Dumbo: attualizzazione del passato

31 Ottobre 2019
Il nuovo lungometraggio di Dumbo si è dimostrata un'occasione fallita per riprendere il grande classico Disney e farne una versione più rivendicativa. Nonostante questa carenza, l'opera trova un equilibrio e lancia un messaggio che si appella alla nostra coscienza.

Da qualche anno ormai la Disney sta riadattando alcuni dei suoi classici più emblematici al grande schermo, e a quanto pare la tendenza non si fermerà qui. Sono finite le idee? Il vecchio funziona meglio del nuovo? Quel che è chiaro è che il 2019 è stato un anno di prime visioni o, per meglio dire, di reinvenzioni; Aladdin, Il re Leone e Dumbo sono alcuni dei classici tornati in auge quest’anno.

Oggi vogliamo parlarvi del piccolo elefantino dalle grandi orecchie e dalle abilità eccezionali di nome Dumbo, le cui avventure già nel 1941 sorpresero tutti per la loro crudezza e per la loro diversità dalla prospettiva tipicamente infantile e innocente della Disney.

Quando si è diffusa la notizia che Tim Burton avrebbe diretto il riadattamento del piccolo elefante, in molti ci siamo sentiti inondare da un misto di allegria e nostalgia. Chi meglio dello stravagante regista poteva narrare la vita dell’emarginato Dumbo? Ma la verità è che i tempi sono cambiati e che il Burton degli inizi, quello di Edward mani di forbice, Beetlejuice – Spiritello porcello Ed Wood sembra essersi dileguato.

Se guardiamo al mondo presente, alla nostra società molto più critica rispetto al passato, ci saremmo facilmente aspettati una versione più rivendicativa; un messaggio d’amore verso gli animali, di rispetto delle differenza e una nuova ode agli emarginati

Tutto ciò è stato in parte raggiunto con questa nuova versione di Dumbo, eppure mancano alcuni elementi che erano presenti nell’originale. Come ha cambiato il passare del tempo una delle storie più oscure e profonde della Disney?

Dumbo, attualizzazione dei valori

Dalla prima versione animata del 1941 ne è passata di acqua sotto i ponti, e i valori e la società sono cambiati al punto da farci aspettare una versione più cruda e rivendicativa rispetto all’originale. Il maltrattamento animale, la schiavitù di determinate specie o l’egoismo dell’uomo sono temi sempre più acerbi. Ogni giorno vengono denunciati casi di violenza contro gli animali, e la società è sempre più sensibile al riguardo; tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga.

In realtà, il Dumbo originale altro non era che un tentativo di rimediare alla perdita economica sofferta dallo studio Disney a seguito del mancato successo di Fantasia (1940). Con un budget ridotto, decisero così di rilasciare il lungometraggio più breve della storia della Disney (dura appena un’ora) e al tempo stesso il più lacrimevole.

Alla notizia del remake del grande classico, era facile aspettarsi una versione che giocasse con le nuove influenze e le nuove correnti e cercasse di attualizzare i valori dell’originale. Il film ci è in parte riuscito, sebbene non sia stato in grado di calarsi totalmente nel pubblico.

Forse le aspettative erano tropo alte ed è sfuggito che dietro al nome di Tim Burton c’è pur sempre lo studio Disney che, come è da aspettarsi, ha voluto raggiungere il pubblico più ampio e sfruttare l’elemento nostalgico.

Cartone animato Dumbo

È pur certo che le nuove tecnologie, in particolare la CGI, ci offrono immagini più realistiche e commoventi rispetto al cartone originale, ricreando l’animale e senza ricorrere a esemplari veri. Eppure, il film spesso si sofferma sulla bellezza esterna dell’immagine, senza approfondire davvero il nucleo dei sentimenti, senza mettere il “dito nella piaga” nel tema del maltrattamento animale.

Eguaglianza sociale

Il nuovo Dumbo ci presenta comunque uno scenario più egualitario, mostrandoci una similitudine tra paternità e maternità e dimostrando che non sono soltanto le madri a soffrire e lottare per i figli, bensì anche i padri.

Tale similitudine trascende ogni specie: accanto a una madre elefantessa che soffre e difende suo figlio, troviamo un padre umano capace di affrontare varie minacce per il benessere dei suoi bambini.

