Trappola del messia: ci siete mai caduti?

· 28 gennaio 2018

Se il livello di coinvolgimento di una persona verso un’altra è eccessivo (in termini di intensità o frequenza), si corre il rischio di cadere in ciò che alcuni autori chiamano la trappola del messia: amare e aiutare gli altri dimenticandosi di amare e aiutare se stessi.

La trappola del messia viene alimentata da persone che si fanno coinvolgere troppo dalla sofferenza altrui, con lo slogan: “se non lo faccio io, non lo farà nessuno”. In questo senso, se teniamo conto solo dei punti di vista, dei desideri e delle emozioni altrui, la convivenza diventerà impari.

Mettersi nei panni degli altri non vuol dire trasferirsi in questi panni. In qualche modo, questo viaggio empatico è necessario per comprendere l’altro, ma può anche essere davvero pericoloso quando vi restiamo intrappolati.

Le persone convinte che i bisogni altrui abbiano sempre la precedenza sui loro lasciano che gli altri condizionino le loro stesse azioni e trascurano se stesse. Il problema è che tale mancanza di attenzione per la loro persona non può essere sostituita dalle attenzioni che offrono agli altri; avrebbero bisogno che gli altri offrissero loro maggiori attenzioni per non notare tale mancanza. Una cosa che poche volte si verifica.

Non abbiamo bisogno tanto dell’aiuto degli altri, quanto del poter contare su tale aiuto.
Persona che aiuta l'altra

Trappola del messia: dimenticarsi di se stessi per accudire gli altri

Per le persone cadute nella trappola del messia, accudire diventa il loro modo di offrire amore. Nessuno impone loro di dover accudire gli altri, ma di solito si trovano molto bene con persone che cercano o hanno bisogno di ricevere cure, cadendo più e più volte in relazioni personali squilibrate e alimentando le dipendenze.

Quel momento in cui la nostra vita inizia a diventare l’ultima cosa di cui ci prendiamo cura, preoccupandoci invece sempre degli altri, coincide con il momento in cui affrontiamo un vero conflitto interiore, sentimenti di confusione, angoscia costante e, in alcuni casi, persino stati di depressione perché non riusciamo a far tutto.

Per non cadere in questi stati emotivi negativi, è positivo ricordare che i bisogni altrui devono essere soddisfatti da loro stessi e, nonostante non vi sia niente di male nell’aiutarli se è nelle nostre possibilità, sono loro alla fine a dover ottenere il risultato e sempre su di loro ricade tale responsabilità. Se vogliamo offrire agli altri un vero aiuto, dobbiamo necessariamente accudire noi stessi prima di tutto, altrimenti non potremo contare sulle forze necessarie per renderci davvero utili.

Ogni volta che dimentichiamo noi stessi, smettendo di fare qualcosa che ci piace per fare qualcosa che piace agli altri, ravviviamo sentimenti di colpa o sofferenza. Cosa ci spinge a preoccuparci sempre dei bisogni di chi ci sta intorno? L’amore, la paura di essere rifiutati, la necessità di riaffermarci o di essere riconosciuti, il senso di colpa….?

Cercare di far bella figura con tutti, anteporre le idee altrui alle nostre, fare dei favori che non ci vanno a genio e che abbiamo persino una buona ragione per non fare, non chiedere mai aiuto agli altri per non disturbare, prendersi cura di altre persone, ma non di noi stessi… sono i comportamenti che si manifestano quando ci prendiamo cura degli altri per paura, per senso di colpa o per il bisogno di ricevere un riconoscimento. È in questi momenti che cadiamo nella trappola del messia e, in tale caduta, possiamo subire danni considerevoli.

Donna triste che guarda fuori da finestra

Insegnamento buddista sulla trappola del messia

“Un monaco, imbevuto della dottrina buddista dell’amore e dell’empatia nei confronti di tutti gli esseri viventi, nel corso del suo pellegrinaggio trovò una leonessa ferita e affamata sul suo cammino, talmente debole che non riusciva neanche a muoversi. Attorno a essa, i cuccioli appena nati piangevano cercando di estrarre una goccia di latte dalle sue aride mammelle. Il monaco comprese perfettamente il dolore, l’abbandono e l’impotenza della leonessa, non solo per se stessa, ma soprattutto per i suoi cuccioli. Allora, si sdraiò accanto a lei, offrendosi di essere divorato per salvare le loro vite.”

La storia buddista mostra con chiarezza il rischio a cui ci espone un eccessivo coinvolgimento con la sofferenza altrui. Un rischio visibile in questo grande carico sotto al quale camminano le persone che rare volte guardano dentro di sé e che spesso trascurano il loro bisogno di aiuto. Abbandonate e ferite, disposte a dare tutto l’amore che hanno a disposizione e a non mettere niente da parte per se stesse, finché questo stesso vuoto non le porta pian piano verso la fine, senza accorgersi nemmeno che è proprio questo a farle soffrire.