Dormire di lato riduce i rischi di Alzheimer e Parkinson

· 11 dicembre 2015

Secondo uno studio realizzato dall’Università di Stony Brook, negli Stati Uniti, la posizione in cui dormiamo potrebbe avere effetti sulla nostra salute neurologica. Stando alle ricerche, dormire di lato o in posizione laterale aiuterebbe il nostro organismo ad eliminare le scorie che contribuiscono ad aumentare il rischio di contrarre malattie varie, tra cui Alzheimer e Parkinson.

Nonostante si tratti di scoperte ancora piuttosto isolate, si aprono le porte a futuri studi sulle cause e sulle possibili misure preventive volte a ridurre il rischio di sviluppare questo tipo di malattie. Seppur le conclusioni siano relativamente complesse, è possibile trarre alcuni buoni insegnamenti. Scopriamo insieme come sono stati portati avanti gli studi.

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Come è stata portata avanti la ricerca?

Un team internazionale di scienziati diretto dai ricercatori dell’Università di Stony Brooke ha scoperto che dormire di lato aiutava il cervello dei topi ad eliminare, attraverso l’apposito sistema di rimozione di sostanze di scarto (sistema glinfatico), alcuni residui chimici cerebrali.

Grazie alla risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno potuto osservare come i resti del liquido cefalorachidiano fossero pieni di proteine amiloidi e proteine tau, sostanze che, se accumulate, sembrano essere direttamente implicate nell’aumento del rischio di contrarre Alzheimer e Parkinson.


 

Le analisi hanno dunque rivelato come il sistema cerebrale di pulizia funzioni molto più efficientemente in una posizione laterale anziché supina (a bocca in su) o prona (a bocca in giù).


 

Risulta curioso il fatto che, a quanto pare, si tratta della posizione più comune sia nella popolazione umana che in quella animale. Sono ben poche, infatti, le persone che affermano di dormire di schiena o a pancia sotto, il che porta a pensare che si tratti di una strategia naturale insita nel nostro sistema di adattamento.

Nonostante queste scoperte non siano ancora state applicate al caso umano nello specifico, i risultati sono promettenti. L’esperimento ha messo luce su un aspetto ancora poco conosciuto, quello della biologia della funzione riparatrice del sonno in un’ottica di riduzione del rischio di contrarre malattie neurodegenerative.

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Cosa c’è da sapere su Alzheimer e morbo di Parkinson?

Entrambe le malattie condividono entro certi limiti una caratteristica istopatologica: la presenza di scorie neuronali e biochimiche all’interno del cervello di chi ne è affetto. Tuttavia, si tratta di due malattie dalle diverse sfaccettature. Approfondiamo insieme qualche dettaglio.

L’Alzheimer

Si stima che una percentuale tra il 2 e il 5% della popolazione di età maggiore ai 65 anni presenti demenza di tipo Alzheimer; la percentuale cresce di molto (25%) a partire dagli 80 anni, e raggiunge il 90% dopo i 90. La malattia può, però, presentare i primi sintomi già all’età di 40 anni.

Tuttavia, la conferma definitiva della diagnosi si ha soltanto dopo il decesso. Durante l’autopsia, il cervello delle persone affette tende a rivelare un minor numero di neuroni corticali, grandi quantità di placche senili, degenerazione neurofibrillare, granulo vasculare ed accumulo crescente di lipofuscina.

La malattia si presenta inizialmente in modo insidioso, e prevede fra i sintomi iniziali la mancanza di memoria a breve termine e la perdita di concentrazione e disorientamento. Possono avvenire, inoltre, cambiamenti nella personalità del soggetto affetto, che si può mostrare apatico, egoista, scortese, maleducato, irritabile, aggressivo o rigido, anche nel caso in cui di norma questi atteggiamenti non rientrino nel suo carattere.

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Oltre alle scoperte emerse dallo studio di cui si è trattato nel precedente paragrafo, è necessario considerare altri fattori di rischio associati allo sviluppo della malattia, controllando i quali se ne può provocare il ritardo o persino evitarne la comparsa:

L’invecchiamento è il principale fattore di rischio della malattia. È bene sottolineare le maggiori probabilità di contrarre l’Alzheimer da parte della popolazione di sesso femminile, forse a causa della maggiore aspettativa di vita delle donne.

  • Gli elevati livelli di colesterolo o della proteina omocisteina.
  • Il diabete.
  • I traumi cranio-encefalici e la Sindrome di Down.
  • Lo stress psicologico cronico.
  • L’ipertensione e il tabagismo.

Allo stesso tempo, sono stati individuati alcuni fattori che sembra riducano il rischio di contrarla: un livello di educazione elevato, un buono stato di forma fisica e mentale (mens sana in corpore sano), raggiungibile con la partecipazione ad attività di svago, la pratica regolare di esercizio fisico e il rispetto di una dieta mediterranea a base di antiossidanti.

Nonostante le cause dell’Alzheimer siano tutt’ora sconosciute, si ipotizzano varie teorie, alcune delle quali impossibili da provare o riconducibili solo a pochi casi. L’ipotesi genetica, ad esempio, dà conto solamente del 5% dei casi.

Altre ipotesi fanno riferimento ad una possibile influenza dei lentivirus o ad una carenza di acetilcolina. All’interno del cervello dei pazienti sono inoltre stati riscontrati livelli tossici di metalli come l’alluminio e il silicio.

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Il morbo di Parkinson e la demenza associata

Il morbo di Parkinson è un disturbo neurologico lento e progressivo caratterizzato da tremolio, rigidezza, rallentamento motorio e instabilità posturale.

La patologia colpisce principalmente i gangli della base, la struttura interna al cervello che si occupa anche del coordinamento dei movimenti. Le autopsie delle persone affette da Parkinson mostrano evidenti segni di perdite neuronali e di corpi di Lewy (anormali aggregati proteici ìche si sviluppano all’interno delle cellule nervose) nella sostanza nera.

Tale è la relazione tra i diversi tipi di demenza, che le autopsie di alcuni pazienti affetti dal morbo di Parkinson hanno rivelato segnali della presenza di Alzheimer e della demenza da corpi di Lewy.

Per quel che riguarda il morbo di Parkinson, ben il 30% della popolazione sviluppa tale patologia, che tende a presentarsi in età avanzata (a partire dai 70 anni) e a colpire soprattutto le persone di sesso maschile.

La demenza associata al Parkinson si manifesta inizialmente attraverso difficoltà nel riconoscere la forma, il luogo o la posizione degli oggetti, difficoltà a comunicare con fluidità oltre a, naturalmente, perdite di memoria sia a lungo che a breve termine (il paziente può dimenticare come si va in bicicletta così come la conversazione avuta 30 minuti prima).

I fattori di rischio sono simili a quelli dell’Alzheimer, e si evidenzia ancora una volta l’importanza di mantenere uno stile di vita sano e l’equilibrio tra la salute mentale e quella fisica.


 

Nonostante la strategia di dormire di lato non sia ancora un metodo preventivo certificato, tenetela a mente nella cura quotidiana di voi stessi. È stupefacente pensare come questo semplice gesto possa diminuire il rischio di contrarre l’Alzheimer e il Parkinson.