La compassione verso se tessi: 4 ostacoli

Essere gentili con noi stessi migliora il nostro umore e ci dà motivazione e creatività per risolvere qualsiasi problema. Tuttavia, alcune persone rifiutano questa idea. Come mai?
La compassione verso se tessi: 4 ostacoli

Ultimo aggiornamento: 31 maggio, 2022

Provare compassione verso stessi è raro, anche perché per molto tempo al termine è stata data una connotazione negativa. È stato associato a lamentele, dolore, pietà e passività, tra gli altri aspetti. Tuttavia, non è così.

Uno dei motivi per cui non siamo compassionevoli con noi stessi è che, in linea di principio, è un atteggiamento che assumiamo con gli altri. Da un punto di vista etimologico, il termine deriva dal latino cumpassio, che significa ‘soffrire insieme’. Va oltre l’empatia: è entrare in sintonia con l’altro e soffrire insieme.

Quando questo termine non è applicato agli altri, ma a se stessi, significa simpatizzare con il proprio dolore. Non per metterlo a tacere, in discussione o mascherarlo, ma per accoglierlo in modo positivo, con un senso di cura di sé e di autoprotezione.

Tuttavia, diversi fattori impediscono di provare compassione verso se stessi. Li presentiamo nelle righe che seguono.

La compassione può essere definita come la capacità di riconoscere la sofferenza propria e altrui, e fare il possibile per prevenirla o alleviarla nel migliore dei modi”.

-P. Gilbert-

Fattori che impediscono di provare compassione verso se stessi

1. Confondere la compassione con la pietà

È comune confondere l’essere compassionevoli con la pietà o il vittimismo. Sebbene condividano la stessa radice, ciò che differenzia l’uno dall’altro è l’azione coinvolta.

Quando ci dispiace per noi stessi, quello che facciamo è riconoscere una sofferenza e viverla. In altre parole, rilevare una ferita ed essere consapevoli della sua presenza. L’ideale è farla vedere e riconoscere anche agli altri.

Si va oltre quando si prova compassione verso se stessi, poiché non si tratta solo di riconoscere la propria ferita o dolore, ma anche di capirli e guarirli in modo amorevole. Un esercizio di rispetto e di cura di sé, non un’esaltazione della sofferenza.

Donna con gli occhi chiusi.

2. Non sapere come essere compassionevoli verso se stessi

Uno dei principali ostacoli per coltivare la compassione verso se stessi è che molte volte non si sa come fare. A livello teorico, possiamo capire cosa significhi simpatizzare con il proprio dolore, ma non è sempre facile tradurlo nella pratica quotidiana.

È necessario conoscersi e sensibilizzarsi prima di essere compassionevoli. Solo così è possibile individuare la presenza del dolore o della sofferenza e percepirne l’intensità. Prendersi cura di sé significa non esporsi o limitare l’esposizione a ciò che ci ferisce. Ridurre anche le richieste personali nei momenti in cui si è vulnerabili.

Molte volte il modo migliore per essere compassionevoli verso se stessi è permettersi di chiedere aiuto. Ci sono situazioni che, per un motivo o per l’altro, non possiamo risolvere individualmente. Chiedere e accettare la mano degli altri è anche un modo per mostrare solidarietà al nostro dolore.

3. Pensare che trattarsi male renda più forti

Uno dei grandi ostacoli nell’esercizio dell’auto-compassione. C’è un’errata convinzione che si è forti quando si resiste agli attacchi senza sussultare, come se fossimo querce.

Il percorso della desensibilizzazione può proteggerci dalla sofferenza in una certa misura. Non ci rende immuni a esso, ma crea una certa resistenza che attenua i danni. Il problema è che ciò porta anche all’indolenza e impedisce di vivere a pieno.

L’insensibilità non è forza. La vera forza risiede nella capacità di rimanere in contatto con la nostra essenza e in pace grazie a essa. Essere compassionevoli verso se stessi rende forti perché aiuta a capire meglio se stessi e ad adottare la posizione più accurata in ogni circostanza.

Donna che guarda in uno specchio rotto e la compassione verso se stessi.

4. Non coltivare la compassione verso se stessi per paura di essere egoisti

Un’altra convinzione errata è quella che induce a confondere la compassione e l’egoismo. L’idea che concentrarsi troppo su noi stessi sia un affronto contro gli altri è ampiamente condivisa. Non ci sono persone che stanno peggio di noi? Cosa direbbero se ci vedessero dare tanta importanza alla nostra sofferenza?

La verità è che è molto difficile essere compassionevoli verso gli altri se prima non lo si è verso se stessi. Uno è strettamente legato all’altro. Ciascuno ritrova in sé l’umanità, attraverso il cammino della sensibilità e della comprensione.

Conclusioni

Se riusciamo a essere compassionevoli con noi stessi, riduciamo la sterile autocritica, aumentiamo la fiducia in noi e rafforziamo persino il sistema immunitario.

Diventiamo anche più comprensivi e solidali con gli altri. Insomma, questa sana abitudine ci rende persone migliori.

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