Le carezze emotive sono il miglior nutrimento per l’anima

1 marzo 2017 in Psicologia 5543 Condivisi

L’arte delle carezze emotive va oltre il semplice contatto fisico. Essa implica accarezzare l’anima con uno sguardo, parlare teneramente ad un bambino per dirgli “sono orgoglioso di te”, “ti considero, ti rispetto e ti voglio bene”, essa è la musica che dà energia al nostro cervello emotivo per imparare a valorizzarci reciprocamente.

Eric Berme, il medico psichiatra fondatore dell’Analisi Transazionale, ha definito le carezze emotive come unità base di riconoscimento che intende soprattutto offrire stimoli agli individui. Si tratta di una transazione, di un saggio scambio di cui fa parte un linguaggio che funge da vero e proprio nutrimento per quel delicato universo psicoemotivo che ci sostenta e ci definisce.

Per quanto difendiamo la nostra indipendenza o il piacere occasionale della solitudine, siamo animali sociali per natura e, per sopravvivere, per crescere felici e sicuri, abbiamo bisogno di questi stimoli, delle carezze emotive. Tuttavia, e qui sta il vero problema, al giorno d’oggi continuiamo ad essere umili apprendisti del mondo emotivo.

Perché, come sappiamo, ci sono persone che lesinano l’energia e la volontà della reciprocità; ce ne sono altre che credono di non essere degne di riceverle; altre ancora sono abili artigiani delle carezze emotive negative, quelle date attraverso il sarcasmo, il disprezzo e l’indifferenza.

Le stesse ricevute da un bambino trascurato dai genitori, le stesse che percepisce qualcuno che non riceve affetto dal suo partner. Questo tema è ampio e con molte sfumature e vorremmo approfondirlo assieme a voi.

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La carezza emotiva in pericolo di estinzione

L’affetto, così come il rispetto, non ha bisogno del contatto fisico per essere dimostrato o reso autentico. La carezza emotiva, ad esempio, viene esercitata anche in ambito lavorativo consegnando fiducia ai lavoratori, rinforzandoli e valorizzandoli con parole di ammirazione, rispetto e gratitudine. Come diceva Berme, questi atti rappresentano di fatto l’unità base di ogni gesto sociale che ognuno di noi dovrebbe saper fare.

Quanto più ampio è il repertorio delle carezze emotive che regaliamo agli altri e che riceviamo, più appagante ed intelligente sarà la nostra convivenza. Tuttavia, in questa società così dotta di conoscenza moderna, si sta disperdendo l’abilità di entrare in connessione con uno sguardo, di dare un rinforzo verbale, di offrire la parola giusta al momento opportuno. Adesso le emoticon sono i nostri grandi rinforzi conversazionali e spesso li usiamo in maniera eccessiva.

Dovremmo sviluppare un’ecologia emotiva per innalzare scenari più sostenibili in termini di riconoscenza, reciprocità, empatia e rispetto. I bambini, ad esempio, non hanno bisogno solo delle carezze emotive della loro famiglia. Anche la scuola e gli educatori devono essere intuitivi in questo tipo di rinforzi e frenare dimensioni spesso comuni come la frustrazione, l’isolamento o l’insicurezza.

Inoltre, anche le organizzazioni e le imprese dovrebbero essere in grado di creare un clima più rilassato, in cui il riconoscimento e la valorizzazione del capitale umano incentivino la creatività e la produttività.

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Accarezzare se stessi, accarezzare gli altri

Le carezze emotive dovrebbero fluire tra di noi come la placidità di un vento tiepido che si sposta nei pomeriggi estivi. Tranquillamente, illuminando ciò di cui si ha bisogno, dando ali a chi è giù di morale, regalando sorrisi a chi fino a poco prima non provava altro che amarezza.

Claude Steiner, autore del famoso libro “L’educazione dei figli”, ha affrontato un aspetto che merita di essere preso in considerazione: così come ci sono persone che non sanno offrire carezze emotive, c’è anche chi, semplicemente, non crede di meritarle. Si tratta di individui che, in un momento della loro vita, per qualsivoglia ragione, hanno smesso di accarezzare se stessi; in altre parole hanno smesso di valorizzarsi e di alimentare la loro autostima.

Un comportamento di questo tipo rientra nella cosiddetta “legge della scarsità”: non si chiedono carezze positive e non si rifiutano quelle negative. In realtà tutti dovremmo vivere nel mondo opposto, quello in cui regna la “legge dell’abbondanza” e in cui:

  • Si offrono carezze positive.
  • Si accettano le carezze positive.
  • Si è capaci di chiedere carezze positive.
  • Si è in grado di rifiutare le carezze negative.

L’arte di saper mettere in pratica le carezze emotive

Le carezze emotive sono, innanzitutto, il frutto dell’artigianato della valorizzazione. Apprezzare qualcuno significa dimostrargli che per noi esiste ed è importante.

La manifestazione di questo riconoscimento, che può avvenire per mezzo di un complimento, di un “grazie” o di un supporto psicologico, favorisce la conferma dell’autostima della persona che lo riceve e la sua cooperazione nella società. In sostanza, da questo gesto c’è solo da guadagnare.

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Tuttavia, è bene saperlo: le carezze emotive hanno anche un lato oscuro. In questo caso non parliamo d’arte, bensì di aggressività, la quale viene espressa attraverso le seguenti azioni:

  • Utilizzare le carezze emotive come forma di manipolazione psicologica.
  • Fare uso dell’ipocrisia come uno strumento per esercitare il potere o raggiungere un obiettivo.

Ma state tranquilli: nell’essere umano c’è una maggioranza di comportamenti positivi rispetto a quelli negativi. Perché, in fin dei conti, è così che sopravvive la nostra specie: offrendo affetto, tenerezza, attenzione e considerazione.

Non è mai fuori luogo ricordare quali sono i principi ed i benefici delle carezze emotive:

  • Le carezze emotive possono offrirsi in ogni momento e in ogni luogo.
  • Sono economiche, facili da dare e provocano effetti secondari grandiosi.
  • Le carezze emotive vanno oltre la classe sociale, l’età, il genere e la razza. Sono universali.
  • Sono il miglior antidoto contro la paura, la frustrazione, i dubbi e qualsivoglia problema psicologico.
  • Le carezze emotive promuovono la salute mentale e quella emotiva. In definitiva, sono il miglior nutrimento per l’anima.

Immagine principale per gentile concessione di Claudia Tremblay

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