Essere esigenti con se stessi è pericoloso

Jenny Moix, psicologa e autrice di libri come "Mi mente sin mí" (La mia mente senza di me) spiega che essere esigenti con se stessi può ostacolare la felicità e la capacità di realizzazione personale.
Essere esigenti con se stessi è pericoloso

Ultimo aggiornamento: 03 aprile, 2021

Nella nostra intervista alla psicologa Jenny Moix scopriremo una dimensione che ci aiuterà a essere più felici: la flessibilità. Per essere flessibili, dobbiamo mettere in discussione molte delle nostre azioni e delle parole che rivolgiamo a noi stessi. Significa, ad esempio, sapere che essere esigenti con noi stessi ostacola la nostra crescita e il nostro benessere.

Lo psicoterapeuta Albert Ellis diceva che i nostri pensieri e gli schemi autodistruttivi sono installati nella nostra mente per abitudine e pratica. Anzi, a volte li ereditiamo persino dai nostri genitori e dall’educazione ricevuta.

Questi mandati inflessibili carichi di colpa e paura bloccano la nostra creatività e quell’impulso vitale che ci consente di essere più liberi, più sicuri di creare la realtà che desideriamo.

Intervista a Jenny Moix

Jenny Moix (Sabadell, Barcellona) è appassionata di psicologia fin dalla più tenera età. Insegna psicologia all’Università Autonoma di Barcellona (UAB) ed è membro del gruppo di ricerca su stress e salute. È specializzata in dolore cronico, mindfulness e consapevolezza.

In Spagna è nota anche per le sue pubblicazioni e diversi libri come Manual de dolor (Manuale del dolore) (2006), Cara a cara con tu dolor (Faccia a faccia con il tuo dolore), (2011), Felicidad Flexible (Felicità flessibile) (2011) e Mi mente sin mi (La mia mente senza di me) (2018). Ha scritto diversi articoli scientifici, ha collaborato per anni con El País e con diversi media come Catalunya Ràdio.

Jenny Moix è anche una grande comunicatrice. Tiene discorsi e conferenze su diverse branche della psicologia e della crescita personale. Parlare con lei è un piacere per le sue qualità, il suo entusiasmo e la sua notevole capacità di indurci a pensare, scoprire e capire molto meglio chi siamo e cosa potremmo fare per essere più felici. Iniziamo!

Donna che pensa affacciata al balcone.

Perché essere esigenti con se stessi ci ostacola secondo la psicologa Jenny Moix

P. Cosa significa essere esigenti con se stessi?

Significa darci un comando o un ordine. Di solito prende la forma di un pensiero più o meno inconscio che inizia con “Devo…”.

P. Quando siamo più esigenti con noi stessi?

Tendiamo a essere più esigenti in situazioni in cui entrano in gioco valori e credenze profondamente radicati.

Ad esempio, il pensiero “solo le persone con un eccellente curriculum accademico hanno successo” spinge a essere esigenti con i voti o “solo le persone magre possono attrarre gli altri” porta a essere esigenti con i chili.

P. Essere esigenti ci offre qualche vantaggio? 

Essere esigenti con se stessi di per sé non è dannoso. Ciò che lo rende pericoloso è la rigidità. In parole povere, se dovessimo classificare le cose che pretendiamo da noi in rigide e flessibili, quelle rigide sarebbero le cattive e quelle flessibili le buone.

Le pretese flessibili permettono di saltare le lezioni, sgarrare la dieta, non seguire il programma della giornata, lasciare i piatti sporchi e permettono anche di abbandonarle quando sono insensate. Quelle rigide fanno provare un tremendo senso di colpa per la minima deviazione.

Nella vita abbiamo bisogno di avere un senso, un “dove sto andando”, senza di esso saremmo disorientati, non sapremmo cosa fare. I nostri valori e le nostre convinzioni ci danno quel senso, quell’orientamento. Sulla base di ciò definiamo obiettivi ed esigenze.

È il gioco della vita. Noi facciamo le regole e le seguiamo. Stiamo giocando la partita. A volte, però, quegli obiettivi, quelle regole del gioco sono troppo rigide e invece di guidarci, ci causano solo dolore. Le seguiamo anche se sono dure e soffriamo, perché a non seguirle ci sentiamo in colpa. Questo accade quando dimentichiamo che, in realtà, quei valori, credenze, obiettivi o regole del gioco sono relativi. Ma noi rediamo fermamente che siano quasi sacri.

