Bambini rifugiati: cuori feriti in cerca di speranza

· 12 maggio 2016

Il dramma dei bambini rifugiati e delle loro famiglie non è soltanto un disastro umanitario di fronte al quale non si dovrebbe restare indifferenti. I loro cuori feriti fremono senza dubbio di speranza, ma il trauma psicologico che le loro menti infantili si trovano ad affrontare lascerà in loro un’impronta profonda che difficilmente riusciranno a superare.

Bisogna considerare che nel cervello di ogni bambino è incisa l’idea quasi istintiva che i propri genitori siano capaci di proteggerlo da ogni male. Quando ciò non accade, quando un bambino vede membri della sua famiglia andarsene e il mondo frana sotto il peso di incredibili atrocità e sconforto, nella sua mente qualcosa si rompe.

Rifugiati, esiliati dal proprio paese di origine, dalla propria casa, dalle proprie radici… Adulti che accompagnano per mano bambini che ambiscono soltanto ad un futuro, un sospiro di speranza su volti che sembrano aver dimenticato cosa sia un sorriso, visi che appena ricordano cos’è la felicità.  

Il supporto psicologico deve figurare nella lista degli aiuti umanitari imprescindibili forniti nei campi profughi, ormai sempre più frequenti sulle nostre frontiere. Gli adulti, ma in particolare i bambini più piccoli e gli adolescenti, hanno bisogno di un supporto mentale che li aiuti a curare quelle ferite che non si vedono sulla pelle, ma che potrebbero rimanere incise per sempre nelle loro menti, nelle loro anime.

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Il dramma dei bambini rifugiati

Un minuto di servizio al telegiornale non è sufficiente per comprendere la situazione che si trovano ad affrontare quei bambini e le loro famiglie. I rifugiati siriani, per esempio, portano sulle spalle un peso ben più grande dei pochi oggetti che portano con sé. Quella che trascinano è una zavorra indelebile fatta di massacri, violenza, bombe, cecchini e interi quartieri trasformati in macerie.

Molti di quei bambini scappano dai loro paesi d’origine insieme alle proprie famiglie, sulla rotta del Mar Mediterraneo. Barconi colmi di persone e giubbotti salvagente di pessima qualità sono gli unici mezzi di cui dispongono per partire alla ricerca di un mondo migliore di cui hanno sentito parlare delle loro madri, i loro padri o fratelli. Ma il mare può tradire, sconvolgere con una nuova tragedia le loro menti infantili già frammentarie, buie e oscure come caverne.

Jan Kizilhan, esperto di psicologia infantile, ha dichiarato per la Società Tedesca di Pediatria e Medicina di Monaco che un bambino rifugiato su cinque soffre di stress post-traumatico; inoltre, la maggior parte di essi soffrirà conseguenze psicologiche che li accompagneranno per tutta la vita.

Approfondiamo insieme l’argomento.

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Gli effetti della guerra e la migrazione dei bambini rifugiati

Nei mesi scorsi, organizzazioni come l’International Medical Corps si sono occupate di somministrare test psicologici a circa 8000 rifugiati siriani, situati sulla frontiera della Giordania. Questi sono i risultati:

  • Il 28% degli adulti si trovava in condizioni talmente disperate da essere in stato di semi paralisi. Il 25% ha dichiarato di non voler continuare a vivere. Il resto ha affermato di trovare le ultime forze soltanto spinti dalla necessità di offrire un futuro ai propri figli.
  • Da parte loro, i bambini presenti nei campi profughi soffrivano di emicrania, diarrea, incontinenza urinaria e incubi, tutti sintomi evidenti di un grande stress post-traumatico e di disturbi psicosomatici ai quali i loro genitori non sapevano porre rimedio.
  • Il quadro clinico dei bambini rifugiati è quasi sempre lo stesso: introversione, gravi disturbi del sonno, depressione e stress che li costringono a rivivere di continuo quei fatti traumatici, fino al punto di non saper distinguere la realtà dalla finzione.

Come si può vedere, la salute mentale di queste persone, in modo particolare dei più piccoli, va oltre le conseguenze di fame e freddo. Queste sono ferite interne che persisteranno in età adulta, che contribuiranno allo sviluppo di un carattere fondato sulla sfiducia; e non c’è nulla di più desolante di un bambino che non ricorda cos’è un sorriso, che non riesce a scorgere la speranza nel suo futuro.

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Come supportare psicologicamente i bambini rifugiati

La società e le grandi potenze politiche internazionali sono gli unici a poter fare il primo passo verso una soluzione efficace e fattibile a questo problema. Il supporto psicologico da fornire ai bambini e alle loro famiglie all’interno degli accampamenti non può servire da solo ad ottenere un miglioramento reale e duraturo della loro condizione.

  • È necessario offrire loro stabilità, un ambiente protetto, la possibilità di acquisire abitudini ed una quotidianità che li facciano sentire al sicuro.
  • Un aspetto essenziale come quello di ricominciare la scuola con normalità e di riprendere una routine consentirà loro di abbandonare le preoccupazioni per la loro famiglia e per se stessi. Hanno bisogno di recuperare la “sensazione di sicurezza e controllo” sulle loro vite.
  • Una volta soddisfatti questi bisogni essenziali, si può cominciare a lavorare con loro sulla paura, sui ricordi e naturalmente sui traumi vissuti. Metodi come quello del disegno potranno aiutarli a canalizzare molti dei terribili fatti che popolano la loro mente.

I bambini possiedono una grande qualità, la resilienza, che fornisce loro i mezzi per superare un passato fatto di orrori. Attraverso un’adeguata psicoterapia, unita al calore familiare e ad una società in grado di accoglierli, proteggerli ed integrarli, potremmo senz’altro offrir loro una seconda opportunità. Ma questo dipende da tutti noi.

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Speriamo con forza che l’attuale sistema politico prenda provvedimenti più giusti, focalizzando la gestione delle nostre risorse e di quelle del mondo intero verso un benessere globale, non mirato agli interessi del singolo paese, della singola casa o del singolo individuo, in cui tutto è competitivo e spietato. Perché l’orrore non ha patria né bandiere, e il dolore di tutte quelle famiglie e dei loro bambini è un urlo che non possiamo ignorare.