Come si sviluppa il cervello del bambino

Il modo in cui il cervello del bambino si sviluppa, matura e impara è fortemente influenzato dalle esperienze con gli adulti di riferimento più vicini.
Come si sviluppa il cervello del bambino

Ultimo aggiornamento: 05 agosto, 2022

Sapere come si sviluppa il cervello del bambino durante i primi anni di vita è estremamente utile per adottare l’approccio educativo più appropriato.

Contrariamente a quanto si pensava fino a poco tempo fa, il cervello è malleabile e cambia in risposta a ogni esperienza, ogni nuovo pensiero e apprendimento. Tale fenomeno è chiamato neuroplasticità, per cui le esperienze sono registrate sotto forma di connessioni neurali.

Questo lo rende un organo molto sensibile ai fattori ambientali che ne modificano la struttura e la funzione. È importante conoscere questo fatto per sfruttare la neuroplasticità per favorire la creazione di reti neurali adeguate ed evitare quelle dannose.

La teoria dei tre cervelli per capire come si sviluppa il cervello del bambino

Il cervello è l’organo attraverso il quale registriamo e integriamo l’apprendimento della nostra quotidianità. Comprendere il funzionamento cerebrale permette di capire perché il minore si comporta e reagisce in un certo modo.

Analizzando questo organo misterioso e affascinante, scopriamo che possiamo dividerlo in tre parti per capire come elabora le informazioni che riceve dall’esterno e quindi produce delle risposte:

  • Intuitivo o primario: rappresenta il 5% dell’attività cerebrale ed è attivo sin dalla nascita. Emette risposte automatiche e istintive. I neuroni che lo compongono non imparano, reagiscono.
  • Emotivo o secondario: rappresenta il 15% della capacità cerebrale. In esso vengono registrate le emozioni, la memoria e l’apprendimento. È il cervello dominante nell’infanzia e nell’adolescenza, motivo per cui le emozioni hanno un ruolo rilevante nell’apprendimento che avviene in queste fasi dello sviluppo.
  • Cognitivo o superiore: coinvolge l’80% delle facoltà cognitive e si sviluppa completamente intorno ai 25 anni. In esso si trovano le funzioni esecutive e si sviluppa l’intelligenza. Le reti neurali integrano l’apprendimento in modo che diventi un deposito di informazioni, che possono essere successivamente utilizzate.

Conoscere questo circuito ascendente è il punto di partenza per poter capire perché i piccoli rispondono in un certo modo agli stimoli esterni, tenendo conto anche del fenomeno della neuroplasticità.

Allo stesso modo, tuttavia, gli adulti svolgono un ruolo importante nello sviluppo cognitivo del bambino; risulta importante, quindi, accompagnarlo al meglio nella corretta gestione dei due cervelli inferiori.

Neuroplasticità cerebrale

Qualsiasi esperienza e fattore ambientale può lasciare un’impronta nel cervello del bambino sotto forma di rete neurale. Questo processo è chiamato neuroplasticità positiva.

Da un lato, ogni esperienza ripetuta nel tempo si traduce nel potenziamento di quella rete, dando origine a un modello di comportamento automatico.

D’altra parte, qualsiasi rete neurale non utilizzata nel tempo finisce per indebolirsi, fino a estinguersi. Questo processo è chiamato neuroplasticità negativa. Possiamo quindi affermare che la neuroplasticità è alla base dell’apprendimento.

L’adulto di riferimento (genitore, parente, insegnante) è il creatore di reti neurali nel cervello del bambino. Educare consiste nel creare connessioni preziose tra i neuroni, evitare connessioni neurali sfavorevoli al bambino ed eliminare connessioni inadeguate.

Alcuni dei fattori ambientali di cui tenere conto come educatore sono l’imitazione, il legame emotivo, il linguaggio e le aspettative.

Bambina con cervello disegnato.
La connessione tra i neuroni del bambino favorisce l’apprendimento.

La vulnerabilità del cervello agli stimoli esterni

La neuroplasticità spiega il potenziale dell’esperienza di produrre cambiamenti nel cervello attraverso la formazione di nuove connessioni neurali. Due sono i momenti chiave dello sviluppo da evidenziare: tra i 6 e gli 8 anni di vita e poi durante l’adolescenza.

Nei primi 6-8 anni di vita si verifica un aumento significativo del numero di sinapsi. Questo spiega la speciale permeabilità e vulnerabilità del cervello del bambino ai fattori ambientali.

A quali stimoli (televisione, videogiochi…) è sottoposto il bambino? Quali percorsi neurali si creano? Qual è la responsabilità degli educatori (insegnanti, genitori, parenti, medici)?

Durante l’adolescenza avviene una potatura delle connessioni neuronali meno stimolate fino a quel momento. Le sinapsi che sono state attivate spesso sulla base di esperienze vissute rimangono, mentre le altre tendono a scomparire. Questo è il momento ideale per favorire l’estinzione di reti neurali poco favorevoli.

Cosa succede alle connessioni inutili?

È possibile ridurre o eliminare le connessioni inutili, ma è necessario un lavoro consapevole e persistente di indebolimento della rete neurale preesistente e ricostruzione e consolidamento di un circuito neurale alternativo.

