Il problema non è la transessualità, ma l’odio verso ciò che è diverso

19 aprile 2017 in Psicologia 290 Condivisi

La transessualità non è un problema. Non lo sarebbe se non esistessero persone dalla mente offuscata che tentano di indottrinarci, imponendoci come amare, cosa provare e persino come vivere la nostra identità di genere. Come se questa fosse una scelta. Il vero problema è, molto semplicemente, l’odio verso ciò che è diverso.

In qualche modo, fin da quando si è sviluppato il concetto di società e l’altrettanto discusso concetto di “civilizzazione”, l’essere umano si è sempre impegnato nello stabilire ferrei “noi” da contrastare a “gli altri”, come direbbe il recentemente scomparso Tzvetan Todorov. L’accettazione della diversità umana, della libertà culturale, religiosa o sessuale, è un tema in sospeso che in molti si rifiutano di conoscere, come se l’esistenza di opzioni diverse fosse un attacco alla propria persona.

 “Nulla è più intenso della terribile sensazione di vedersi strappare la propria identità”

-Alejandra Pizarnik”

Un esempio di questo è avvenuto di recente in Spagna, dove un gruppo ultra-cattolico chiamato “HazteOír” (fatti sentire) è partito da Madrid a bordo di un furgone riportante lo slogan “I bambini hanno il pene. Le bambine hanno la vagina. Se nasci uomo, sei uomo. Se sei donna, continuerai ad esserlo”, il cui unico scopo era quello di indottrinare la popolazione sul tema dell’identità di genere.

Questo motto puramente transfobico, bigotto e discriminatorio ha avuto un forte riscontro su tutti i media spagnoli e internazionali, lasciando nessuno indifferente.

Sesso assegnato vs identità sessuale sentita

Oggi nel nostro articolo vi parliamo di Trinity Xavier Skeye, una bellissima e felice bambina di dodici anni che vive nel Dalaware, USA. Ebbene, quello che non tutti sanno quando guardano questa bambina dagli occhi grandi e i capelli colorati è che all’età di quattro anni ha tentato il suicidio.

 “Devi imparare ad amare in modo tale che l’altro si senta libero”

-Thich Nhat Hanh Spain-

Trinity è nata con il pene e, stando alle norme della società, è stata cresciuta, vestita e orientata in base al suo sesso. Il sesso assegnato. Tuttavia, a tre anni ha confessato a sua madre di stare male, molto male: lei era una bambina, non un bambino. La sua famiglia non volle dare eccessiva importanza a quelle idee, e come biasimarli se in fondo si trattava solo di un bambino di tre anni?

Trinity Xavier Skeye, 12 anni

Ebbene, quando quel bambino così piccolo ha compiuto il quarto anno d’età, è entrato in un mutismo assoluto ed ha cominciato a mangiare i suoi vestiti maschili, quelli che secondo gli altri doveva indossare a tutti i costi. Più tardi, Trinity ha tentato di tagliarsi il pene. Gli obblighi dei suoi genitori erano per lei un NO alla vita, un NO categorico che la costringeva ad esistere in un corpo che, più che un involucro fisico, era per lei una prigione.

Quando gli psicologi infantili ricevettero Trinity, capirono subito che il problema non era la bambina. La prima cosa che fecero fu di dire alla piccola che non c’era nulla di sbagliato in lei – l’errore lo stavano commettendo i genitori. Furono molto chiari e diretti nel porgere ai genitori la seguente domanda: “Cosa preferite, una figlia felice o un figlio morto?

Oggi, Trinity è la prima minore ad aver ricevuto un trattamento medico sovvenzionato dallo stato del Delaware. Sua madre, DeShanna Neal, è sostenitrice in tutto e per tutto di sua figlia, e ha confessato di essersi pentita di non averla aiutato alla prima richiesta di aiuto. La donna ha anche capito l’importanza di non trattare i bambini a seconda del sesso assegnato loro biologicamente, bensì in base all’identità sessuale sentita.

