Terapia del sonno, perché non se ne fa più uso?

Attualmente sono pochissimi gli psichiatri che impiegano la terapia del sonno per trattare i disturbi mentali. Sebbene tale tecnica abbia dimostrato una certa efficacia, comporta anche dei rischi che vanno tenuti in considerazione.
Terapia del sonno, perché non se ne fa più uso?

Ultimo aggiornamento: 11 dicembre, 2020

La terapia del sonno è in realtà una tecnica molto antica, che è stata formalizzata come trattamento solo agli inizi del XX secolo, principalmente in Russia. Tale terapia ha mostrato risultati incoraggianti con patologie quali schizofrenia, depressione, ansia, dipendenze e altri disturbi.

Attualmente, la terapia del sonno non rientra nei trattamenti convenzionali, sebbene non sia del tutto scomparsa. Alcuni pazienti continuano a usarla e alcuni psichiatri la impiegano ancora in una forma particolare.

La terapia del sonno si rivela efficace nel trattamento di svariati disturbi mentali. Ciò nonostante, il Chelmsford Hospital in Australia ha riportato la morte di 25 pazienti tra il 1963 e il 1979  proprio a seguito dell’uso di questa terapia. Tale evento ha portato a escluderla come opzione terapeutica in gran parte del mondo.

“Una bella risata e un lungo sonno sono le migliori cure nel libro del medico”.

-Proverbio irlandese-

Donna addormentata.

In cosa consiste la terapia del sonno?

Una delle principali manifestazioni dei disturbi mentali è la difficoltà ad addormentarsi. Allo stesso tempo, il sonno profondo e ristoratore aiuta a recuperare in gran parte la stabilità mentale. Una virtù del riposo ben nota fin dalle origini della psichiatria e della psicologia e che ha favorito lo sviluppo della terapia del sonno.

Quest’ultima può essere definita come un trattamento nel quale si induce il sonno profondo in una persona affetta da disturbo mentale. Viene definita come “terapia intensiva” della psichiatria, in quanto il paziente interessato viene fatto dormire ininterrottamente per 5 – 9 giorni. Lasso di tempo che può essere esteso fino a tre settimane.

Il paziente viene mantenuto addormentato attraverso la somministrazione di diversi farmaci che inducono tale effetto. Chi si sottopone a questa terapia si sveglia solo per brevi periodi per mangiare ed eseguire i propri bisogni fisiologici. Per quanto ne sappiamo, il primo a utilizzare questa tecnica è stato MacLeod nel 1900.

Tuttavia, l’ufficializzazione del trattamento è ascrivibile a Jakov Klaesi che la impiegò nella clinica Burghölzli in Svizzera. Le diede il nome di “cura del sonno prolungato” o “narcosi prolungata”, ma divenne presto popolare come terapia del sonno.

I contributi di questa terapia

La terapia del sonno iniziò ben presto a guadagnare prestigio ed è stata impiegata in quasi in tutto il mondo. Si è rivelata particolarmente efficace nella stabilizzazione di persone che attraversano periodi turbolenti. Risultava evidente che i farmaci usati per sedarli e mantenerli dormienti per un considerevole lasso di tempo restituissero loro una certa stabilità al risveglio.

Alcuni stati mentali provocano una sovra-attivazione di dopamina, adrenalina e noradrenalina. In tal senso, sia il sonno in quanto tale sia la somministrazione di sonniferi in modo continuativo riportano il cervello alle normali condizioni di funzionamento.

Le persone in stato di forte eccitazione nervosa sono particolarmente sensibili a qualsiasi stimolo ambientale. Durante il sonno i fattori esterni alla base del disturbo vengono soppressi; così come la coscienza, pertanto l’attivazione si riduce e tende a normalizzarsi.

Uomo addormentato su un fianco.

Effetti collaterali e rischi

Fin dagli esordi, i terapeuti hanno riportato una serie di effetti collaterali legati a questo trattamento. Lo stesso Klaesi riportò la morte di 3 dei 26 pazienti a cui applicò tale metodologia. Analogamente, molti dei suoi successori hanno riferito effetti indesiderati quali aumento della temperatura corporea, ritenzione urinaria, disfagia, disturbi motori e della parola.

I farmaci somministrati vennero cambiati più volte e tutto sembrò andare meglio. Tuttavia, la terapia richiede cure infermieristiche continue e monitoraggio medico costante, motivo per cui la sua applicazione risulta difficile.

Il monitoraggio dei pazienti è molto impegnativo. Ed è soprattutto per questo motivo che la terapia del sonno è caduta gradualmente in disuso con la comparsa dei primi farmaci neurolettici.

Il colpo di grazia, però, è arrivato dopo la pubblicazione del rapporto del Chelmsford Private Hospital (Australia), che riportava il decesso di 25 pazienti tra i 1115 trattati con la terapia del sonno nell’arco di 15 anni. L’anno successivo, la terapia è stata vietata sia in Australia sia in Nuova Zelanda.

Nonostante ciò, la terapia del sonno continua a essere applicata in molte parti del mondo. Si è inoltre riscontrato che molte delle morti avvenute erano correlate a problematiche cliniche non legate al trattamento.

A ogni modo, l’applicazione di questa terapia viene effettuata esclusivamente in centri specializzati ed è condotta da professionisti qualificati.

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  • Stucchi-Portocarrero, S., & Cortez-Vergara, C. (2020). La cura de sueño en la historia. Revista de Neuro-Psiquiatría, 83(1), 40-44.