Alimentazione emotiva: il cibo che “riempie” un vuoto

· 23 luglio 2016

Abbuffarsi di dolci dopo una delusione amorosa, divorare cibo nei momenti di tensione, superare le quantità di cibo sufficienti per il proprio corpo e via dicendo. Si chiama alimentazione emotiva, un’abitudine per la quale non esiste miglior definizione che qualche esempio concreto.

Crediamo che essere “persone normali” significhi essere sempre in stato d’allerta rispetto al cibo, a disprezzare con terrore la panna e il cioccolato, convinti che l’armonia dei sensi si ottenga tenendo a bada “quell’avida fame interiore”. Ne consegue che spesso l’atto di mangiare si trasforma nella metafora del connubio tra il nostro stile di vita e il modo in cui gestiamo le emozioni. 

Tuttavia, in molti casi le abbuffate compulsive funzionano come una cortina di fumo che impedisce di scorgere il vero problema: la perdita del controllo emotivo generata dalla necessità di riempire un vuoto relativo ad altri ambiti della propria vita.

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La relazione tra le carenze affettive e l’alimentazione

Il cibo può diventare il sostituto dell’equilibrio emotivo. Quante volte abbiamo affievolito le nostre frustrazioni facendoci una scorpacciata o divorando del buon gelato al cioccolato? La compulsione che ci guida quando mangiamo rappresenta, molte volte, la disperazione a livello emotivo.

Le diete non funzionano perché il cibo e il peso sono i sintomi, non il problema. Si può dire che il fatto di concentrarsi sul proprio peso sia solo un escamotage, un modo per non prestare attenzione ai motivi per cui in molti ricorrono al cibo quando hanno fame. Questo fenomeno, naturalmente, è incoraggiato dalla stessa società, la quale induce l’uomo a concentrarsi sui chili di troppo e sul consumo di calorie.

Sembra, inoltre, che la perdita di peso e il raggiungimento di una buona forma fisica ci possano aiutare a liberarci dai fatti dolorosi che ci tormentano. Geneen Roth, autrice esperta del tema, insiste sul fatto che l’eccesso di peso è, di per sé, un sintomo. È dunque inutile cercare di variarlo se poi non si bada alle vere ragioni di fondo, che continueranno a farci stare male, diventando la fonte di una profonda frustrazione. Ecco un passaggio che illustra molto bene la questione:

Una volta una donna si presentò ad un mio seminario dopo aver perso trentaquattro chili grazie ad una dieta. Si piazzò di fronte a centocinquanta persone e con voce tremante disse:

“Mi sento come se fossi stata derubata. Mi hanno strappato via il mio sogno più grande. Credevo che perdendo peso la mia vita sarebbe cambiata davvero. Ma in realtà di me è cambiato solo l’aspetto esterno. Dentro di me sono rimasta la stessa. Mia madre è ancora morta e non è cambiato il fatto che mio padre mi picchiasse quando ero piccola. Provo ancora rabbia e mi sento sola e ormai non mi resta più neanche l’entusiasmo di dimagrire.”

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Il circolo vizioso dell’alimentazione emotiva

In qualche modo, la preoccupazione per il nostro corpo nasconde preoccupazioni molto più profonde, dando vita ad un circolo vizioso di inquietudini che non trovano soluzione e che frenano la nostra capacità di crescita e sviluppo.

Secondo alcuni autori, il vero problema relativo all’eccesso di peso e all’alimentazione emotiva sta nel fatto che il cibo si trasforma nel sostituto dell’amore. Proprio come afferma Geneen Roth, “Quando smetteremo di alimentare il bambino maltrattato che c’è in ciascun adulto solitario, potremo nutrire l’amore e favorire l’intimità. Così facendo, libereremo il dolore della vita passata e ci collocheremo definitivamente nel presente. Soltanto concedendo uno spazio per l’intimità e per l’amore impareremo a goderci il cibo e a smettere di usarlo come sostituto”.

Ci sono momenti in cui crediamo che mangiare possa salvarci da noi stessi, dall’odio che proviamo, dall’angoscia di essere chi siamo e da tutto quello che vorremmo non fosse, ma che invece è. Si tratta di una sorta di pensiero stregato che rinforza un circolo vizioso e causa tormento.

Quando mangiamo in modo squilibrato non ci prendiamo cura di noi né del nostro presente. Tuttavia, come già è stato detto, sfogarci attraverso il cibo ed aumentare di peso è, molte volte, solo un sintomo che fa parte di un circolo vizioso infinito. In questo senso, dunque, ogni volta che mangiamo in modo compulsivo, diamo adito alla credenza che l’unico modo di ottenere ciò che vogliamo è acquisendolo attraverso l’alimentazione.

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Per questo motivo, ogni volta che a causa di uno squilibrio emotivo ci abbuffiamo in modo eccessivo, non facciamo altro che rinforzare quello sconforto associato al nostro problema di fondo, il quale genererà un’ancor più grande mancanza di controllo. Si tratta di un circolo vizioso a tutti gli effetti alimentato di continuo, poiché il bisogno di mangiare non diminuisce mai, “oscurando” così il problema di fondo.

L’alimentazione emotiva, l’eccessiva ingestione o lo squilibrio nutrizionale fungono molto spesso da sostegno immaginario; in altri termini, arriviamo ad usare il cibo come scusa per mantenere in piedi le quattro pareti della nostra casa.

Prendere e perdere peso o essere sempre a dieta è come trovarsi perennemente a bordo di una montagna russa emotiva. Usare il cibo per proteggersi è come ubriacarsi ininterrottamente di confusione, di intensità emotiva e di drammaticità. Perché come è già stato sottolineato, mangiare in modo compulsivo non è altro che la messa in scena della sofferenza.