All'altro capo, una storia dall'aldilà

La redazione è ormai vuota. Il cellulare suona, ancora una volta. Rispondo e, di nuovo, solo una voce incomprensibile. Cade la linea. Mi chiedo chi, all'altro capo, possa essere tanto insistente.
All'altro capo, una storia dall'aldilà
Francisco Javier Molas López

Scritto e verificato lo psicologo Francisco Javier Molas López.

Ultimo aggiornamento: 16 febbraio, 2023

All’altro capo, così ho deciso di intitolare il mio primo articolo sulla compassione, un’emozione sempre più rara. Per questo, di fronte a un gesto gentile, mi sembra di assistere a una storia che va oltre, all’altro capo della realtà.

È ora di tornare a casa. La redazione è ormai vuota. Il cellulare suona, ancora una volta. Rispondo e, di nuovo, solo una voce incomprensibile. Cade la linea. Mi chiedo chi, all’altro capo, possa essere tanto insistente. È ora di tornare a casa.

La pioggia è sempre più intensa. Rallento, da 110 a 80. Sono prudente. L’autostrada è vuota. Sono le ventitré e trenta e la gente è già a casa a prepararsi per domani. Oggi è stato un giorno di pioggia battente. Ha continuato a sferzare le strade dalle sei del mattino e secondo le previsioni del tempo non si fermerà per due o tre giorni. Il cellulare suona un’altra volta. Non rispondo mai mentre guido.

Un fulmine all’orizzonte mi fa capire che la pioggia di oggi è stata solo un aperitivo. Il temporale si avvicina ed è meglio essere a casa al più presto se non voglio finire sotto la sua furia.

Parcheggio in strada, scendo dall’auto e sono a casa. Un lampo illumina il cielo e il tuono che segue è il preludio al più grande diluvio della mia vita. Appendo la giacca, mi cambio i vestiti e mi rilasso. Di nuovo il cellulare.

“Pronto”, dico.

“Pensavo che non sarei riuscito a sentirti bene”, risponde una voce maschile.

“Con chi parlo?”, chiedo.

“Sono Alberto, tuo nonno”.

Resto qualche secondo in silenzio. “Non ho capito, con chi parlo?”.

“Te l’ho già detto, sono il nonno”.

“Mio nonno è morto”, rispondo rabbioso. “Da trentanove anni, non l’ho mai conosciuto…”.

Pioggia sul vetro di notte

All’altro capo della notte

Un tuono mi toglie da questa situazione imbarazzante. Mi accorgo subito dopo che la linea è caduta. O forse sono io che ho riattaccato. Non lo so. Non mi sono mai piaciuti gli scherzi telefonici. Mio nonno è morto da trentanove anni e non l’ho mai conosciuto, ma chiunque che conosca qualcosa della mia famiglia lo sa.

Guardo l’orologio, è già mezzanotte. Che serata. Mi siedo sul divano a leggere un articolo che avevo lasciato a metà, poi a dormire. Comincio a leggere e il telefono suona di nuovo. Rispondo.

È normale essere scettici, non siamo abituati a parlare con i nostri parenti defunti. Ma non ti preoccupare, è solo un’esperienza, una di quelle storie dell’aldilà che ti piacciono tanto. Con il tempo la potrai valutare con più obiettività”, dice la voce all’altro capo. Non so cosa dire. Se è uno scherzo, voglio riattaccare. Se è vero, mi sento ridicolo a crederci.

“In che anno sei nato?”, chiedo senza pensarci.

“Nel 1920”- risponde – “8 maggio del 1920”,

Nulla può scoprire chi pretende di negare l’inesplicabile. La realtà è un pozzo di enigmi.

-Carmen Martín Gaite-

La pioggia batte con forza sui vetri delle finestre. Il temporale si fa più intenso e la luce comincia a saltare. La data di nascita è giusta. Ma anche questo non dimostra molto.

Devo dirti che sono contento di vedere che mi tieni nella vetrina in salotto e che mi porti al collo“, aggiunge la voce.

Mi alzo e corro verso la vetrina. Sono solo da due mesi in questa casa e nessuno è ancora venuto a trovarmi. Come può sapere l’uomo all’altro capo che ho una foto del nonno in salotto? E come può sapere che al collo ho il ciondolo che il nonno ha portato per tutta la vita?

“Tranquillo, non spaventarti, siediti”, cerca di calmarmi la voce.

“Ascolta, se questo è uno scherzo, se qualcuno ha messo una telecamera in casa, chiamo la polizia”, rispondo furioso. Mi siedo e cerco di restare calmo. A quanto pare, sto per vivere la mia storia dall’aldilà. Ora so che questo giorno tempestoso non lo dimenticherò facilmente.

All’altro capo, rompere gli schemi

“Lo so, quello che ti sta succedendo è insolito, ti hanno insegnato che parlare con i morti è da pazzi e ora stai pensando che qualcuno ti stia facendo uno scherzo o che stai perdendo la testa. Pensa che non tutto nella vita è come sembra, da piccoli ci insegnano ad avere una visione della vita e questo ci è di intralcio quando si tratta di accettare altre realtà” continua la voce. “Non credere a tutto quello che vedi o a tutto quello che dicono. Dubita di tutto, fidati della tua esperienza personale”.