Se il nuovo circuito non si consolida, sulla base di timoli ripetuti, la persona utilizzarà quello già presente.Il neuropsicologo Álvaro Bilbao paragona i cambiamenti cerebrali durante l’infanzia con un nuovo percorso sull’erba:

“Quel momento in cui il bambino esce dal suo vecchio sentiero è decisivo, anche se deve percorrere più volte il nuovo percorso in modo da tracciarlo sull’erba”.

Come si sviluppa il cervello del bambino: imparare per imitazione

In che modo gli adulti che educano il bambino influenzano il suo sviluppo cerebrale e la creazione di reti neurali? Gran parte dell’apprendimento avviene attraverso l’osservazione e l’imitazione.

A questo punto la comunicazione non verbale (gesti, atteggiamento…) diventa protagonista. Quando c’è incoerenza tra linguaggio verbale e non verbale, il cervello crede a quello non verbale.

I neuroni specchio sono alla base della tendenza automatica all’imitazione che ci caratterizza come esseri umani. Sono stati scoperti nel 1991 dal gruppo di ricerca guidato da Giacomo Rizzolatti mentre studiava il cervello dei macachi.

Così, quando il bambino vede suo padre arrabbiarsi, il suo cervello immagina che sia altrettanto arrabbiato e si attivano le corrispettive reti neurali. La persona di riferimento deve diventare un valido riferimento che permetta al bambino di acquisire comportamenti adeguati attraverso l’osservazione.

Ogni adulto deve guardarsi allo specchio della conoscenza di sé per diventare la versione migliore di se stesso e offrire così buoni modelli di comportamento.

Come si sviluppa il cervello del bambino: il potere delle parole

Le parole plasmano il cervello del bambino. Ogni volta che diciamo al bambino una frase che inizia con “tu sei”, il suo cervello memorizza quei dati in un’area chiamata ippocampo.

Tutti i messaggi ricevuti, sia positivi (“sei coraggioso”) sia negativi (“sei pigro”), sono registrati nella memoria e costituiscono il suo concetto di sé.

Il bambino è quindi costretto ad agire nella vita in relazione a queste informazioni. Diventa quindi una pesante lastra che dirige inconsciamente molti comportamenti del minore.

Strategie per promuovere uno sviluppo sano

Bisogna seguire alcune semplici regole d’oro per evitare che le parole siano dannose per il cervello del bambino:

  • È preferibile enfatizzare l’azione piuttosto che la persona: evitiamo quindi di dire “tu sei”, “tu fai”, “tu hai” e sostituirli con “quello che stai facendo in questo momento è molto coraggioso”.
  • Evitare “sempre” o “mai”: queste parole non danno la possibilità di cambiare.
  • Vietato fare paragoni: attraverso i confronti, il bambino forgia il suo concetto di sé in relazione all’altro, perdendo così la sua identità unica. Non si tratta di essere migliori, ma dare il meglio di sé.
  • L’errore va inteso come un’opportunità e non come un fallimento: dagli errori si impara. I bambini hanno bisogno di sbagliare, imparare a trasformare il fallimento in motivazione a perseverare. Mai punire l’errore! Piuttosto, incoraggiamo l’apprendimento.
  • Non dare la colpa: la parola colpa ci pone in una posizione di disagio che non invita al cambiamento, bensì al risentimento. La responsabilità, invece, è un motore motivazionale. Il bambino deve sentirsi responsabile e non colpevole delle sue azioni e delle loro conseguenze.
Madre che parla con la sua piccola figlia.
È essenziale avere conversazioni aperte, sincere e intime con i nostri piccoli.

Il potere delle aspettative: l’effetto Pigmalione

L’effetto Pigmalione si riferisce a come le aspettative dell’adulto possono condizionarne la condotta del bambino. Queste aspettative diventano realtà.

L’idea dell’adulto sulla capacità del bambino di affrontare un problema influenza in modo decisivo l’idea che il bambino ha sulle sue capacità e sul suo impegno e perseveranza.

Il ruolo dell’adulto è infondere fiducia, riconoscere lo sforzo e non solo il risultato, nonché insegnare che gli errori fanno parte del processo di apprendimento.

La neuroplasticità, insomma, trasforma il significato del termine “educare”. Sebbene esistano condizionamenti genetici, la neuroplasticità consente l’influenza di fattori ambientali sulla struttura e sulla funzione del cervello.

Questa possibilità di configurazione ha conseguenze dirette sull’educazione. Tutto ciò che insegniamo ai bambini lascia il segno nel loro cervello sotto forma di un gruppo di neuroni interconnessi.

Se queste reti neurali sono rinforzate dalla ripetizione dello stimolo, allora costruiscono modelli di comportamento automatici, abitudini comportamentali.

Educare, quindi, consiste nel sapere come si sviluppa il cervello del bambino. Alla luce di ciò, lo scopo è quello di creare preziose connessioni neurali favorevoli ed eliminare quelle inadeguate o inutili già stabilite. Si tratta, quindi, di sfruttare la plasticità cerebrale per perfezionare il cervello al fine di essere più felici.

Sia che tu pensi di poterlo fare o che tu pensi di non poterlo fare, hai ragione.

-Henry Ford-



  • Bilbao A. (2015). El cerebro del niño explicado a los padres. Barcelona: Plataforma Actual.

  • Gardner, H. (1998). Inteligencias múltiplesBarcelona: Paidós.

  • Goleman, D. (1996). Inteligencia emocional. Buenos Aires: Vergara S. A.

  • Ibarrola, B. (2013). Aprendizaje emocionante. Neurociencia para el aula. Madrid: SM.