Depressione maggiore: cause e rimedi

· 16 settembre 2017

Quando si parla di depressione, a tutti viene subito in mente una serie di immagini in cui si vede una persona dall’espressione triste, che piange sconsolata e isolata dagli altri. Ma, allora, che differenza c’è tra depressione e profonda tristezza?

Confondere i due concetti è un grande errore perché, anche se sono profondamente relazionati, sono parte di un unico di cui la depressione maggiore è il polo più lontano e invalidante. Un polo in cui la persona che ne soffre si trova in un sub-mondo oscuro, tortuoso e desolante.

Sappiamo che le emozioni rivestono un importante ruolo adattivo e che sono tutte necessarie per il corretto funzionamento all’interno del nostro ambiente, siano esse positive o negative. La tristezza, dunque, è pur sempre un’emozione sana e adattiva nonostante appartenga alla categoria delle “emozioni negative” e grazie alla quale, in parte, siamo riusciti a sopravvivere.

Ci sentiamo tristi quando abbiamo perso qualcosa che per noi era un’enorme fonte di forza, e il nostro organismo pulisce questa ferita, per poterla curare, attraverso l’espressione della tristezza.

Se, per esempio, perdiamo un nostro caro, la tristezza affiorerà inevitabilmente e ci porterà a uno stato di lutto e la cosa più salutare è superare alcune o tutte le fasi che lo compongono. Una volta passate, l’idea è tornare allo stato precedente alla perdita, con l’eccezione che ricorderemo per sempre con affetto e nostalgia quel qualcuno che ha fatto parte della nostra vita.

In questo senso, il sentimento di tristezza è sano, necessario e funzionale. La cosa più logica è, dunque, che chiunque lo provi in situazioni simili a quella che abbiamo menzionato. Quando la tristezza ci invade, la cosa più sensata da fare è viverla e non negarla, né lottare contro di essa, finché, poco a poco, non si vada spegnendo.

Che cosa causa la depressione maggiore?

Come si è detto, la depressione maggiore si spinge ben oltre la tristezza. Si classifica come disturbo e, per questo, occorre trattarla con la serietà e la dignità che ciò implica. Prima di spiegarne le possibili cause, definiamo in che cosa consiste il disturbo.

La depressione maggiore si contraddistingue per la presenza simultanea di una serie di sintomi importanti che perdurano per più di due settimane. Per la diagnosi, è necessario che almeno uno di questi sintomi sia uno stato d’animo triste, depresso, o la perdita della capacità di provare piacere (anedonia) nelle attività in cui si era soliti divertirsi.

Ma non bastano questi sintomi: è altrettanto necessario che causino una forte interferenza con la vita quotidiana della persona che ne soffre.

D’altro canto, la diagnosi della depressione maggiore richiede l’esclusione di ulteriori criteri: che i sintomi non siano causati da una malattia o dall’assunzione di alcune sostanze o che non siano dovuti a una reazione di normale lutto per la morte di una persona cara. Esiste un sottotipo, denominato depressione malinconica, in cui subentrano ulteriori sintomi, come una perdita molto accentuata della capacità di provare piacere, la mancanza di reattività emozionale o l’inibizione psicomotoria.

Inoltre, per diagnosticare un disturbo depressivo maggiore, l’individuo non deve avere avuto episodi di mania o ipomania, o essere affetto da schizofrenia o da disturbi psicotici.

Non esiste un’unica causa che porti una persona a soffrire di un disturbo depressivo maggiore. Nella letteratura scientifica è possibile vedere come coesistano diverse teorie esplicative che, per definizione, possono, o meno, spiegare determinati casi.

A livello biologico, gli squilibri chimici cerebrali, soprattutto il celebre neurotrasmettitore serotonina, sarebbero i responsabili dello stato di profonda tristezza e anedonia in cui entra la persona. Ad oggi non sappiamo con certezza se questi squilibri biochimici siano la causa o la conseguenza della depressione, dunque non è possibile concludere che bassi livelli di serotonina nel cervello sono il motivo per cui l’individuo si deprime.

Parallelamente, esistono teorie di taglio più psicologico: sono attualmente le favorite. la teoria più conosciuta è quella di Aaron Beck. La sua popolarità risiede in due aspetti: è una teoria che abbraccia appieno i presupposti teorici e la metodologia dell’elaborazione delle informazioni. In secondo luogo, ha dato origine a un trattamento – la terapia cognitiva – che si è dimostrata di uguale efficacia rispetto alla terapia farmacologica, con l’ulteriore vantaggio di ridurre in maggior misura il rischio di ricadute ed effetti secondari.

Che cosa dice la teoria di Beck sulla depressione?

Secondo Beck, dopo la perdita del rinforzo (conseguenza positiva del comportamento) e la successiva emozione naturale di tristezza, comparirebbero nell’individuo alcuni errori cognitivi: errata elaborazione delle informazioni esterne, responsabile della comparsa del disturbo, nonché del suo persistere nel tempo. Si può dire che la persona depressa non è capace di essere obiettiva quando percepisce le informazioni che la circondano e che, dunque, distorce la realtà in modo negativo.

Alcune delle distorsioni più frequenti nelle persone depresse sono, ad esempio, ingigantire gli avvenimenti negativi che accadono nelle loro vite, minimizzare gli avvenimenti positivi, esagerare le conseguenze dei fatti negativi e sovrageneralizzare, ovvero pensare che sarà sempre così e non cambierà niente.

