I 5 strati su cui si erige il regno della tristezza

· 7 marzo 2017

A volte ci ritroviamo così, avvolti da un’indefinibile tristezza, in silenzio, con la fronte attaccata al vetro di una finestra e con l’anima in tasca. Non sappiamo molto bene perché si è originato questo stato emotivo, ma quello che notiamo è che non possiamo affrontare la giornata con la vitalità di sempre.

Cosa origina situazioni di questo tipo? Non parliamo di uno stato depressivo, una cosa non sempre ha a che vedere con l’altra, ci riferiamo solo a quelle giornate nelle quali il termometro del nostro stato d’animo scende fino ad uno zero esistenziale. Sono momenti in cui non si presenta nessun entusiasmo, nei quali ci trasformiamo in vagabondi della nostra routine ed in apolidi delle nostre speranze.

“Non possiamo evitare che gli uccelli della tristezza volino sulle nostre teste, ma possiamo impedire che facciano il nido sui nostri capelli”

È bene aver chiara un’idea: la tristezza è una messaggera da saper capire, ma mai un paio di scarpe da calzare in modo permanente. Tuttavia, al giorno d’oggi non ci è permesso essere tristi. Non c’è spazio per questa emozione che agisce come canale del cervello stesso. Siamo quasi “obbligati” a disattenderla e a comportarci come se andasse tutto per il meglio, per vincere l’Oscar alla migliore interpretazione dell’anno dimostrando che siamo immuni alle delusioni, alla frustrazione e allo sconforto.

Ad ogni modo, nessuno può mantenere per molto tempo questa corazza, quest’armatura inespugnabile. Nonostante ognuno di noi abbia accesso ad ogni tipo di informazione, di libro e di pubblicazione, continuiamo a credere che la tristezza sia poco più che un sentimento patologico.  

Sfatiamo una volta per tutte i falsi miti al riguardo, perché questa emozione è inerente a noi in quanto esseri umani, una cosa che dobbiamo capire e che non si cura con la tipica frase “dai, stai su col morale che si vive una volta sola”. La tristezza presenta diversi strati, questi che formano un regno particolare del quale vi parliamo a seguire.

1. La tristezza è un avvertimento

La tristezza si manifesta sempre con una perdita di energia. Non raggiungiamo immediatamente lo stato di sconforto ed appiattimento tipico della depressione, è un processo più lieve, più inavvertito. Proviamo un forte bisogno di raccoglimento interiore che di solito viene accompagnato da una sensazione di apatia ed un’indefinibile stanchezza.

Questa sensazione fisica risponde, in realtà, ad un meccanismo di avvertimento del cervello stesso: ci obbliga a distanziarci dagli stimoli del nostro ambiente circostante per connetterci con il nostro Io interiore. Dobbiamo “indagare” su questo qualcosa che ci dà fastidio, che ci preoccupa, che ci turba…

2. La tristezza ci invita a conservare “risorse”

Bernard Thierry è un biologo e fisiologo che ha studiato per anni questa emozione negativa. Secondo questi, la tristezza produce in noi un piccolo stato di “ibernazione”.

Ci mette in attesa, ci relega all’immobilità e all’introspezione in modo che ci sia possibile riflettere su un fatto concreto. Ma non solo, tramite questo processo, il cervello si assicura di non sprecare tutte le energie in attività che, al momento, non rappresentano una priorità.

L’essenziale è risolvere il malessere, concentrarci su noi stessi. Tuttavia, come già sappiamo, non sempre diamo retta a questo istinto di conservazione. Lo ignoriamo e ci afferriamo alla nostra quotidianità come se nulla fosse.

3. La tristezza come auto-cura

Sono molti gli psicologi che non vogliono etichettare la tristezza come “un’emozione negativa”. Nella nostra fissazione, quasi ossessiva, di etichettare qualsiasi condotta o fenomeno psicologico, a volte perdiamo la giusta prospettiva per analizzare questa realtà.

  • La tristezza non è negativa e nemmeno positiva. Siamo soli davanti ad un’emozione che agisce come un meccanismo di avvertimento, che ci suggerisce cose valide e necessarie come “fermati un attimo ed ascoltati, prenditi cura di te, parla con te stesso e comprendi cosa ti succede”.
  • Per questo motivo, quando un amico, un familiare o il nostro partner ci dice “non so cosa mi succede, sono triste”, l’ultima cosa che dobbiamo dirgli è “su col morale, non è niente”.

La frase più giusta è davvero semplice: “dimmi di cosa hai bisogno”. Questo obbligherà la persona che abbiamo davanti a riflettere sulla radice del suo problema ed approfondire, così, le sue vere necessità.

4. La tristezza come anelito ed ispirazione

La tristezza ha un sapore strano, oscilla tra l’anelito e la malinconia. È mancanza di qualcosa, ci sentiamo così collassati da sentimenti contrapposti, da vuoti e bisogni senza nome che a momenti ci disperiamo.

Spesso si è soliti dire che questa emozione sia la forma di sensibilità più raffinata dell’essere umano, quella che invita molti ad essere più creativi, ad avvicinarsi all’arte, alla musica o alla scrittura per canalizzare tutti questi sentimenti contrapposti.

Tuttavia, e questo è bene ricordarlo, nonostante la tristezza possa ispirare il cuore dell’artista, nessuno può vivere in modo permanente in questo regno di bramosia, malinconia e vuoti nel quale abita l’immaturità emozionale.

5. La tristezza come strategia per il nostro sviluppo psicologico

In questo strato più elevato dei bisogni di Abraham Maslow, si trova l’autorealizzazione personale.

  • Non possiamo dimenticare che questa cima quasi ideale della crescita psicologica ingloba principi basilari quali la stessa autostima ed un’adeguata forza emozionale.
  • La persona che non è capace di intendere, esaminare ed affrontare le sue tristezze opta per la disconnessione nella quale lasciare in mani estranee i propri bisogni, la propria identità.

Comprendere le proprie emozioni e gestire al meglio il proprio universo è un contributo fondamentale per la nostra crescita psicologia, per questo è bene smettere di associare la tristezza a termini quali debolezza o vulnerabilità.

Dietro ad ogni persona che individua ed affronta la tristezza, si nasconde un vero eroe.

Immagini per gentile concessione di Amanda Clark