Trovare ispirazione nel fallimento

· 21 aprile 2016

Commettere uno sbaglio è per molti un peccato capitale. Il fallimento merita una sanzione che va da dura a molto dura, in base a quanto sia rigido colui che valuta la situazione o a quanto disastrose sono state le conseguenze. Senza questo castigo, si capisce che non vi è la giusta motivazione per imparare e che, inoltre, si permette alla pigrizia di allontanare una possibile volontà di porre rimedio al danno.

Gli errori non sono del tutto negativi, come vorrebbero farvi credere. È quello che fate con gli errori che ne determina il senso, è dove li collocherete nella coscienza che determinerà il ruolo che giocheranno nel vostro futuro. In un modo o nell’altro, nelle vostre mani risiede il potere di assegnare agli errori uno spazio in cui si possano sommare o sottrarre.

Il fallimento è un vero fallimento?

Quando qualcosa non va come vorremmo, si hanno due opzioni: alzare le mani e non riprovarci oppure usare l’errore come ponte per proseguire e aggirare l’ostacolo. La differenza può sembrare molto semplice in teoria, ma a volte non è facile da mettere in atto.

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Per molti anni, l’errore e il fallimento sono stati demonizzati e messi accanto alle cose “cattive”, quando in realtà possono essere anche considerati degli amici. Tutto dipende dall’atteggiamento che avrete dopo esservi sbagliati. Continuerete a commettere ancora gli stessi errori o imparerete da quel passo falso per evitare di ripeterlo?

Il primo passo è il più difficile. No, non si tratta di sbagliarsi, è la cosa più facile del mondo. Siamo persone e non possiamo essere sempre perfetti. La cosa difficile, e sulla quale bisogna lavorare, consiste nel riconoscere gli errori.

La visione sbagliata del fallimento è antica

Nel corso della storia, milioni di persone hanno avuto successo con i propri progetti. Ma se ci mettiamo ad analizzare le loro carriere, ci renderemo conto che prima hanno fallito e non una, ma tante volte; a partire da Stephen King fino a Steve Jobs, continuando con Axl Rose e Orson Wells…tutti hanno commesso sbagli ed errori.

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Anche Thomas Edison, grande inventore, a scuola aveva fama di essere poco produttivo e privo di idee! Possiamo basarci sull’inventore della lampadina per capire perché gli errori e i fallimenti del passano non dovrebbero modificare né assopire la nostra voglia di progredire e di procedere nella vita.

Accettare le cadute e i fallimenti

È facile a dirsi, non altrettanto da mettere in atto. Tutti abbiamo modelli di comportamento, una certa tendenza all’azione che è molto difficile da modificare. Perché? Per due motivi molto semplici: perché li abbiamo ripetuti talmente tante volte da farli diventare automatismi e perché abbiamo trovato una certa sicurezza in queste azioni. Fanno parte della nostra zona di comfort.

Per esempio, se conoscete un istruttore di guida e gli chiedete se preferisce insegnare ad alunni che hanno già guidato prima di fare il corso o alunni che non hanno mai guidato, probabilmente vi risponderà che preferisce gli alunni senza esperienza. Perché? Perché gli alunni che non hanno mai guidato non hanno avuto neanche la possibilità di acquisire cattive abitudini, quelle che praticamente tutti acquisiamo quando accumuliamo una certa esperienza.

In questo modo, i nuovi alunni dovranno imparare, quelli che invece sanno già fare dovranno re-imparare. Succede lo stesso anche ai nostri insegnanti, professori e agli istruttori di varie discipline e, ovviamente, anche a noi. Provate, per esempio, a cucinare un piatto in un modo diverso da quello che siete abituati o ad aprire la porta girando la chiave con la mano diversa dal solito.

Tuttavia, non si tratta di cambiare tanto per farlo, piuttosto di cambiare le cose negative e conservare quelle positivePer imparare dagli errori, bisogna capire dove si trovano. Molte volte, non vediamo l’errore in sé, ma solo il prodotto del nostro fallimento e dobbiamo capire a che punto del processo abbiamo commesso un passo falso.

Imparare dagli errori

In fine, per imparare dagli errori c’è bisogno di una certa capacità a dissociare. Vuol dire, ammettere di aver commesso un errore, ma anche che quel fallimento non è parte di noi e non ci determina. Siamo stati noi a mentire, ad arrivare in ritardo o ad aver messo tutto in disordine, ma non per questo siamo bugiardi, ritardatari o disordinati.

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È questo ultimo passo a permetterci di usarli per quello che sono senza che possano ferire la nostra autostima.

Dobbiamo pensare che il successo senza i fallimenti è tanto improbabile quanto una vincita alla lotteria. In genere, è il risultato di un processo che comprende passi in avanti e passi indietro, ma che ha anche una dinamica e una motivazione costante. L’errore deve essere, contro tutto ciò che ci dice l’intuizione, il lubrificante che permette a tutto di fluire con intelligenza, perché “nessun mare calmo ha mai reso esperto un marinaio”.