Ansiolitici: gli abitanti dei nostri comodini

· 30 ottobre 2018
Al giorno d'oggi gli ansiolitici popolano i comodini di moltissime case e vengono assunti con troppa facilità.

Con il termine ansiolitici ci si riferisce a quei farmaci assunti per combattere gli stati d’ansia. Vengono definiti da alcuni “alcool in pillole”, probabilmente perché possono creare dipendenza, in virtù del fatto che vengono spesso assunti con facilità e in quantità superiori a quelle raccomandate.

Al giorno d’oggi gli ansiolitici popolano i comodini di moltissime case e vengono assunti con troppa facilità. Eppure, viviamo in una società in cui la dipendenza da farmaci non è così frequente, anche perché tali sostanze sono un rimedio “jolly” volto a risolvere i nostri problemi.

L’ansia non può essere evitata, ma si può intervenire per ridurla. Quando si tratta di gestire l’ansia la questione semplice: bisogna abbassarla a livelli normali affinché funga da stimolo ad aumentare la percezione di se stessi, l’attenzione e la voglia di vivere.”
-Rollo May-

Uomo avvolto dalla nebbia

I princiali meccanismi d’azione degli ansiolitici (benzodiazepine)

Sappiamo in che modo e a che livello agiscono gli ansiolitici (benzodiazepine), li conosciamo molto meglio della maggior parte degli altri farmaci volti a trattare problemi psichiatrici o psicologici.

Sappiamo che favoriscono l’azione del neurotrasmettitore inibitorio GABA sul suo recettore. Il neurotrasmettitore GABA, presente in più del 30% delle sinapsi neuronali, ha la funzione di ostacolare gli impulsi elettrici dei neuroni. In poche parole, riduce l’eccitabilità e l’attività neuronale.

I recettori sui quali agiscono le benzodiazepine non controllano solo l’ansia, ma anche processi come la memoria o la coordinazione motoria. L’azione di tali farmaci non è dunque specifica e l’assunzione degli stessi comporta una lunga serie di effetti collaterali.

Ragazza pensierosa

È giusto che gli ansiolitici siano la prima (o l’unica) alternativa?

Si parla di ansia quando la mente viaggia a una velocità maggiore del normale, si tratta semplicemente di una risposta emotiva che in quanto tale, non può essere definita né negativa né positiva. Viene definita patologica quando diventa altamente limitante, ovvero quando pregiudica le nostre esperienze e la nostra crescita personale.

A questo proposito, Dubin (2009) propose il seguente ragionamento: “Bisogna vergognarsi degli attacchi d’ansia? No. Per me avere un attacco d’ansia non è diverso dal sentire l’esigenza fisica di vomitare. E vomitare non è né un bene né un male. È una cosa che succede e che normalmente serve a liberare lo stomaco da qualcosa di nocivo. Ma nessuno vorrebbe vomitare in pubblico, no? La prima cosa che farebbe chiunque se iniziasse ad avvertire un senso di nausea sarebbe dirigersi verso il bagno più vicino per evitare l’imbarazzo. Non è una cosa da fare davanti agli altri. Ecco, gli attacchi d’ansia sono qualcosa del genere.”

Le pillole, se assunte in maniera costante, funzionano come una sorta di analgesico verso la vita, assopiscono i sensi e i pensieri. In poche parole, servono per tentare di eliminare il dolore senza agire sulla causa prima. È come disattivare l’allarme antincendio quando, in realtà, l’incendio non è ancora estinto.

Chiaramente non si tratta di una meccanismo sano, anche perché il consumo eccessivo di suddette sostanze causa assuefazione, pertanto a un certo punto smettono di fare effetto. In alcuni casi l’intensità del dolore nato da uno stato d’ansia è tale da richiedere un trattamento farmacologico. Tuttavia, una cosa è certa: I farmaci non sono l’unico rimedio a cui ricorrere.

Chi soffre d’ansia, ha bisogno di riabilitare la propria mente, ripartendo da zero col supporto delle persone giuste. Per questo è fondamentale che gli psichiatri e gli psicologi facciano squadra al fine di evitare lo sviluppo di una dipendenza da psicofarmaci (che sono comunque di vitale importanza) e favorire una reale risoluzione del problema.