Capire l’abuso per aiutare la vittima

10 Dicembre 2018

Potremmo paragonare l’abuso a una rapina, il cui esito dipenderà in gran parte da come è stata vissuta. Può arrivare a rubarci persino la nostra identità e normale vita e determinare il nostro presente sebbene siano passati anni dall’accaduto. Il lavoro terapeutico consiste nel fare giustizia e impedire che continui a verificarsi il furto di vita e identità. Capire questo è capire l’abuso.

Talvolta le persone che vivono una situazione critica non vengono particolarmente turbate dalla stessa, poiché il fattore determinante è la cronicità o ripetizione in serie di eventi critici. La nostra disposizione e la nostra esperienza occupano un ruolo rilevante in termini di salute mentale, ma sono altrettanto importanti in tutti gli aspetti della nostra vita.

L’essenziale è invisibile agli occhi e l’abuso psicologico genera più sofferenza di altre forme di violenza e accompagna gli altri abusi sofferti dalla vittima. Come smettere di trovarti nel posto in cui credi di doverti trovare? Saper rispondere a questa domanda vuol dire conoscere il funzionamento del maltrattamento e scoprire a fondo la sofferenza e la difficoltà provate nel tentativo di uscire da questo loop. Un approccio del genere è indispensabile per capire l’abuso e non attribuire etichette superficiali.

Capire l’abuso è necessario

Nella fase finale della storia di violenza possono aumentare le aggressioni, poiché l’aggressore può sentire minacciato il proprio controllo. Risulta dunque essenziale discutere, preparare e definire piani di sicurezza per mettere fine alla relazione o alla violenza.

Ragazza di spalle capire l'abuso

Basti pensare che solo la metà delle donne con una storia di violenza (che di solito dura sei anni) riesce a mettere fine alla relazione dopo una media di cinque-otto tentativi. In questi casi, le risorse umane (social network) ed economiche sono gli strumenti per uscire da una situazione di violenza cronica.

La sottomissione, il terrore, l’incompetenza (intellettuale ed emotiva), la scarsa autostima, il controllo e la sensazione psicologica di sporcizia e corruzione (prodotto della violenza) sono il quadro che meglio descrive le vittime di violenza. Se la vittima mantiene il proprio criterio della realtà, potrà accumulare (punti di inflessione e di non ritorno) e mettere fine alla relazione; in caso contrario, evolveranno altri possibili modelli di violenza.

Capire l’abuso aiuta a cambiare in forma positiva la narrazione dell’evento.

La violenza nelle relazioni intime

La percentuale delle donne picchiate dal partner è equivalente a quella delle donne coinvolte in incidenti stradali, aggressioni o stupri. Circa la metà delle aggressioni produce lesioni fisiche, ma solo 4 donne su 10 cercano assistenza medica (Fisher, 2001).

Si dice che le parole se le porta via il vento, ma in termini di salute mentale i messaggi che vengono trasmessi sono estremamente importanti per chi li riceve. Capire l’abuso da un punto di vista funzionale adattativo può aiutare moltissimo a modificare in chiave positiva la narrazione dell’evento.

Forme di violenza nelle relazioni intime

La violenza fisica è controllo coercitivo

Nel suo tentativo di capire l’abuso, Stark (2007) ha confrontato la paura, il torpore emotivo, i disturbi del sonno e di concentrazione tra le vittime di violenza fisica e/o di controllo coercitivo. Grazie al suo studio, ha potuto riscontrare che tali sintomi sono di gran lunga superiori nel secondo caso.

Potremmo dire che esistono diverse traiettorie della violenza fisica: rompere le ossa, strangolare, abbandonare, rinchiudere, attaccare con armi, sottrarre oggetti. Sono alcuni esempi delle diverse strategie di questo tipo di violenza.

La violenza emotiva o psicologica

La violenza emotiva è indiretta e può arrivare a essere più nociva delle percosse. Le vittime possono sentirsi incompetenti a livello intellettuale, pensare di essere pazze o indegne di essere amate, così come incapaci di dare amore. Le forme più frequenti di violenza psicologica e/o emotiva sono:

  • Allontanamento affettivo
  • Gelosia
  • Negazione dei diritti della vittima
  • Umiliazione
  • Critiche continue e globali
  • Insulti
  • Coazione della libertà (intellettuale, lavorativa, sociale, etc)
  • Distruzione di beni o ricordi
  • Minacce (di morte, suicidio, abbandono, etc.)

Manipolare la mente

Ulteriori tipi di violenza

La violenza può strappare persino la dimensione più recondita dell’Io, come la fiducia nella propria capacità di criterio. Tra le mura domestiche possono essere esercitati anche altri tipi di violenza:

  • Violenza sessuale: si riferisce alle azioni non consenzienti o sotto coazione relazionate alle pratiche sessuali che degradano la vittima.
  • Violenza economica: riguarda azioni ingiuste relazionate alla gestione economica della vittima (rubare, obbligare, rovinare, sottomettere, etc).
  • Violenza spirituale: può oscillare dall’aggredire e/o ridere fino a vietare passatempi e credi religiosi.

Perché è difficile uscire da una situazione di abuso?

L’abuso può manifestarsi in diversi modi, ma in tutti i casi la violenza tra le mura domestiche dà il via a un circolo vizioso dal quale è molto complicato uscire. I passaggi che conducono al cammino della violenza sono i seguenti:

  • Contratto irrealizzabile: l’aggressore chiede alla vittima qualcosa che quest’ultima non può realizzare.
  • Negoziazione di differenze.
  • Intensificazione: urla, insulti, coazione, minacce.
  • Attivazione: fattore scatenante, aggressione.
  • Complementarietà: fine della disputa, pentimento, perdono.
  • Ripetizione dei passaggi precedenti.

Come in ogni crisi, esistono momenti di stabilità, miglioramento, deterioramento accelerato e/o regressione. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la guarigione e la ricostruzione sono senz’altro possibili, e che entrambi accelerano o coesistono alla rottura. La violenza trasmette messaggi molto potenti e distruttivi, per questo il lavoro del terapeuta con una vittima di violenza di genere è rivolto a renderla più forte. “Tu sì, la violenza no” perché “Solo i vivi possono fare psicoterapia”.