Terapia dell’accettazione e dell’impegno

3 maggio 2018 in Psicologia 0 Condivisi
Donna con foulard al vento che pensa alla terapia dell'accettazione e dell'impegno

“Ho bisogno di motivazione per continuare a lavorare”, “Senza amore non posso andare avanti” oppure “Devo assicurarmi che otterrò quello che voglio per poter andare avanti”. Sono frasi familiari che tutti noi abbiamo detto in alcune occasioni e che indicano un profondo grado di malessere. La terapia dell’accettazione e dell’impegno può esserci d’aiuto in questi casi.

Queste espressioni sono nocive e non aiutano a risolvere i nostri problemi, in quanto implicano che vi sia un prerequisito e che se non lo soddisfiamo non potremo andare avanti. In questi casi diamo un valore causale esplicito al contenuto del pensiero e del sentimento, oltre a notare come negativi alcuni contenuti o eventi privati ​.

“Ricordate i momenti in cui la vostra convinzione che una determinata situazione non avesse alcun senso, era ciò che vi permetteva di viverla liberamente, intensamente, e di imparare dall’esperienza stessa…”

-L. Wittgenstein-

La terapia dell’accettazione e dell’impegno, (ACT) non è una tecnologia nuova o recente, anche se si tratta di una terapia di terza generazione. È stata sviluppata nel corso di quasi 25 anni, anche se la sua popolarità è recente.

La terapia dell’accettazione e dell’impegno è una forma di psicoterapia comportamentale e cognitiva basata sulla teoria del tratto relazionale del linguaggio e sulla cognizione umana. Rappresenta un punto di vista sulla psicopatologia che sottolinea il ruolo dell’evitamento esperienziale, della fusione cognitiva, dell’assenza o dell’indebolimento dei valori e della rigidità o inefficacia comportamentale conseguente alla comparsa e allo sviluppo della stessa.

Donna triste che guarda fuori dalla finestra

Secondo la terapia dell’accettazione e dell’impegno, uno dei problemi del paziente è che confonde la soluzione con il problema. La persona interessata segue un modello di vita in cui rifugge deliberatamente eventi privati​​ (pensieri e sentimenti) con funzioni verbali avversi (classificate come sofferenza, angoscia, ansia, depressione, ecc.) e ottiene così solo l’amplificazione dei sintomi.

Cosa significa tutto questo? Il lettore che ha familiarità con la psicologia capirà questi termini senza problemi. Tuttavia, per gli altri può essere più complicato. Cercheremo di chiarire questi termini, per quanto possibile.

Principi della terapia dell’accettazione e dell’impegno

Evitamento esperienziale

Il dolore è una parte inseparabile della vita umana, ma la sofferenza è “un’altra storia”. Sentirsi male è uno stato che tutti noi vogliamo evitare o dal quale vogliamo fuggire. Quindi ci impegniamo a fondo per annullare il prima possibile le emozioni e i sentimenti negativi.

Tutti noi tendiamo a evitare la sofferenza, in misura maggiore o minore (a meno che non ci siano ricompense secondarie molto potenti: qualcuno potrebbe desiderare di essere “un po’ malato” per ricevere attenzioni), e questo è logico e desiderabile. Tuttavia, ci sono momenti in cui il prezzo da pagare diventa molto alto, poiché sbagliamo approccio.

La cosa importante è “agire” quando l’evitamento della sofferenza non è una soluzione valida. Una volta fatto, saremo disposti a imparare a fare “spazio psicologico” per le reazioni private ​​in apparenza negative. In altre parole, quando ci accorgiamo che serve a ben poco dedicare tutte le nostre risorse per evitare la sofferenza (il che non significa che si debba cercarla), saremo in grado di accettarla.

“L’individuo inizia il suo cammino di libertà allorquando distingue tra ciò che dipende esclusivamente da lui e ciò che non dipende esclusivamente da lui. Solo dopo aver accettato questa regola fondamentale e aver imparato a distinguere tra cosa siamo in grado di controllare o no, avremo accesso alla calma interiore e all’efficacia esteriore”.

-Epiteto-

Fusione cognitiva

La fusione cognitiva è il concetto più astratto che affronteremo in questo articolo relativo alla terapia dell’accettazione e dell’impegno. Per capirlo, possiamo pensare alla nostra mente (linea di pensiero) come a una radio. Una radio che può dirci come ci sentiamo o se quello che facciamo è sufficiente o meno per raggiungere un determinato obiettivo. Può anche schiacciare la nostra autostima affermando che non andiamo abbastanza bene per piacere a qualcuno. Molte delle nostre radio inviano questi messaggi.

