Esperimento del piccolo Albert e condizionamento

· 9 ottobre 2018

John B. Watson è noto per essere uno dei padri del comportamentismo. Il suo punto di riferimento intellettuale fu Pavlov, fisiologo russo che condusse le prime ricerche sul “condizionamento”. Watson, dal canto suo, realizzò il celebre studio conosciuto oggi come l’esperimento del piccolo Albert.

Andiamo per gradi. Ivan Pavlov realizzò un famosissimo esperimento su alcuni cani. Lo si può considerare uno dei paragrafi più importanti del capitolo introduttivo del grande libro che è la psicologia intesa come scienza. Pavlov individuò gli aspetti basilari della relazione stimolo-risposta e stabilì i principi di quello che in seguito fu chiamato “condizionamento classico”.

Watson, nel suo esperimento sul piccolo Albert tentò di riprodurre ciò che Pavlov aveva realizzato con i cani.In altre parole, realizzò un esperimento sugli esseri umani. A essere precisi, si trattava di un neonato che Watson manipolò per provare le sue tesi.

“La scienza è imperfetta, ogni volta che risolve un problema, ne crea almeno altri dieci.”
-George Bernard Shaw-

Gli esperimenti di Pavlov

Ivan Pavlov fu un grande studioso della natura. Dopo aver studiato varie discipline, si dedicò alla fisiologia. Fu proprio un elemento fisiologico a permettergli di scoprire il condizionamento partendo dallo schema stimolo-risposta.

Esperimento di Pavlov

Pavlov notò che i cani sapevano di dover mangiare ancor prima che venisse offerto loro del cibo. In altre parole, scoprì che questi animali si “preparavano” quando sapevano che si stava avvicinando l’ora del cibo. Insomma, reagivano a uno stimolo. Fu questa osservazione a incoraggiare Pavlov a realizzare i suoi primi esperimenti. Così, lo scienziato decise di associare una serie di stimoli esterni al momento del pasto, che funzionassero coma una sorta di “annuncio”.

Il caso più famoso è quello della campanella. Pavlov riuscì a dimostrare che i cani si avvicinavano quando sentivano il suono di una campanella. Ciò accadeva perché avevano capito che il suono della campanella precedeva l’arrivo del cibo. Questo è un esempio di quello che Pavlov chiamava condizionamento. Il suono (stimolo) generava la salivazione (risposta).

I precedenti dell’esperimento del piccolo Albert

Watson fu un fermo sostenitore del positivismo. Egli riteneva che gli studi sulla condotta umana dovessero basarsi solo sui comportamenti appresi. Per Watson, non aveva alcun senso parlare di fattori genetici, inconsapevoli o istintivi. Egli si preoccupava di studiare solamente i comportamenti osservabili in concreto.

Piccolo Albert

Watson era ricercatore presso l’Univeristà Johns Hopkins di Baltimora (negli Stati Uniti). Partiva dal presupposto che tutti i comportamenti umani, o comunque buona parte, erano riconducibili a un apprendimento basato sul condizionamento. Gli sembrò dunque una buona idea dimostrare che le conclusioni a cui era giunto Pavlov erano applicabili anche all’essere umano.

Così, insieme alla sua collaboratrice Rosalie Rayner, si recò in un orfanotrofio e adottò un bambino di soli otto mesi. Si trattava del figlio di una delle nutrici dell’orfanotrofio che viveva nella totale indifferenza, lontano dall’affetto e dal calore umano. Appariva come un neonato tranquillo e allo scienziato fu detto che nella sua breve vita aveva a malapena pianto una volta. Così ebbe inizio l’esperimento del piccolo Albert.

L’esperimento del piccolo Albert: fonte di polemiche

Nella prima fase dell’esperimento Watson sottopose il piccolo Albert a diversi stimoli. L’obiettivo era quello di individuare quali di questi stimoli generavano una sensazione di paura. Lo scienziato poté constatare che il bambino provava paura solo in presenza di forti rumori. Si trattava di una caratteristica comune a tutti i bambini. Per il resto, né gli animali né il fuoco sembravano spaventarlo.

La fase successiva dell’esperimento prevedeva lo sviluppo di una paura attraverso il condizionamento. Al neonato fu mostrato un ratto bianco con cui il piccolo voleva giocare. Tuttavia, ogni volta che il bambino tentava di giocare con l’animale, lo scienziato produceva un rumore fortissimo che lo spaventava. Dopo aver ripetuto questo procedimento per varie volte, il bambino finì per avere paura del ratto. In seguito, al piccolo vennero presentati altri animali (conigli, cani, e persino cappotti in pelle o pelliccia di animale), la reazione fu sempre la stessa: era ormai condizionato e aveva paura di tutte queste creature.

Il piccolo Albert fu sottoposto a prove del genere per un tempo piuttosto lungo. L’esperimento durò circa un anno, alla fine del quale il neonato era passato dall’essere estremamente tranquillo a vivere in uno stato d’ansia perenne. Il bambino si spaventò persino alla vista di una maschera da Babbo Natale, che fu obbligato a toccare scoppiando in un pianto irrefrenabile. Alla fine, l’università espulse Watson per la crudeltà del suo esperimento (e perché nel frattempo aveva intrapreso una relazione amorosa con la sua assistente).

La seconda fase dell’esperimento consisteva nell’annullare il condizionamento, in altre parole bisognava “decondizionare” il bambino affinché non avesse più paura. Questa seconda fase, però, non fu mai realizzata, né si seppe cosa ne fu del bambino dopo il famoso esperimento.

Una pubblicazione dell’epoca afferma che il bambino morì a sei anni a causa di un’idrocefalia congenita. A quel punto, i risultati ottenuti da quel macabro esperimento potevano essere messi in discussione.

In ogni caso, anche e soprattutto a causa delle sue alte pretese, delle sue conclusioni e per aver violato praticamente qualsiasi norma etica a cui gli scienziati devono attenersi oggigiorno se intendono condurre un esperimento, l’esperimento del piccolo Albert è uno dei più famosi nella storia della psicologia.