Battiti binaurali: i benefici sono reali?

15 giugno, 2020
L'obiettivo della terapia a base di battiti binaurali è quello di ridurre lo stress, l'ansia o l'insonnia, mediante un fenomeno uditivo che si produce a seguito dell'ascolto di frequenze percepite in modo leggermente diverso da un orecchio e dall'altro. Ma ha davvero un effetto positivo?
 

C’è chi definisce i battiti binaurali come la nuova droga tecnologica. Lo scopo di questo fenomeno percettivo sarebbe quello di creare nel nostro cervello una sensazione di tridimensionalità.

Questo effetto si ottiene mediante due frequenze sonore, leggermente diverse tra un orecchio e l’altro, da ascoltare con gli auricolari. Così, il risultato sarà un terzo suono che provoca contemporaneamente sensazioni di diverso tipo.

Calma, benessere, solletico, stimolo sensoriale… Gli effetti prodotti da questa esperienza variano, e molto, da una persona all’altra; eppure sappiamo con certezza che non lascia quasi nessuno indifferente.

I battiti binaurali vanno di moda, al punto tale che è nata la cosiddetta terapia delle onde sonore, un approccio alternativo per il trattamento dell’ansia e dello stress.

Non disponiamo di studi in grado di provare la loro efficacia al 100%, per cui allo stato attuale la terapia a base di frequenze binaurali è in fase di sperimentazione. Tuttavia, questo non impedisce a migliaia di persone di sottoporsi tutti i giorni a questa pratica per rilassarsi, per calmare l’insonnia e per migliorare la propria concentrazione; o ancora, semplicemente per sperimentare il piacere risvegliato da una tale sensazione.

Un esempio offerto dal web è I-Doser, ideata da uno psicologo specializzato in materiale audio e musica, che definisce le frequenze binaurali come una fonte di dipendenza, che produce un enorme piacere.

 

Da qui la definizione di ‘nuova droga digitale’. Tuttavia gli esperti affermano che sebbene queste frequenze possano migliorare lo stato d’animo, in parte si tratta di pura suggestione. Scopriamone di più sull’argomento.

Battiti binaurali effetti sul cervello

Battiti binaurali, un fenomeno già conosciuto

I battiti binaurali si basano sul fatto che l’orecchio destro e quello sinistro percepiscono in maniera diversa le frequenze di un tono; il cervello, invece, percepisce un unico tono,  più accelerato e piacevole.

Per esempio, ascoltare una frequenza di 120 Hertz (Hz) da un orecchio e da 132 nell’altro darebbe origine a un battito binaurale di 12 Hz.

Ora, un fenomeno che sembra altamente sofisticato, in realtà non è nuovo al mondo della scienza. Ne aveva già parlato nel 1839 Heinrich Wilhem Dove, fisico prussiano.

Questi scoprì che un gesto così semplice come ascoltare toni costanti, riprodotti a frequenze leggermente diverse in ogni orecchio stimola in chi le ascolta la percezione un diverso suono. Il Dottor Dove definì questo fenomeno come “battito binaurale”.

Da quel momento tale esperienza è stata applicata in ambito ospedaliero in via sperimentale. Lo scopo era di testare la sua efficacia sulla qualità del sonno e provare a vederne i potenziali effetti sull’ansia.

 

I risultati variano di molto, avendo dimostrato nel corso di decenni che ci sono persone sulle quali hanno effetto e persone che semplicemente restano indifferenti. Vediamo, dunque, cosa dice la scienza al riguardo.

Battiti binaurali per calmare l’ansia e la sensazione di dolore fisico

C’è chi fa uso dei suoni binaurali allo scopo di calmare l’ansia di cui soffre. Ci sono poi persone che ricorrono a questa terapia perché soffrono di un dolore dovuto a lesioni, a problemi articolari o persino all’emicrania.

A questo proposito, in uno studio condotto dal Dipartimento di Scienze Comportamentali dell’Università Nazionale per la Formazione a Distanza di Madrid (UNED), il Dottor Miguel García ha individuato un livello di efficacia media.

I battiti binaurali, in quell’occasione, hanno sortito il loro effetto solo su un numero limitato di pazienti. Dopo due settimane e un ascolto di 20 minuti, il 26% dei volontari del progetto riportava un riduzione dei livelli di ansia e della percezione del dolore.

Uomo di spalle in mezzo alle nuvole

Terapia binaurale in caso di insonnia

Gli studi di ricerca sui toni binaurali applicati a pazienti con problemi di insonnia sono i più significativi. Studi come quelli condotti dall’Università della Romania hanno dimostrato l’efficacia di questi suoni in merito a un aspetto ben specifico: aiutano a conciliare il sonno.

 

Non esistono invece risultati certi per quanto riguarda i risvegli frequenti o la qualità del sonno, se questo è riparatore e profondo. Ancora una volta sorgono differenze: c’è chi ne ha tratto beneficio, con un cambiamento in positivo della propria qualità della vita, e chi non ha evidenziato alcun miglioramento.

Relax e stato d’animo migliore

Sottoporsi all’ascolto di suoni binaurali per 10 minuti al giorno, a una frequenza di 6Hz, può migliorare il nostro stato d’animo. Ciò è possibile perché generano nel nostro cervello una sensazione simile a quella di una sessione di meditazione. Di conseguenza, la persona si sentirà più rilassata, ben disposta verso l’ambiente circostante e proverà una sensazione di serenità e di equilibrio tale da sentirsi più motivata e ottimista.

Tutto questo delinea una serie di miglioramenti  piuttosto interessanti. Eppure vogliamo fare affidamento su ciò che buona parte delle ricerche ci dice: gli effetti variano molto da persona a persona.

Sono necessari ulteriori studi per capire quali cambiamenti so verificano a livello cognitivo in chi trae notevoli benefici da questa terapia.

L’assenza di dati concludenti, tuttavia, non rende il fenomeno meno interessante. Oltretutto, potremmo sottoporci noi stessi all’esperienza per scoprire quali sensazioni provoca in noi nello specifico.

Basta avere a disposizione degli auricolari di qualità e schiacciare sul tasto play per ascoltare qualunque video reperibile su Youtube… Non fa mai male lasciarsi trasportare nel curioso universo dei suoni.

 

  • Leila Chaieb, Elke Caroline Wilpert. Auditory Beat Stimulation and its Effects on Cognition and Mood States. Frontiers in Psychiatry. 2015; 6: 70. doi: 10.3389/fpsyt.2015.00070