Il problema si verifica quando “fondiamo” questi messaggi con la realtà, quando diamo essi questo status, quando pensiamo che ciò che dice la nostra radio è necessariamente vero. Da ciò deriva l’importanza del meta-pensiero, del riflettere sul nostro modo di pensare e aggiustarlo, del capire che ciò che la nostra voce interiore ci dice resta comunque una voce, come le tante che esistono in un dibattito radiofonico.

D’altra parte questa radio può esserci utile, poiché può darci informazioni (alla radio i dibattiti non sono solo di opinione, ma anche informativi, e lo stesso accade nella nostra mente). Ci puoi dire se farà caldo, dandoci anche la sua opinione se vale la pena di uscire o meno, ma rimane un consiglio che possiamo seguire o meno. Questa radio, tornando alla psicologia, può dirci che in una festa ci saranno delle tensioni, può anche consigliarci di non andare, ma saremo noi a decidere. In questo senso nella terapia è molto importante separare la fusione che si è verificata tra quello che dicono la radio e le nostre probabilità di azione.

Donna con pensieri negativi

I valori

La terapia dell’accettazione e dell’impegno attribuisce una particolare importanza ai valori. Che una persona valuti, ad esempio, un oggetto particolare come brutto o bello, dipende soprattutto dai precedenti storici di questa persona nella corrispondente cultura.

Percepiamo dei cambiamenti in queste valutazioni nelle varie culture o nel corso del tempo. È opportuno iniziare a capire che molte delle nostre risposte di qualificazione (quali brutto/bello, buono/cattivo, divertente/noioso) avrebbero potuto essere completamente diverse se fossimo nati in un altro tempo o in un altro luogo. Lo stesso è applicabile ai valori, soprattutto quando ci concentriamo sui loro limiti o affrontiamo dilemmi morali.

Rigidità comportamentale

Questa espressione è più semplice da definire. Consiste nell’eseguire sempre le stesse azioni in mancanza di un repertorio più ampio. Vale a dire che molte volte giriamo in tondo allo stesso problema senza mai arrivare a una soluzione efficace. Secondo la terapia dell’accettazione e dell’impegno, questo si deve al fatto che non abbiamo altre “soluzioni” per affrontare i problemi né le cerchiamo.

Disturbi che appaiono cercando di evitare la sofferenza

Abbiamo definito l’evitamento esperienziale. Sono molte le persone che cercano di evitare quello che causa loro malessere in forma cronica e generalizzata, e che quindi vivono una vita molto limitata. Questo schema finisce per estendere la sofferenza a molti ambiti della loro vita.

Queste persone vivono coinvolte in un tale schema di evitamento con un altissimo costo personale, che ad esempio impedisce loro di raggiungere molti obiettivi. È in queste circostanze che si parla di disturbo da evitamento esperienziale.

La cultura occidentale e chi la trasmette, la famiglia, incoraggiano la ricerca di eventi privati​​ (pensieri, sentimenti o sensazioni) “corretti” o “appropriati”. Ad esempio, viene alimentata la convinzione che affinché vada tutto bene e sia possibile avere successo, è necessario che ci sia uno specifico stato motivazionale o emotivo oppure uno specifico modo di pensare a sé stessi.

Il problema nasce quando nel fare ciò la persona ha effettivamente successo e cerca di raggiungere uno stato personale che gli è stato insegnato essere determinante per ottenere quello che ha ottenuto. Per fare un esempio un po’ estremo, immaginiamo un uomo che ha vinto la lotteria. Gli è stato sempre insegnato che il denaro deriva dal lavoro e che se vuole essere ricco dovrà lavorare sodo. Anche se è ricco, dunque, continua a spaccarsi la schiena per soddisfare questa associazione. È come se per molti il ​​successo, quello che stanno cercando, valesse solo se prima c’è stata una sofferenza. In modo che quando lo raggiungono, continuano a cercarlo.

L’evitamento, al contrario, immerge il soggetto in un altro tipo di circolo. In questo caso la persona voleva avere successo, ma non ha vinto la lotteria, al contempo per lei il lavoro rappresenta una sofferenza che vuole sfuggire, cosicché rinuncia al successo perché capisce che lavorare (soffrendo) è l’unico modo per raggiungerlo. In questo modo, finirà bloccata in un’altra sofferenza: non avere quello che desidera.