Il ruolo delle donne ricopre nel film una vitale importanza, che siano bambine, adulte o animali. Burton dà spazio alla figura della donna decisa, rivendicativa e distante dai canoni del 1941. Già, perché nel Dumbo originale, l’unica funzione della donna sembrava essere quella della madre obbediente e sottomessa al marito, mentre la figura del padre non era considerata.

Burton è riuscito ad attualizzare questi valori; tuttavia, molti personaggi appaiono piatti, mentre alcune allusioni al femminismo o all’animalismo sembrano forzate e per niente naturali. Il film d’animazione originale, di fatto, era caratterizzato da una crudezza, una violenza e un rifiuto alle differenze che non trapela affatto nella nuova versione.

Non era forse un’occasione d’oro per rivendicare e mostrare il volto più crudo dei circhi con gli animali e della società? Probabilmente sì, eppure analizzando il film ci rendiamo conto di come l’intenzione del regista non sia tanto quella di avvicinarsi agli emarginati, bensì di “mordere la mano che gli ha dato da mangiare”.

Il nuovo Dumbo, infatti, pecca di superficialità, sminuisce la crudezza e fa sfumare la critica. Burton ha approfittato dell’occasione per fare una critica tra le linee, stabilendo un parallelismo tra gli studi Disney e il grande circo dove viene proiettato Dumbo.

Una verità che tutti conosciamo

Sembrerebbe che Tim Burton, lungi dall’analizzare il ruolo dell’escluso, abbia preferito fare una critica della stessa industria cinematografica, del capitalismo. Il parco di Dreamland, dove Dumbo viene portato per diventare una stella, si ricollega agli studi della Disney e ai suoi parchi tematici. Rappresenta quindi una falsa felicità, l’illusione che si possa comprare tutto, basta avere soldi.

Il nemico non è più il proprietario del piccolo circo di animali, bensì il socio avaro e ricco che schiavizza sia i lavoratori umani che le bestie. Quell’uomo in giacca e cravatta che grazie al suo denaro ottiene quello che vuole, non badando al benessere di chi lavora per lui. Burton coglie l’occasione per criticare quegli studi che l’hanno sovvenzionato, ma con cui da anni ha stabilito un rapporto di amore-odio.

L’incompreso si vendica ora di chi lo ha sostenuto economicamente tarpandogli però le ali, manipolando la sua libertà artistica. E, proprio come Dumbo, non gli resta che lottare per la sua libertà.

Scena remake Dumbo

Sfruttamento animale

La crudezza non si manifesta sotto forma di maltrattamento animale, bensì prende l’aspetto di un parco tematico che diventa luogo di culto per chi se lo può permettere. Nel frattempo, un magnate del business si arricchisce seduto sulla sua poltrona. Per questo possiamo affermare che i valori sono cambiati, che il punto di vista è diverso e che, nel pieno del 2019, essere una stella non è più sinonimo di successo, bensì di sfruttamento.

Continuando su questa linea, sembra che Burton abbia ascoltato gli avvertimenti dell’associazione PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), e oltre a non aver inserito animali veri per il suo film, ha deciso di offrire a Dumbo una seconda opportunità lontana dalla fama, dai fuochi e dal circo.

Se nel 1941 il lieto fine mostrava un Dumbo famoso e ammirato da tutti, nel 2019 il film termina con un Dumbo circondato dai suoi simili in mezzo alla natura, ben lontano dal successo. Ciò dimostra ancora una volta come i circhi con gli animali appartengano ormai al passato, e che il futuro si preannuncia più rispettoso ed etico verso tutti gli abitanti del nostro pianeta.

Conclusioni

Probabilmente, pur essendo un cartone animato, la versione del 1941 aveva avuto un impatto più forte per la sua durezza e il realismo di un animale che soffre e viene separato ingiustamente dalla madre.

Tuttavia, il nuovo Dumbo resta ancorato alla superficie per certi aspetti, ma va letto tra le righe e interpretato tenendo a mente il presente. Burton si avvale dei suoi attori spalla come Danny DeVito ed Eva Green per costruire una storia che, oltre a denunciare il circo con gli animali, vuole essere una critica verso il nostro stile di vita.