematici della psichiatria, questo perché è molto soggettiva. È infatti lo psichiatra che, in base alle sue osservazioni e a strumenti inesatti, determina se una persona ha un disturbo oppure un altro. In queste condizioni si possono commettere degli errori che portano a una sovradiagnosi.

D’altra parte, lo strumento più utilizzato e accettato come riferimento per le malattie mentali è il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Questo manuale è frutto del lavoro di un gruppo di psichiatri (quasi tutti americani) e la definizione e l’inclusione di un disturbo sono decise tramite un voto. La sua prima versione comprendeva solo 60 disturbi; l’ultima, più di 500.

“Chi conosce solo la medicina non conosce la medicina.”

-José de Letamendi-

Donna ansiosa che si copre il volto

Casi di sovradiagnosi nella salute mentale?

Tutto ci indica che ci sono diversi casi di sovradiagnosi nell’ambito della salute mentale. Se ci atteniamo all’ultima versione del DSM, gli esperti indicano che il 70% della popolazione avrebbe una qualche malattia mentale e, quindi, che il 70% dovrebbe ricevere un trattamento.

Il DSM-V include presunti disturbi che sono stati messi in discussione anche dai professionisti. Ad esempio, prevede un disturbo chiamato Sindrome di rischio psicotico. Si tratterebbe della possibile presenza di tratti della personalità che renderebbero la persona più incline a sviluppare una psicosi in futuro; dovrebbe pertanto essere trattata con degli antipsicotici.

Se questa è la premessa, tutti potremmo soffrire di questa sindrome. Molti di noi hanno affrontato delle situazioni in cui ci sembrava di impazzire, ma non è accaduto. Il trattamento di un disturbo che potrebbe verificarsi in futuro è assurdo. È come somministrare dei farmaci per l’ipertensione al figlio di un iperteso perché potrebbe sviluppare la stessa patologia.

Un altro esempio, tra i tanti, potrebbe essere quello del Disturbo evitante di personalità con disforia. Per descriverlo in parole semplici, significa essere scontrosi, egoisti e non empatici. Secondo il manuale, anche questo disturbo meriterebbe un trattamento farmacologico quando, ma in realtà spesso si tratta solo di un brutto carattere. Per il DSM-V, se un individuo si sente estremamente triste per più di una settimana dopo la morte di una persona cara, si può formulare una diagnosi di depressione.

Sovradiagnosi nella salute mentale: il disagio e il disturbo

I confini tra salute e malattia mentale non sono così chiari. Dobbiamo partire dall’idea che il concetto di “normale” è molto soggettivo e va associato sempre a un contesto specifico. Bisogna anche sottolineare che l’essere umano vive un certo grado di disagio a causa dell’incertezza della vita.

Non avremo mai tutto ciò che desideriamo e non raggiungeremo mai un equilibrio perfetto. Inoltre, tutti affrontiamo un certo disagio perché sappiamo che morire è inevitabile. Nessuno sfugge alla frustrazione causata dalle circostanze che non possiamo cambiare e tutti abbiamo dentro di noi un certo grado di egoismo e malizia.

È normale attraversare delle fasi in cui proviamo tristezza e altre in cui proviamo ansia. Tutto dipende dalle circostanze. Se ci sono delle cause scatenanti, per alcuni psicoanalisti è perfettamente normale che si verifichino fino a tre episodi di psicosi durante la vita. Quindi, se normali episodi vengono trattati come disturbi, ci troviamo di fronte a un caso di sovradiagnosi.

Uomo che soffre con la mano in testa

Affrontare il disagio e il disturbo

Fino a qualche tempo fa, situazioni come il dolore per la perdita di una persona cara venivano attenuate dalla propria cerchia più intima. La famiglia e gli amici si prendevano cura di parte di quel disagio accettando e considerando normale che ci fosse un momento di sofferenza. Oggi questi meccanismi di supporto si sono indeboliti.

È molto più difficile esprimere il dolore emotivo e spesso chi ne soffre si trova solo ad affrontare le circostanze del caso. Allo stesso modo, basandosi sulla premessa che bisogna sempre stare bene, molte persone non si concedono la possibilità di soffrire. La via di uscita, quindi, è quella di prendere una pillola prescritta dallo psichiatra.

Il farmaco svolge la funzione, positiva o negativa, di aiutare a gestire il disagio individuale e collettivo. La sovradiagnosi è un’arma a doppio taglio. Da un lato, gli psichiatri ortodossi si occupano di un campo molto ristretto di diagnosi e interventi. Dall’altro, c’è chi soffre e si rifiuta di comprendere il proprio dolore e chiede ai medici una sostanza che lo aiuti a inibirlo.

Bianco, A., & Figueroa, P. (2008). Sobrediagnóstico, derechos vulnerados y efectos subjetivos. Ethos educativo, 43, 64-79.