Essere esigenti con noi stessi può orientarci e motivarci, a patto che nel profondo siamo ben consapevoli che siamo noi ad aver creato queste pretese, quindi possiamo liberarcene. Sono utili finché non ci fanno perdere la nostra libertà. Quando diciamo “non riesco a dire di no” o “non riesco a smettere…” è perché ci siamo dimenticati di aver messo lì quelle pretese verso noi stessi.

P. Come fa una persona a diventare esigente con se stessa? Quali fattori sono coinvolti?

I nostri genitori, la famiglia, gli insegnanti, gli amici, la società in generale è incaricata di programmarci. Anche se la programmazione non dà sempre gli stessi risultati. Alcune persone, quelle che di solito classifichiamo come “ben adattate”, sono più esigenti di quelle che etichettiamo come “passive”.

In una società che premia l’avere molti soldi, fare carriera, stare in coppia tutta la vita, essere magri, sembrare giovani a tutte le età. Una persona ben programmata, adattata a questa società folle, diventa molto esigente con se stessa.

E alla fine, ci riesce! Queste pretese sono premiate dalla società, ed è per questo che alcune persone si vantano di essere molto esigenti con se stesse. La società ci programma così efficacemente che le pretese che abbiamo hanno un sistema di manutenzione incorporato.

Poi ci sono altri fattori più atavici, più primitivi che sono scritti nei nostri geni. L’evoluzione li ha incisi nei nostri cromosomi. L’homo sapiens non è sopravvissuto da solo, è un ominide di gruppo, grazie alla tribù rimane al sicuro. Migliaia di anni di evoluzione segnano questo fatto in tutte le nostre cellule.

Per questo ci piace che gli altri condividano il nostro punto di vista, che non ci giudichino, che ci accettino, che ci amino. E proprio questo è il motivo principale per cui siamo esigenti con noi stessi.

Dall’enorme pressione che sentiamo per rendere i nostri corpi conformi ai canoni di bellezza del tempo, alla repressione che facciamo dei nostri sentimenti per non creare alcun conflitto, sono lì per assicurarci di rimanere nella tribù. Ecco perché a volte sono così rigide, perché in fondo pensiamo (erroneamente) che queste pretese siano necessarie per la sopravvivenza.

Ragazzo con la testa appoggiata su un vetro.

P. È possibile gestire gli alti livelli di esigenza? Come?

La parola “gestire” è un altro risultato della nostra società inquadrata. È di moda usare la parola “gestire” le nostre emozioni, credenze, sentimenti come se gestissimo le attività di un ufficio, come se potessimo mettere la nostra soggettività in un Excel e sistemare tutte le caselle.

Proprio oggi un ragazzo mi diceva che vuole smettere di essere troppo esigente con se stesso in due mesi. Come se si potesse dare un tempo a queste cose. Accumuliamo pretese, noi umani siamo senza speranza.

Dietro l’essere esigenti con noi stessi, come abbiamo visto, ci sono i nostri obiettivi e valori, insieme alla paura della colpa. Il valore-obiettivo vi dice: “prendetevi cura di vostra madre malata tutto il tempo, anche se dovete rinunciare a tutto” e la paura della colpa: “se non lo fate, soffrirete di sensi di colpa fino alla fine dei vostri giorni”.

E ancora più indietro c’è la paura del vuoto. Se ci fosse qualcuno che, con una gomma magica, potesse cancellare tutti i valori in modo che non avessimo più autodemolizioni, cosa ci guiderebbe? Chi saremmo? Cosa faremmo?

Immaginiamo una persona la cui intera esistenza orbita intorno alla pretesa di prendersi cura di sua madre, non fa altro, e questo gli causa una grande sofferenza, la sua salute fisica e mentale è molto deteriorata. Perché è arrivata lì? Perché si è aggrappata a quel valore in modo così intenso?

Forse c’è la paura del vuoto, forse la paura di cosa fare della propria vita, forse la paura di essere liberi. Essere esigenti con se stessi può arrivare a queste profondità.

