Violenza verbale durante l’infanzia

· 11 luglio 2018

La violenza verbale durante l’infanzia mina l’autostima dei più piccoli. Tuttavia, non siamo coscienti delle conseguenze, perché a volte tendiamo a confonderla con l’uso di parole sgradevoli. Invece, va ben oltre.

La violenza verbale è un attacco diretto al sentimento di valore proprio della persona che lo riceve, in questo caso i bambini. Violentare attraverso le parole significa anche violentare a livello psicologico. Secondo i dati della National Child Traumatic Stress Network (NCTSN), di fatto, la violenza psicologica è la forma più frequente di abuso.

È molto importante, in quanto genitori, fare attenzione a quello che diciamo ai nostri figli. È fondamentale dunque verificare la nostra forma comunicativa e, soprattutto, il modo in cui presentiamo loro gli errori.

Perchè la violenza verbale durante l’infanzia lascia il segno?

Il motivo per cui la violenza verbale lascia un segno significativo risiede nel fatto che l’infanzia è un momento molto critico della fase evolutiva. Il sistema nervoso e il cervello sono molto vulnerabili a qualsiasi stimolo dell’ambiente circostante, dunque tutto ciò che accade all’esterno influisce, in un modo o nell’altro, sul bambino.

Secondo J. Pinel, il processo di neurosviluppo trascorre dal concepimento fino al periodo fetale, continuando nel periodo post-natale e senza fermarsi fino all’età adulta. Allora, è naturale che i bambini si trovino in una fase di esposizione ai danni neuropsicologici.

Bambino volto triste

D’altra parte, uno studio riporta che la violenza verbale può provocare disturbi dell’attenzione e della memoria, difficoltà di linguaggio e sviluppo intellettivo, insuccesso scolastico.

“Alterazioni cerebrali di tipo funzionale e strutturale sembrano spiegare il funzionamento neuropsicologico futuro in persone vittime di violenza verbale durante l’infanzia.”

-Neuropsychology of child maltreatment and implications for school psychologists, A. S. davis, L. E. Moss, M. Nogin, N. Webb –

Detto ciò, in che modo permettiamo che la violenza verbale durante l’infanzia sia più presente di quanto dovrebbe? Come la mascheriamo giustificandoci dicendo che stiamo “insegnando” o “educando” meglio che possiamo?

Il colpevole è il castigo

Molti genitori non sanno educare i propri figli in altro modo che non sia quello di sottolineare sempre ciò che fanno male. Al contrario, quando fanno bene qualcosa non lo sottolineano, perché considerano che è come dovrebbe essere; ecco allora che se un bambino protesta, affermano a chiare lettere: “è quello che devi fare e basta”.

Tuttavia, in una fase così delicata come l’infanzia, concentrarsi solo sugli aspetti negativi ha gravi conseguenze. La maggior parte delle volte, non soltanto si sottolinea ciò che un bambino fa male, bensì si fomenta anche il senso di colpa per aver fatto arrabbiare i genitori. A questo, dobbiamo sommare la cattiva scelta delle parole per esprimere questi messaggi.

Paragonare un bambino a un altro o apostrofarlo con un “sei stupido” può sembrare innocente, addirittura qualcuno potrebbe giustificare che il genitore era così arrabbiato da perdere le staffe. Tuttavia, può lasciare un segno incancellabile nella mente di ogni bambino, soprattutto se attuato con ricorrenza.

Se quando nostro figlio sta cercando di risolvere un problema di matematica lo chiamiamo “stupido” perché non è riuscito a risolverlo subito e sottolineano che il suo amico fa sempre tutto giusto, il bambino penserà di essere incapace in quella materia. Crederà anche di valere  meno del suo amico.

Penserà subito che non c’è niente da fare, e ciò lo porterà ad avere, in futuro, un rigetto per la matematica. Questo può provocare in lui anche una certa paura del fallimento e al minimo tentativo fallito, in qualsiasi ambito, getterà la spugna perché si etichetterà come “incapace”.

Padre grida alla figlia

Che tipo di autoimmagine pretendiamo che plasmi il bambino con questi comportamenti? Non dimentichiamo l’infanzia è il momento in cui si costruisce la propria identità. Un’identità piena di “non valgo nulla”, “faccio sempre arrabbiare i miei genitori”, “non faccio niente di buono”, “sono uno stupido”, “sono un disastro” e “mi merito il peggio” gli impedirà di costruire una solida autostima.

“[…] sono atti nocivi, soprattutto verbali, dire sempre al bambino che è odioso, brutto, stupido, o trasmettergli di essere un carico indesiderato. Può addirittura non essere chiamato per nome, ma trattato semplicemente come ‘tu’, o ‘idiota’, o in un altro modo insultante”.

Bambini maltrattati, Kempe (1979)-

La violenza verbale durante l’infanzia ha gravi conseguenze. A volte i genitori non si rendono conto di proiettare sui figli la frustrazione lavorativa, gli alti livelli di stress, i problemi di coppia o il peso di molteplici responsabilità. Un aspetto che devono considerare se desiderano che i loro bambini siano felici.

Gestire in maniera adeguata le emozioni, essere empatici con i più piccoli e, prima di tutto, imparare a comunicare con loro in modo positivo è indispensabile. Non vogliamo trasformarli in adulti insicuri, tristi, che si credono incapaci e che, alla fine, si metteranno limiti che in realtà non hanno.