In questo modo, l’individuo si trova immerso nella cosiddetta triade cognitiva negativa, che non è altro che una visione negativa permanente di sé stessi, della propria esperienza e, peggio ancora; del futuro.

Questo processo cognitivo distorto è ciò che condurrebbe, secondo l’autore, ai sintomi affettivi (tristezza profonda, inappetenza, sensazione di vuoto) e comportamentali (inibizione, trascuratezza): questi sintomi affettivi e comportamentali, a loro volta, rafforzeranno i pensieri negativi, che si consolidano e fomentano il disturbo.

Ciò nonostante, Beck non esclude la possibilità che in questo processo siano implicati anche fattori genetici, personali, ormonali, ecc.

Quali trattamenti esistono per la depressione maggiore?

A grandi linee, è possibile stabilire una differenza netta tra i trattamenti farmacologici, volti a ristabilire l’equilibrio biochimico cerebrale di cui abbiamo parlato, e i trattamenti psicologici, destinati a migliorare lo stato d’animo del paziente, così come il suo funzionamento vitale. A seconda del caso da trattare, i professionisti della salute mentale opteranno per l’uno, per l’altro, o per entrambi i metodi, combinandoli.

Nel trattamento farmacologico, i farmaci più impiegati sono chiamati gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Sono usati con più frequenza perché causano minori effetti collaterali rispetto agli antidepressivi triciclici e agli inibitori della monoamminossidasi (MAO). Sicuramente è noto a tutti il Prozac (fluoxetina cloridrato), che fa parte di questo gruppo.

Con questi farmaci, come dice il loro nome, si mira a impedire che la serotonina si riassorba rapidamente e, dunque, che si perda così in fretta il suo effetto sul cervello quando si libera nel piccolo spazio che passa tra i neuroni. Il farmaco agirebbe come primo impulso che permetterebbe al paziente di sentirsi più voglioso a intraprendere delle azioni.

La depressione si cura con le medicine? No. Come abbiamo detto, la medicina aiuta la persona incapace di realizzare un primo passo a vedersi più emotivamente preparata per farlo, ed è proprio questo passo che permetterà alla sua condizione depressiva di migliorare.

D’altro canto, tra i trattamenti farmacologici, quelli verificatisi più efficaci sono quelli integrati alla corrente cognitivo-comportamentale. Se si considera che la depressione è data da una percezione distorta, tendente verso il polo negativo, della propria realtà, e che in funzione di essa il soggetto sente e agisce, l’obiettivo di questo trattamento sarà modificare queste tendenze cognitive.

Secondo questa logica, la terapia è centrata sul modificare il modo di pensare del paziente, somministrandogli gli strumenti per identificare e modificare queste tendenze. Così, grazie a un cambiamento del pensiero, il paziente inizierà a compiere le attività che ha abbandonato e che prima gli inducevano piacere, oltre ad aggiungerne di nuove che possano giovargli e piacergli.

Modifichiamo il comportamento

Non abbiamo motivi di cominciare modificando i pensieri e le convinzioni del paziente: possiamo, invece, cominciare direttamente con l’attivazione comportamentale. Scegliendo questa opzione, aiuteremo il paziente a progettare un piano giornaliero nel quale saranno inquadrati diversi compiti che si impegnerà a completare.

Qual è l’obiettivo? Che la persona che ha perso, a causa della mancanza di attività, i rinforzi vitali di cui disponeva prima e che lo rendevano felice, li recuperi nuovamente tramite l’azione.

Il piano settimanale deve includere compiti sia di dominio che di piacere. I compiti di dominio aiuteranno il paziente a sentirsi competente e a non vedersi fallito o inutile. Un esempio potrebbe essere riprendere o incominciare ad imparare l’inglese. I compiti di piacere sono quelli che implicano piacere e tempo libero, come fare shopping, una passeggiata, chiamare un amico, ecc.

Di solito accade che la persona depressa ci dirà che non si sente motivata a realizzare nessun compito, che non vi trova un senso, che non crede che sia un suo problema o che non ha energie né voglia. Generalmente ha un cassetto pieno di scuse per non realizzare questi compiti. Come terapeuti, dobbiamo sapere che questo atteggiamento e queste scuse sono parte del disturbo e dobbiamo farlo capire alla persona che deve lottare contro questa inerzia.

Modifichiamo la cognizione

Le tecniche cognitive che impiegheremo per modificare i pensieri negativi e le convinzioni saranno la ristrutturazione cognitiva e gli esperimenti comportamentali. Tramite la ristrutturazione cognitiva, ciò che si intende fare è che la persona cambi il proprio modo di pensare così negativo a favore di una visione della realtà più adatta – non positiva – e che si renda conto di essere capace di affrontarla e che, inoltre, non è terribile come crede.

Gli esperimenti comportamentali aiuteranno il paziente a rendersi conto di quanto siano distorti alcuni suoi pensieri. Il terapeuta proporrà al paziente di compiere un’attività o un’azione. Questi dovrà scrivere che cosa crede che accadrà e, una volta realizzata l’attività, nella sessione seguente, terapeuta e paziente analizzeranno ciò che è accaduto davvero.

Infine, e a seconda del paziente, possiamo impiegare altre tecniche più emotive, come l’immaginazione razionale emotiva (vedere sé stessi mentre si realizza un compito e modificare le proprie emozioni immaginando), la mindfulness (ovvero concentrarsi sul qui e ora senza distrarsi, accettando totalmente la realtà circostante), l’allenamento assertivo e di problem solving.