“La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata… se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”.

-Isabel Allende-

La mia incredulità è totale. L’aldilà, i fenomeni che si manifestano all’altro capo della vita hanno sempre attirato la mia attenzione, ma adesso che ci sono dentro sento solo dubbi. La mia mente rifiuta di crederci. Per una strana ragione, provo un grande affetto nei confronti del nonno che non ho mai conosciuto. Lo porto nel profondo. Forse è perché non ho potuto trascorrere del tempo con lui che sento questo amore grande e speciale.

“Vediamo, pur ammettendo che sia vero, che tu sia mio nonno… Come hai fatto a telefonarmi?”, chiedo.

“Grazie al temporale si è aperto un canale. Non è sempre facile entrare in contatto con il vostro piano, ma ci sono situazioni che lo facilitano. I nostri mondi sono vicinissimi, ma lontanissimi al tempo stesso. Occupiamo lo stesso luogo, ma su dimensioni diverse; per questo non ci possiamo vedere” risponde.

Uomo parla al telefono davanti alla finestra allo altro capo

Un nuovo fiore

“Ho capito, quindi appena finisce il temporale non potremo più parlare?” chiedo io.

“Non lo so, forse sarà più difficile, a ogni modo non trascorrerò ancora molto tempo qui dove sono, devo abbandonare questo piano per tornare nel tuo. Alla tua storia dell’aldilà resta poco tempo”.

“Cosa intendi dire?”- chiedo stupito – “che ci vedremo su questo piano?”.

“Forse sì, ma non ci riconosceremo”, risponde.

“Spiegati”, esorto intrigato.

“Sono  rimasto in questa dimensione più tempo del dovuto. Quando abbandoniamo il corpo, passiamo in rassegna quello che abbiamo imparato, il buono e il cattivo. E se possiamo sistemare le questioni in sospeso, lo facciamo. Tu avevi bisogno di questa prova per proseguire nella tua crescita, ti sei sempre chiesto se c’è vita dall’altra parte, ma fino a oggi non ero riuscito a mettermi in contatto con te”.

“Perché?” – chiedo – “perché non hai potuto?”.

“Non eri pronto”, risponde. “Malgrado la tua inclinazione a credere ai segni che possono provenire dall’altro capo, non mi avresti creduto. Ora che ti  ho contattato, devo andare”.

“Aspetta!” grido. “Posso sapere dove nascerai?”

“Non lo so, potrei nascere nel corpo di una donna come di un uomo. E non ricorderò nulla di questa vita, forse un ricordo isolato che la mia mente interpreterà come stranezza, ma nient’altro”.

“Nonno…”.

“Dimmi”.

“Grazie, ti ho sempre portato nel cuore e ti porterò sempre”.

“Lo so, anche io. Ora devo andare, ti voglio bene”.

“Anche io…”. cade la linea.

Mi stendo sul divano. Senza dire una parola, osservo incredulo il soffitto. La mia mente corre, tra la fede e l’autosuggestione.

Il bell’addormentato

Ha quattro anni e vuole solo giocare e dormire. Si chiama Alberto, come il suo bisnonno. L’anno in cui parlai con il nonno ho conosciuto mia moglie e dopo poco è nato nostro figlio.

Quel giorno di pioggia ha portato un grande cambiamento nella mia vita. Gli eventi si sono susseguiti più in fretta di quanto avrei potuto immaginare, ma eravamo felici. Alberto è un giocherellone e gli piace aprire tutti gli armadi. A volte la sua energia mi sfinisce e cado esausto sul divano.

Entro in camera da letto e trovo tutti i cassetti vuoti. Tutto per terra, in disordine. Alberto è seduto sul tappeto che gioca con alcuni gioielli. Corro da lui e lo prendo in braccio. “Guarda che casino, ora lo raccogli”, lo rimprovero io.

Mi accorgo che si è messo al collo il ciondolo del nonno. Lo indossavo il primo e l’ultimo giorno che ho parlato con lui. Ho pensato che avesse adempiuto alla sua missione e l’ho tolto. Molte volte ho pensato che sia stato un collegamento nella mia storia dall’aldilà con il nonno.

Mano di bambino appoggiato sul vetro della finestra

Allungo la mano per toglierglielo, ma il piccolo Alberto oppone resistenza. “Tesoro, dobbiamo rimetterlo a posto, era del nonno e potrebbe rompersi”. Lui mi guarda corrucciato, “non è tuo, è mio”.

Non ho voglia di ingaggiare una battaglia infinita con lui. Sua madre era testarda, lo ero anche io. Ha preso da noi. Mi limito a dirgli “un giorno te lo darò, ma non oggi. Sei troppo piccolo e mi dispiacerebbe che andasse perso”.

“Tu non me lo regali perché è già mio“, risponde di nuovo indignato.

“Ah sì, e chi te lo ha regalato?”, chiedo.

“La signora del salotto”.

“Quale signora?”.

La mamma non è in casa e nel salotto c’è soltanto… – mi sento impallidire – la foto della bisnonna.


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