Essere è molto più che sentirsi

· 11 maggio 2015

Siamo schiavi di quello che trasmettiamo agli altri, ma abbiamo la fortuna di poterlo controllare. Possono giudicarci per come ci comportiamo o per quello che diciamo, ma mai per quello che proviamo o pensiamo perché è qualcosa di completamente privato e spetta a noi la decisione di rendere gli altri partecipi o meno del nostro mondo psicologico.

Non va bene che quello che trasmettiamo agli altri circa quello che siamo sia condizionato da qualcosa di passeggero che non ci identifica.

A volte siamo tristi, altre arrabbiati, proviamo rancore, disperazione, euforia, allegria, ma noi non siamo queste emozioni, siamo molto di più.

Le emozioni e i pensieri ci attraversano, raggiungono la nostra vita e ci condizionano psicologicamente, ma non possiamo ritenerli responsabili delle nostre azioni. Invece di capire “perché” siamo arrabbiati, dobbiamo considerare che è più intelligente cambiare il motivo con un “A che scopo agire così?”,  “Cosa ottengo in questo modo?” o “Fare o dire queste cose mi porterà ad essere la persona che voglio essere?”.

In questo modo, agiamo in base a qualcosa di stabile, qualcosa che vogliamo che ci definisca davvero, che lasci un segno nelle persone che vogliono conoscerci ed interagire con noi. Se agiamo secondo lo scopo, potremmo raggiungere ogni giorno che passa una versione migliore di noi stessi.

Questo vale per qualsiasi forma di comunicazione con gli altri, nell’interazione diretta e bidirezionale abbiamo a disposizione molti strumenti, infatti oltre alle parole, c’è la comunicazione non verbale che ci aiuta a trasmettere le emozioni. Internet e i social network, invece, non lo consentono in quanto l’interpretazione delle parole scritte è totalmente nelle mani dell’altra persona che probabilmente viene condizionata anche dallo stato d’animo in cui si trova in quel momento.

Non è giusto che qualcosa di passeggero come le emozioni porti ad una generalizzazione sulla nostra persona. Per questo, si potrebbe cambiare la prospettiva da cui si guarda: non più dalle emozioni, ma verso le emozioni, cioè osservarle senza dare loro il potere di condizionare le nostre azioni.

Noi decidiamo chi siamo indipendentemente da come ci sentiamo.