Niente è come arrivare dove altri dicevano che non saremmo arrivati

· 21 novembre 2016

Niente è come lasciarsi alle spalle i “non ci riuscirai”, “non sai farlo”, “non te lo meriti”. Perché arrivare dove altri ci avevano detto che non saremmo arrivati non è solo un trionfo personale, è anche un atto di giustizia di fronte alle menti retrograde, davanti a chi non è mai stato in grado di vederci con autenticità, rispetto e vicinanza.

È chiaro a tutti che viviamo in una società soggetta al paragone, in particolare in un sistema educativo che ci etichetta sin da giovanissimi. Nelle ultime file delle aule troviamo gli alunni cosiddetti “cattivi”, su cui si profetizza, più o meno apertamente, che saranno dei buoni a nulla nella vita. Perché, se un bambino prende un’insufficienza a scuola, semplicemente non è in grado di trionfare.

“Mi è sempre piaciuto imparare. Ma non mi piace che mi insegnino”.

(Winston Churchill)

Al giorno d’oggi, l’insegnamento è diventato spesso traumatico. Ci sono bravi professionisti che prendono servizio, ma il sistema e i mezzi non sono altrettanto di qualità. Questo trattamento di tipo omogeneo, massificato e poco sensibile alle necessità dei bambini rende reali le profezie auto-avveranti: se andiamo male a scuola, saremo dei falliti.

Tuttavia, alla dimensione educativa va aggiunta un’altra più problematica: quella familiare. Talvolta, crescere in un ambiente svantaggiato, discriminante o maschilista fa sì che il virus della sconfitta avvelenata contagi la vittima di tale nucleo, la quale diventa molto ostica.

Vi proponiamo di riflettere assieme a noi su questi aspetti.

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Quando arrivare a qualcosa significa rompere con tutto

Talvolta, arrivare a qualcosa significa davvero rompere con tutto. La ribellione strutturale viene senza dubbio accompagnata da una rivoluzione interiore, che non tutti sono capaci di condurre. È necessario distruggere i modelli educativi, i valori familiari inculcati e gli schemi di pensiero limitanti che per un po’ di tempo ci hanno relegati in spazi di infelicità.

Come abbiamo detto, non si tratta di un processo facile, soprattutto per le donne. Non possiamo dimenticare, ad esempio, che al giorno d’oggi, in quest’era di progresso, sono molte le donne le cui aspirazioni vengono ostacolate a causa del peso dei meccanismi patriarcali, che continuano a farla da padrone in molte famiglie.

Nell’interessante libro Resilience and Triumph: Immigrant Women Tell Their Stories (Resilienza e trionfo: le donne immigrate raccontano le loro storie) viene spiegato il processo vissuto da molte immigrate indiane, arabe o messicane dopo l’arrivo in un altro paese. Queste donne sono un esempio assoluto di lotta quotidiana alle avversità. Da una parte devono combattere per ottenere uno spazio per loro e le loro famiglie in una società nuova; dall’altra, sono impegnate in una guerra silenziosa, buia e delicata di cui non si parla spesso.

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Stiamo parlando delle lotte che devono vivere in ambito privato. È lì che il peso del patriarcato continua a scandire gli spazi delle donne, il rapporto che devono avere con i loro genitori, i loro partner e le loro famiglie. Reclamare il loro posto da donne e, allo stesso tempo, esortare le nuove generazioni a fare lo stesso, è un grande esempio di resilienza. Si tratta di dimensioni molto complesse e cruenti di cui nessuno parla.

Sono volti e nomi anonimi che ogni giorno svelano la loro forza, il loro coraggio, la loro voglia di avanzare per arrivare all’uguaglianza.

L’ammirevole mentalità di chi arriva dove vuole arrivare

Trionfare nella vita non vuol dire avere un conto corrente ben infoltito, una casa grande, una macchina sportiva o accumulare cose per ottenerne altre. Il trionfo più grande della vita è la libertà di essere se stessi e sentirsi orgogliosi di esserci riusciti. Trionfare non significa vincere sempre, ma non arrendersi, con lo scopo di riuscire ad afferrare quella stella, quel sogno, quell’equilibrio personale in cui poter dire “sto bene, non voglio altro”.

“La fiducia in se stessi è il primo passo verso il successo”.

(Ralph Waldo Emerson)

La difficoltà di trionfare risiede senz’altro negli schemi di pensiero che ci hanno trasmesso sin da quando eravamo piccoli. La scuola ci etichetta e, in questo modo, offre al mondo persone che rispetteranno quella profezia auto-avverante che dice “sono un buono a nulla”, “non merito di realizzare i miei sogni”. Allo stesso modo, le famiglie che tarpano le ali e intossicano con le loro idee retrograde e limitanti impediscono anche di arrivare dove il cuore richiede.

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Questi vincoli limitanti devono essere annientati quanto prima, senza usare l’anestesia. Non importa quanto faccia male, non importa che conseguenze possano verificarsi, l’importante è guadagnare autorevolezza, autostima e libertà. Il successo, in realtà, non dipende dalla furbizia, dall’abilità o dall’estroversione.

Arrivare dove si vuole arrivare è una questione di mentalità: ci vuole una mentalità in espansione, non fissa. Non deve mai essere attaccata ai “tu non sai”, “tu non puoi”. La persona capace di concentrare i suoi meccanismi emotivi e psicologici verso la crescita considera le avversità come opportunità, come un modo per sviluppare abilità nuove.

Perché, che ci crediate o meno, c’è sempre speranza, nulla è  irreparabile. Non lasciate che le menti quadrate e i sistemi censuranti spengano i vostri sogni o vi tolgano la dignità. Non lasciatevi vincere, perché il successo è semplicemente l’atteggiamento che assumerete nei confronti della vita.