La depressione spiegata dal comportamentismo

· 14 dicembre 2016

La depressione è una malattia che colpisce la mente, ma che nella maggior parte dei casi scaturisce da un insieme di variabili ed elementi esterni che trovano supporto anche in una serie di modelli di comportamento che si instaurano nella nostra vita. Nonostante la parte cognitiva sia comunque importante, nell’articolo di oggi ci concentreremo sulle principali terapie comportamentali e sulla logica del loro funzionamento.

Non è del tutto illogico che una persona affetta da depressione ricerchi una spiegazione dal carattere più “filosofico e profondo” al turbinio di emozioni attorno al quale ruota tutta la sua esistenza. Le spiegazioni di carattere intrapsichico e complesso hanno la capacità di attirare a sé queste persone, un po’ come quella sorta di inspiegabile appeal che si cela dietro alla tristezza.

Le interpretazioni che conferiscono alla depressione un tocco emotivo e letterario rendono la sofferenza molto più allettante e poetica, seppur non possano in alcun modo porre rimedio né lenire il dolore stesso. Le spiegazioni concrete e più semplici della depressione appaiono, invece, più fredde e distaccate.

 “È sorprendente come coloro che più fermamente si oppongono alla manipolazione del comportamento si sforzino, in realtà, più di chiunque altro per manipolare le menti”

-Frederic Burrhus Skinner-

 

Per questi motivi, gli psicologi hanno l’obbligo accademico e professionale di rendere nota questi trattamenti strettamente legati al comportamento, seppur le conferenze al riguardo siano tendenzialmente poche e il pubblico coinvolto decisamente non numeroso.

Poiché il rigore in psicologia sia la speranza terapeutica di milioni di persone, vale la pena scoprire come viene spiegata la depressione dal comportamentismo e poter scegliere uno psicologo specializzato in questa corrente affinché determini una soluzione chiara e concreta ai nostri problemi.

La tristezza deriva da quello che viviamo

Cercare di spiegare il comportamentismo in un articolo probabilmente non sarà efficace per chi legge queste linee ed è afflitto da depressione. Ci occuperemo, tuttavia, di costruire un’idea generale, una sorta di “comportamentismo per principianti”. Ma basta preamboli, vediamo insieme l’interpretazione che il comportamentismo dà alla depressione.

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Qual è il sintomo più evidente nella depressione? Vale la pena porsi questa domanda. Non v’è ombra di dubbio sul fatto che la tristezza sia la conseguenza più diretta della depressione, ma sarebbe meglio approfondire un po’ questo concetto. In linea di massima, il comportamentismo afferma che la tristezza è un prodotto di come si vive.

Questa corrente di pensiero non respinge l’idea che individui diversi abbiano metodi diversi per affrontare le proprie miserie, sia dal punto di vista cognitivo sia da quello biologico, ma ritiene che queste differenze siano strettamente legate anche a fattori ambientali. Se così non fosse, tutto questo non sarebbe di competenza della psicologia, bensì di altre branche della medicina in grado di esplorarne le cause organiche.

Anche se non riuscite a risalire all’origine di ciò che avete vissuto, c’è sempre un collegamento

Alle volte risulta difficile credere che i disturbi psicologici più gravi possano derivare da una rete indefinita di stimoli e risposte correlati, eppure è proprio così. Le interpretazioni stesse che si danno agli stimoli vissuti sono inevitabilmente legate a come in passato quell’individuio ha reagito in circostanze simili.

Una rete di eventi catastrofici tragicamente interpretati, dunque, può influenzare per sempre la vita di una persona. Lo scopo del comportamentismo è quello di individuare la rete di associazioni catastrofiche per determinare comportamenti alternativi che portino ad attenuare la sofferenza, altrimenti destinata ad alimentarsi da sola.

Vediamo un esempio. Immaginiamo che un bambino desideri mangiare un dolce al cioccolato che si trova davanti ai suoi occhi, fa per prenderlo, ma viene tempestivamente fermato dall’intervento di un adulto. Di fronte all’impossibilità di soddisfare la sua voglia, il bambino potrà reagire mettendo il broncio. Se l’adulto risponderà alle sue lamentele concedendogli ciò che desidera, il comportamento negativo verrà rinforzato.