Uomo triste che guarda fuori dalla finestra pensando ai suoi problemi nell'esprimere emozioni

In realtà la soluzione è il problema

Tuttavia, purtroppo, i fatti dimostrano che il risultato ottenuto è in contrasto con lo scopo perseguito dalla persona: nonostante tutti gli sforzi fatti per evitare la sofferenza, continua ancora a soffrire. Così questo schema di evitamento diventa paradossale.

Detto questo, ci troveremmo davanti a una soluzione che in realtà è il problema. È proprio questa la questione: un modello di vita che include il fuggire deliberatamente da malessere, sofferenza e ansia e che non fa altro che causare malessere, sofferenza e ansia.

“L’amore causa sofferenza perché lo si può perdere, ma rifiutare l’amore per evitare la sofferenza non risolve il problema, perché si soffre perché non lo si ha. Quindi, se la felicità è amore, e l’amore è sofferenza, allora, dico io, la felicità è anche sofferenza. Le due facce dell’amore…”

-W. Allen-

Il disturbo da evitamento esperienziale si verifica quando una persona non è disposta a entrare in contatto con le proprie esperienze personali di valenza negativa (siano esse stati o sensazioni, pensieri o ricordi). Le emozioni “indesiderate”, come la rabbia o la tristezza, possono essere un esempio di esperienza personale negativa.

Così nel disturbo da evitamento esperienziale, la persona tenta di modificare l’origine, la forma o la frequenza di tali esperienze in modo che non accadono. Immaginiamo, per esempio, una persona con uno stato emotivo in cui predomina la tristezza. Un atteggiamento comune in questa situazione è trattare la tristezza come una mosca: si cerca di scacciarla agitando le mani. In presenza di una strategia così impulsiva e sbagliata, la mosca continuerà a infastidirla. Ebbene, accade lo stesso con la tristezza.

In questo senso ci diamo il permesso di sentirci in quel modo. Spesso dimentichiamo che le persone “devono” essere tristi di tanto in tanto per il semplice fatto di essere persone. Quando evitiamo questa esperienza, diventa più intensa perché tutto ciò che evitiamo o a cui ci opponiamo persiste.

Vantaggioso a breve termine, dannoso a lungo termine

Spesso questo modello comportamentale è in apparenza efficace a breve termine, perché allevia l’esperienza negativa. Tuttavia, divenendo una modalità cronica e generalizzata, estende le esperienze negative e finisce per limitare la vita della persona.

In altre parole, una persona finisce per andare contro a quello che ha valore per sé, con il suicidio come caso estremo di evitamento esperienziale. La natura paradossale del disturbo da evitamento esperienziale risiede proprio nel fatto che la persona che lo subisce è coinvolta nel fare quello che pensa di dover fare per eliminare la sofferenza (investendo tempo e sforzi per questo obiettivo).

Tuttavia, a lungo termine quello che la fa soffrire è sempre più presente e la sua vita sempre più chiusa. Si vede impossibilitata a ottenere gli obiettivi e i valori per lei importanti.

Applicazioni della terapia dell’accettazione e dell’impegno

Un’analisi degli studi pubblicati sulla terapia dell’accettazione e dell’impegno sembra dimostrare che i disturbi per i quali è stato raccolto un maggiore corpus scientifico sono in ordine:

  • Disturbi da ansia
  • Dipendenze
  • Disturbi dell’umore
  • Quadri psicotici

Donna con ansia

È del tutto possibile che questa efficacia differenziale abbia a che fare, da un lato, con l‘accento che la ACT pone sull’accettazione – una componente sicuramente necessaria di fronte a esperienze associate al dolore emotivo (ansia, depressione, lutto, disturbo post-traumatico da stress, ecc.). E dall’altro, con il rafforzamento dell’impegno personale – che a sua volta sembra cruciale per affrontare i disturbi che coinvolgono i comportamenti che mettono in pericolo la salute (pratiche sessuali a rischio, alcool e droghe, ecc.).

Fare in modo che il paziente prenda le dovute distanze e metta in discussione i suoi pensieri e le sue idee può essere basilare per il trattamento di qualsiasi scoppio psicotico. È importante notare, tuttavia, che la popolazione che può trarre vantaggi da questa terapia si limita agli adulti verbalmente competenti.

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