La transessualità e l’intersessualità

È da anni ormai che le persone che non si sentono in armonia con un’assegnazione tradizionale del sesso pretendono maggiore visibilità, una visibilità ben distante dai classici luoghi comuni offensivi e dalla diffusione di informazioni scadenti.

Un esempio di questo è riscontrabile nei bambini intersessuali. Essere intersessuale, è bene sottolinearlo, non equivale ad essere ermafroditi. L’intersessualità si verifica quando c’è una discrepanza tra il sesso genetico, quello delle gonadi, e quello dei genitali; un fenomeno che caratterizza, secondo la OMS, l’1% della popolazione.

Jonathan, 8 anni

Un esempio di questo lo vediamo in Jonathan. Ha otto anni, ma da quando ne aveva due e mezzo, sa con chiarezza di essere allo stesso tempo un bambino ed una bambina. La sua famiglia ha dovuto superare i pregiudizi psicologici e sociali per accettare una realtà che riguardava un fattore indiscutibile: la felicità del proprio bambino. Perché chi ama, chi rispetta e guarda come prima cosa il benessere di un bambino, supporta, accetta e aiuta.

Attualmente, Jonathan passa le sue vacanze in un campo estivo “arcobaleno” nella baia di San Francisco, in California. Qui i bambini possono esprimere liberamente la propria felicità di genere, ed è qui che il piccolo può divertirsi mascherandosi come il suo animale preferito: l’unicorno.

È ora di ridefinire il concetto di genere

Nella nostra società non deve esistere nessuna “Inquisizione Gay”, come vorrebbe il gruppo “HazteOír”. Non devono esistere nemmeno comunità, scuole o famiglie che cerchino, per capriccio, di confondere i bambini orientandoli verso un’identità di genere specifica, sempre come spera il gruppo ultracattolico spagnolo diffondendo polemica e affronti. Nulla di tutto questo deve essere vero per un motivo molto semplice: l’identità di genere non si sceglie.

Nessun bambino si sveglia un giorno decidendo di essere una bambina come se si trattasse di decidere tra un vestito e un altro; nessuna bambina sceglie per capriccio di diventare bambino soltanto per cambiare stile. Perché il genere non è un colore, un sapore o un paio di scarpe da togliere o indossare a seconda dello stato d’animo.

 “La violenza è l’ultimo rifugio dell’incompetente.”

-Isaac Asimov-

Oggigiorno, la maggior parte della popolazione sa che non è possibile coniugare i termini «maschile» e «femminile» con totale chiarezza e trasparenza. Il sesso è un concetto basato su cromosomi (X e Y), sull’anatomia (genitali esterni e organi sessuali interni), sugli ormoni e, soprattutto, su quell’elemento psicologico che consente ai bambini di sapere, fin da piccolissimi, a quale identità di genere appartengono.

Ciò spiega come mai sia sempre maggiore il numero di famiglie che richiede che nei centri educativi i figli vengano trattati a seconda della loro “identità sessuale sentita” piuttosto che in base al “sesso assegnato”. I bambini, qualunque sia la loro identità, devono essere accettati.

Se continueremo a celebrare il rifiuto, la differenza, il “se nasci uomo, sei uomo, se sei donna continuerai ad esserlo”, non faremo che alimentare l’odio e consentire il ripetersi di fatti traumatici ed imperdonabili come quello successo a Leelah Alcorn, giovane transessuale che si è tolta la vita pochi mesi fa gettandosi sotto a un camion in Ohio, perché i suoi genitori non la accettavano.

Occorre prendere una posizione. Cerchiamo di capire che il mondo non si divide in fiocchi rosa o azzurri, che forse è arrivato il momento di ridefinire il concetto di genere. Che lo si voglia o meno, termini come transgenico, cisgenico, genere non-binario o queer gender delineano una realtà sociale inarrestabile e assolutamente normale che bisogna imparare a riconoscere e sostenere.

Sta a noi creare un mondo più giusto.

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