P. Essere perfezionisti è lo stesso che essere esigenti?

Sono due concetti strettamente legati. Possiamo pretendere da noi stessi che la casa sia perfettamente pulita, la camicia perfettamente stirata, i capelli perfettamente tagliati, tutto perfettamente in ordine.

Come abbiamo detto prima, le pretese verso noi stessi possono avere diversi gradi. Alcune sono più flessibili, e quindi sane, e altre sono più rigide e ci fanno soffrire. Cercare disperatamente la perfezione in qualcosa ci rende rigidi.

Ci parla del desiderio che la realtà si adatti a un ideale mentale su qualcosa. In questo caso, la sofferenza è deriva dal fatto che la realtà e gli ideali non tendono mai ad adattarsi.

P. Autostima e pretese sono legate in qualche modo?

Sì, sono collegate. Molte pretese verso se stessi nascono dal bisogno di dimostrare qualcosa al mondo, a noi stessi o di “essere migliori” affinché gli altri ci accettino. Pertanto, minore è l’autostima, maggiori sono i bisogni di questo tipo.

Allo stesso modo, vogliamo essere migliori per amarci, ma l’amore per noi stessi deve essere incondizionato, come l’amore che le madri provano per i loro figli. L’amore autentico è amare noi stessi così come siamo, accettarci.

Un bambino che è amato e accettato è più felice e trasforma la sua vita in qualcosa di molto più bello. È lo stesso per noi. Accettare la nostra unicità sarebbe più facile senza la presenza costante di ideali sociali. Essere consapevoli della pressione di questi ideali è l’unico modo per esserne meno influenzati.

P. La felicità è compatibile con le pretese?

La parola “pretesa” mi sembra brutta. “Pretesa” è qualcosa di molto duro e schietto. “Il mio capo pretende che io…” suona come “se non lo fai, sarai licenziato, il tuo stipendio sarà dimezzato o ci sarà qualche tipo di ripercussione”. Se dovessimo scegliere il nostro capo, lo sceglieremmo esigente o che ci sprona?

Penso che la maggior parte di noi preferirebbe un superiore che sprona. In altre parole, qualcuno consapevole delle nostre qualità e che le valorizza, che si congratula con noi per i successi ottenuti e che ci ci perdona quando abbiamo sbagliato; qualcuno che ci insegna.

Saremmo più felici con questo capo “esterno”, perché con il capo “interno” accade lo stesso. Motivare è meglio che pretende.

Donna felice che salta su un prato.

P. Infine, potrebbe darci alcune linee guida o consigli da tenere a mente per smettere di essere esigenti con noi stessi?

Credo che fin dall’inizio dobbiamo accettare noi stessi con le nostre pretese. “Io sono io e il mio io esige”. Questo sarebbe il motto di partenza. È normale avere delle pretese, chi più, chi meno. Siamo programmati. Lottare contro di loro sarebbe come chiedere di eliminarle. Ancora un’altra pretesa.

Cosa ne dite di guardarle e basta? Osservatele come una madre che osserva il suo bambino o come quando osserviamo il nostro amato gatto o cane che fa i capricci. Osservatele senza giudicarle.

Per osservarle dobbiamo riconoscerle, e molte volte non sono evidenti. Molte pretese arrivano travestite da richieste esterne. Ci sentiamo obbligati dalla nostra famiglia, dai nostri colleghi, dal nostro partner a fare qualcosa. E noi la viviamo come una pretesa che viene da loro, esterna. Ma in realtà è interna! Nessuno ci sta puntando una pistola.

Dobbiamo spogliare quella presunta richiesta che viene dagli altri per vedere la nostra pretesa.

Se chiedessimo a un gruppo di persone come hanno smesso di essere troppo esigenti con se stesse, probabilmente avremmo una risposta simile a “Un giorno ho capito che… non aveva senso”. E cosa li ha fatti scattare? Il testo di una canzone, un film, un libro, una conversazione con un amico, una matita caduta a terra, un uccello che ha attraversato il loro giardino?

Conclusioni

Grazie alle parole della psicologa Jenny Moix possiamo riflettere sulle conseguenze nella vita di tutti i giorni di un atteggiamento troppo esigente nei propri confronti. Siete pronti per avviare un cambiamento che vi offrirà numerosi benefici?

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