Esperimento carcerario di Stanford

· 22 febbraio 2018

L’effetto Lucifero: cattivi si diventa? è il titolo del libro in cui Philip Zimbardo presenta il suo esperimento carcerario di Stanford, uno degli esperimenti più rilevanti nella storia della psicologia. I suoi risultati cambiarono la visione dell’essere umano, su quanto il contesto in cui ci troviamo possa influire e di quanto controllo abbiamo sui nostri comportamenti.

In questo libro Zimbardo ci rivolge la seguente domanda: cosa spinge una persona buona ad agire con cattiveria? Come si può persuadere una persona dai giusti valori affinché agisca in modo immorale? Dove sta la linea di demarcazione che separa il bene dal male e chi corre il pericolo di oltrepassarla? Prima di cercare di trovare delle risposte, scopriamo cos’è l’esperimento carcerario di Stanford.

Esperimento carcerario di Stanford: origini

Philip Zimbardo, docente presso l’università di Stanford, voleva investigare sull’essere umano in un contesto di assenza di libertà.

Per raggiungere questo scopo, Zimbardo si propose di simulare una prigione in alcune delle installazioni dell’Università. Dopodiché, le riempì di “prigionieri” e “guardie”. Così, per il suo esperimento, Zimbardo reclutò alcuni studenti che, in cambio di una piccola somma di denaro, erano disposti a interpretare questi ruoli.

L’esperimento carcerario di Stanford coinvolse 24 studenti, divisi in due gruppi (prigionieri e guardie carcerarie) in modo casuale. Per aumentare il realismo e ottenere una maggiore immersione in questi ruoli, i prigionieri furono arrestati a sorpresa (tramite il supporto della polizia) e poi, nella prigione simulata dentro l’università di Stanford, furono vestiti da carcerati e gli fu assegnato un numero di identificazione. Alle guardie fu data una uniforme e una torcia, per fare immedesimare meglio nel loro ruolo di autorità.

Esperimento carcerario di Stanford

Esperimento carcerario di Stanford e cattiveria

Durante i primi momenti dell’esperimento, la maggior parte dei prigionieri si comportarono come se si trattasse di un gioco, e la loro immersione nel ruolo fu minima. Al contrario, le guardie, per riaffermare il loro ruolo di autorità e far sì che i prigionieri si comportassero da tali, iniziarono a compiere conte quotidiane e controlli ingiustificati.

Le guardie cominciarono a obbligare i prigionieri a rispettare determinate regole durante il momento delle conte, come cantare il loro numero di identificazione; in caso di atti di disobbedienza agli ordini, dovevano eseguire delle flessioni. Questi “giochi”, o ordini, in un primo momento inoffensivi, il secondo giorno si trasformarono in umiliazioni reali o violente contro i prigionieri.

Le guardie punivano i prigionieri lasciandoli senza cibo o impedendo loro di dormire, li tenevano chiusi per ore in un armadio, li obbligavano a restare nudi in piedi fino a costringerli a simulare pratiche di sesso orale fra di loro. In seguito a queste vessazioni, i prigionieri smisero di considerarsi solo degli studenti in una simulazione, ma iniziarono a percepirsi come reali carcerati.

L’esperimento carcerario di Stanford venne sospeso dopo sei giorni a causa della violenza che era stata provocata dalla totale immersione degli studenti nel loro ruolo. La domanda che ci viene ora in mente è “perché le guardie carcerarie raggiunsero un tale livello di cattiveria nei confronti dei prigionieri?”.

Conclusione: il potere della situazione

Dopo aver osservato la condotta delle guardie, Zimbardo cercò di identificare le variabili che portano un gruppo di persone normali – senza sintomi patologici – ad agire in quel modo. Non possiamo dare la colpa alla cattiveria degli studenti nel ruolo di guardie, perché la formazione di entrambi i gruppi fu casuale e, prima dell’esperimento, ogni studente venne sottoposto a un test sulla violenza e i risultati furono chiari: la difendevano in pochi casi o in nessuno.

Prigioniero e guardia carceraria esperimento carcerario di Stanford

Visto che il fattore doveva essere qualcosa di intrinseco all’esperimento, Zimbardo cominciò a credere che a la situazione venutasi a creare nel carcere aveva spinto gli studenti pacifici a comportarsi con cattiveria.

Curioso, perché ciò che siamo portati a credere è che la malvagità sia un fattore intrinseco alla natura umana, e che ci siano persone buone e persone cattive, indipendentemente dal ruolo o dalle circostanze nelle quali si trovano.

Vale a dire, tendiamo a considerare che la forza della propria natura o della personalità sai più forte che la forza che può essere connessa a circostanze o a ruoli. In questo senso, l’esperimento di Zimbardo ci ha mostrato il contrario, e da qui deriva la rivoluzione dei risultati e delle conclusioni che ne derivano.

La situazione, insieme al livello di coscienza del contesto da parte della persona, la induce a comportarsi in un modo o nell’altro. Così, quando la situazione ci spinge a realizzare un atto violento o malvagio, se non ne siamo coscienti, non potremo fare praticamente nulla per evitarlo.

Nell’esperimento carcerario di Stanford, Zimbardo creò un contesto perfetto per far subire ai prigionieri un processo di depersonalizzazione agli occhi delle guardie. Questa depersonalizzazione venne causata da diversi fattori, come la asimmetria di potere fra le guardie e i detenuti, l’omogeneità del gruppo dei prigionieri agli occhi delle guardie, la sostituzione dei nomi propri con numeri di identificazione, etc.

Tutto questo indusse le guardie a vedere i prigionieri come tali, prima di vederli come persone con le quali potevano mostrare empatia e con cui- in un contesto reale, quindi fuori dall’ambiente simulato dell’esperimento – condividere un ruolo comune: essere studenti.

La banalità della bontà e della cattiveria

L’ultima conclusione che ci ha lasciato Zimbardo nel suo libro è che non esistono né demoni, né eroi – o almeno ne esistono molti meno di quelli che pensiamo-, perché il bene e la bontà possono essere in gran parte frutto delle circostanze più che una caratteristica della personalità o di un insieme di valori acquisiti durante l’infanzia. Questo, in fondo, è un messaggio ottimista: praticamente qualsiasi persona può compiere un atto malvagio, ma allo stesso tempo qualsiasi persona può anche compiere un atto eroico.

La sola cosa che dobbiamo fare per evitare di compiere atti malvagi è identificare i fattori che ci possono indurre a comportarci in modo crudele o malvagio. Zimbardo ci lascia nel suo libro un decalogo “anti-cattiveria” per poter agire contro la pressione delle situazioni, che potete consultare a questo link.

Una domanda che possiamo porci a questo punto è: quando incontriamo una persona che si comporta in modo malvagio, prestiamo attenzione alla situazione in cui si trova e alle pressioni di cui è vittima oppure la etichettiamo semplicemente come malvagia?