La violenza passiva: ferite profonde che sembrano superficiali

31 agosto 2017 in Psicologia 1277 Condivisi

Parlare di violenza passiva sembra spesso paradossale. La violenza ci rimanda ad una posizione attiva, pertanto in un primo momento i due concetti possono sembrare antitetici. Tuttavia, nella vita di tutti i giorni abbiamo più volte a che fare con persone che, senza alzare la voce né pronunciare parole forti o taglienti, ci fanno sentire aggrediti. Anche alcune situazioni operano allo stesso modo.

Chi è vittima di violenza passiva prova un malessere indefinibile e una sorda irritazione. Al contempo, si trasforma in un agente di tale meccanismo. Questo succede al singolo individuo, così come ai gruppi.

“Nel mondo ci sono soltanto due forze, la spada e lo spirito. Alla lunga, la spada viene sempre vinta dallo spirito.”

-Napoleone Bonaparte-

La violenza passiva, o insieme di atteggiamenti passivo-aggressivi, può essere definita come una forza inconsapevole. Il risultato dell’incapacità o dell’impossibilità di risolvere un conflitto con l’autorità, in una o varie delle sue diverse manifestazioni, o con una situazione avversa. Vi è un sentimento di impotenza o vulnerabilità che si trasforma in rassegnazione. Tale rassegnazione, però, è piena di rabbia e frustrazione, che finiranno per manifestarsi in forma diretta.  

Situazioni quotidiane di violenza passiva

Gli esempi più evidenti di violenza passiva sono visibili negli adolescenti. Il padre o la madre dice loro di mettere ordine, ad esempio, e loro rispondono con un suono come “Sììì, ooooraaa!”. Poi, non obbediscono mai.

È frequente anche con i più piccoli. Fanno i capricci, e se alla fine non cediamo, si buttano a terra per farsi male (autolesionismo) oppure, in altri casi, qualche giorno dopo rompono la porcellana più cara della casa “senza volere”.

Anche con gli adulti vi sono migliaia di esempi di violenza passiva, eccome! Quando parliamo a qualcuno che finge di non averci sentito o quando ci rivolgono una critica mordace, travestita da consiglio o suggerimento. Anche quando ci mettono tra l’incudine ed il martello e chi chiedono gentilmente di decidere. E un lungo eccetera.

La violenza passiva e l’autorità 

In generale la violenza passiva viene covata in situazioni che comprendono relazioni di potere. È proprio questo potere che di solito impedisce o limita l’espressione dei sentimenti aggressivi. Per questo motivo, sopraggiunge una rassegnazione artificiosa, che poi si traduce in violenza passiva.

Anche le figure autorevoli, dunque, fanno spesso uso della violenza passiva. I genitori prima di tutto, ma anche i datori di lavoro, i maestri, i medici, etc. A volte non detengono formalmente una posizione di potere, ma l’altra persona attribuisce loro tale connotazione. Come quando uno dei membri di una coppia ha maggiore controllo o incidenza nella relazione.

Anche queste figure di potere generano diversi episodi di violenza passiva. Sanno che chi si trova sotto la loro protezione non ha totale libertà per reagire ai loro eccessi. Come quando il datore di lavoro ci chiede di lavorare solo un’ora in più al giorno, per il bene di tutti, o quando il nostro partner afferma di doverci aiutare perché da soli non ci riusciremmo.

La violenza passiva viene esercitata generando colpa, sminuendo, umiliano o usando l’altra persona, anche se indirettamente. A volte è molto difficile individuarla, perché è spesso contenuta in frasi dolci e nelle buone maniere. Quasi mai è consapevole.

L’effetto della violenza passiva sui gruppi umani 

Molte condotte di violenza passiva vengono trasmesse e alimentate all’interno della società. Come quando si cammina per strada e un mendicante chiede l’elemosina; a volte non ci è possibile o non vogliamo dare tale aiuto e, senza aggiungere altro, questi dice “Che Dio ti benedica!”. In molti casi in realtà non vuole che Dio ci benedica, bensì che ci bruci all’inferno. Ed è questo il messaggio che trasmette tra le righe.

Le condotte di violenza esplicita o passiva provocano risposte dello stesso tipo. Il datore di lavoro stressato porta alcuni dipendenti a impiegare molto più tempo per realizzare i propri compiti. Il professore autoritario motiva condotte indisciplinate, velate o meno. La madre che controlla può crescere figli caotici. Il politico che compra i voti alimenta con ragione il numero di cittadini che non pagano le tasse.

L’aspetto più nocivo di queste condotte di violenza passiva è che, non essendo esplicite, generano confusione e sfuggono più facilmente alla coscienza. Quando si rimprovera l’adolescente per non aver compiuto l’ordine, ci risponde “Ti ho già detto che ora lo faccio!”; se si dice al proprio datore di lavoro che il suo commento è ingiusto, probabilmente ci farà una ramanzina sulla disciplina e sull’efficienza; e il partner può vittimizzarsi o mostrarsi genuinamente sorpreso quando gli diciamo che ci sta trattando da idioti.

Bisogna imparare a mettere un freno a questi meccanismi di manipolazione. È importante affrontare in modo diretto i conflitti affinché non motivino né alimentino questo tipo di violenza. Questo non significa dire tutto quello che ci passa per la testa senza alcun filtro. Si tratta solo di provare ad incrementare la propria abilità di dire, in modo chiaro e sereno, tutto quello che non ci piace.

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