È quello che si conosce come la trappola del rinforzo negativo: forse servirà ad evitare che il bambino faccia il broncio nel breve termine, ma lo stesso comportamento verrà rinforzato aumentando le possibilità che si ripresenti in futuro. Questo modo di procedere determinerà atteggiamenti futuri più problematici, come l’incapacità di sopportare la frustrazione o la tendenza a ricercare il piacere immediato come conseguenza della mancata capacità di controllare gli impulsi.

Teorie classiche del comportamentismo per spiegare la depressione

Tenendo a mente quanto detto, scopriamo adesso le teorie più rilevanti all’interno del comportamentismo, la maggior parte delle quali non prende in considerazione i fattori puramente cognitivi ritenendo non debbano essere la priorità in psicologia.

Skinner già affermava che i disturbi dello stato d’animo trovano la loro causa in una ridotta frequenza di comportamenti. Vediamo insieme le tre teorie comportamentali più rappresentative a sostegno di quest’idea:

La teoria comportamentale di Fester

Questo modello trova la spiegazione ai disturbi dello stato d’animo nell’assenza di comportamenti di rinforzo positivo che possano aiutare a controllare la paura che la persona prova. Tuttavia, la causa non risiederebbe solo nella perdita di elementi di rinforzo positivo, bensì nel presentarsi di in una serie di comportamenti evitativi che contribuiscono ad innalzare il livello di inibizione nei comportamenti del soggetto.

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La teoria comportamentale di Costello

Secondo Costello, il problema non risiede nell’assenza di rinforzi positivi nell’ambiente del soggetto, bensì nel fatto che essi siano ormai inefficaci a causa di cambiamenti endogeni o perché la catena comportamentale che li somministrava ha perso d’efficacia.

Immaginate un bambino che ha perso la sensibilità delle papille gustative a causa di una malattia oppure un bambino che rifiuta il cibo perché non gli viene dato da un suo genitore. La perdita dell’efficacia dei rinforzi causerà un disinteresse nei confronti di una determinata cosa e delle sue circostanze.

La teoria comportamentale di Lewinsohn

Questo modello suggerisce che gli avvenimenti nella vita di un individuo sono dovuti ad una mancanza di rinforzi positivi contingenti al suo comportamento. I motivi che spiegherebbero come mai i rinforzi positivi non siano associati correttamente ai comportamenti adeguati sono molti.

La causa potrebbe essere determinata, per esempio, da un ambiente che non offre il rinforzo sufficiente, dalla mancanza nell’individuo di abilità sociali volte ad acquisire i rinforzi necessari, così come da un’ansia verso la società che gli impedisce di sfruttarli. Il modello di Lewinsohn spiega inoltre che la depressione viene accentuata sia dalle attenzioni sociali sia dalla loro mancanza.

Nuove prospettive comportamentali sulla depressione: l’introduzione della variabile cognitiva

Abbiamo grosso modo visto i punti di vista del comportamentismo riguardo la depressione, seppur attualmente gli stessi si siano arricchiti di numerose estensioni che analizzano anche fattori più cognitivi. Tra di esse spiccano la Teoria dell’autocontrollo di Rehm e la Teoria dell’auto-focalizzazione di Lewinsohn.

Nella Teoria dell’autocontrollo di Rehm si uniscono elementi delle teorie di Beck, di Lewinsohn e di Seligman in quello che viene definito un paradigma diatesi-stress nell’individuo e che ritiene la depressione una perdita della capacità di associare i rafforzatori esterni e il controllo dei propri comportamenti.

Nella Teoria dell’auto-focalizzazione di Lewinsohn si evidenziano, invece, i fattori ambientali come causa della depressione, pur sottolineando che è fondamentale l’aumento dell’autocoscienza nell’individuo riguardo la sua stessa incapacità. Questo determinerebbe la crescita del malessere per la sua esistenza.

In definitiva, i modelli comportamentali e quelli cognitivo-comportamentali ci offrono una chiave di interpretazione dei disturbi dello stato animo talmente esauriente, che la sfida per gli psicologi di oggi è renderli noti con la stessa veemenza con cui in passato sono state diffuse svariate altre teorie prive di un qualsiasi riscontro scientifico.