Felicità posticipata: sarò felice quando…

18 Marzo 2020
C'è chi rimanda la propria felicità a quel giorno in cui finalmente troverà un lavoro migliore o a quando riuscirà a dimagrire e avere il corpo che aveva sempre sognato. Tuttavia, chi mette in pausa la propria vita sognando un futuro ideale è come il cavallo che corre dietro a una carota che non riesce a raggiungere.

La felicità posticipata definisce una condizione mentale vissuta da molti di noi. È quella condizione che ci porta a dire frasi come: “La mia vita sarà migliore quando cambierò finalmente lavoro”, “Quando arriveranno le vacanze, farò le cose che mi piacciono tanto”, “Quanto supererò l’esame, potrò stare con le persone che mi mancano tanto”, ecc.

Perché diciamo queste cose? Perché il nostro cervello pensa che migliorerà tutto quando faremo o realizzeremo determinate cose. Ma qual è il meccanismo in base al quale ci imponiamo di posticipare il nostro benessere e il nostro piacere? Molti diranno che è pura e semplice autoesigenza, altri che tutti questi comportamenti non sono altro che un modo efficace di autosabotaggio.

Mettere in pausa la nostra felicità pensando che il futuro ci riserverà cose migliori è una forma di fabulazione. È un modo di oscurare il nostro presente ed essere accecati dal miraggio di un domani ideale.

“Se avessi più denaro, sarei felice”, “Fin quando non dimagrirò, non andrò più al mare”. Questo modo di pensare costruisce un muro invisibile che distorce completamente il vero significato della parole “felicità”.

Uomo e orologio che pende dal cielo

La felicità posticipata, un errore di calcolo che fa male alla salute

Viviamo in un tempo in cui una parte dei nostri pensieri e desideri è preceduta dalla parola “Se”. “Se avessi più soldi, tutto andrebbe meglio”, “Se ottenessi quella promozione al lavoro, avrei uno status migliore e dimostrerei agli altri di cosa sono capace”, “Se fossi più attraente, troverei più facilmente un partner”. Così impostate, ognuna di queste frasi ci causa un’inutile sofferenza che ci allontana dal nostro benessere.

La psicologia definisce questa realtà come la sindrome della felicità posticipata. Questa definizione individua un comportamento in base al quale un essere umano è sempre in attesa che avvenga una circostanza specifica. È chiaro che, a volte, questa attesa è giustificata, soprattutto quando investiamo tempo e sforzi per ottenere qualcosa di concreto: “Limito la mia vita sociale per studiare perché il mio obiettivo è passare l’esame”.

In questo caso rinviare determinate attività ha una spiegazione e uno scopo ragionevoli. Tuttavia, la sindrome della felicità posticipata si verifica quando lo scopo non è né ragionevole né logico. In questi casi qualsiasi argomentazione va contro noi stessi e alimenta disagio e sofferenza. Un esempio potrebbe essere quando è lunedì e pensiamo già al fine settimana. Un altro potrebbe essere quello di chi pensa che tutto andrà meglio quando perderà peso e cambierà il suo aspetto fisico.

Chi rimanda e chi pospone lo fa perché non accetta o non è contento del momento presente o perché non si occupa o non sa sfruttare il potenziale del “qui e ora”.

Perché rinviamo la nostra felicità?

Per quanto il termine felicità possa essere diffuso, da un punto di vista psicologico è molto facile da definire. Significa accettare, amare, essere buoni con se stessi ed essere contenti di ciò che si ha. Significa avere uno scopo nella vita, godere di una buona rete di supporto sociale e di efficaci risorse mentali per affrontare le difficoltà. Niente di più e niente di meno. La felicità posticipata nasconde una serie di specifiche condizioni psicologiche:

  • Insoddisfazione per la propria persona e i propri beni. La persona desidera sempre qualcosa che le manca, qualcosa che pensa sia migliore di quello che ha.
  • Dietro il bisogno di mettere in pausa la propria felicità ,pensando che qualcosa di meglio arriverà, si cela la paura. La paura di affrontare ciò che fa male in un dato momento porta all’insicurezza e a non avere il coraggio di cambiare quello che non ci piace. Tutto ciò deve essere risolto nel “qui e ora”, con responsabilità e coraggio.
Donna che tiene un fiore arancione in mano

Felicità posticipata, il cavallo che corre dietro una carota che non può raggiungere

Clive Hamilton, professore di filosofia alla Charles Sturt University in Australia, ha scritto uno studio intitolato The deferred happiness syndrome (La sindrome della felicità posticipata) in cui espone alcuni concetti molto interessanti. Secondo lui, è la società attuale che ci trasforma in quel cavallo che non riesce mai a raggiungere la carota.

Siamo sempre alla ricerca di qualcosa di intangibile che raramente riusciamo a raggiungere, ma che desideriamo con forza. E lo desideriamo perché non siamo felici. Le cause di questo disagio sono il lavoro, le condizioni in cui viviamo, la società dei consumi che ci fa credere incessantemente che abbiamo bisogno di determinate cose per star ebene (ad esempio, un telefono migliore, un capo di abbigliamento di una determinata marca, una macchina nuova , ecc.).

Un altro fattore è il poco tempo che abbiamo a disposizione. Abbiamo poco tempo per entrare in connessione con noi stessi, per i nostri hobby o per le persone che amiamo. Secondo il Dr. Hamilton, dovremmo essere un po’ più audaci, osare di più e prendere nuove decisioni per raggiungere il benessere e condurre una vita più in linea con i nostri gusti e i nostri bisogni. Dobbiamo smettere di correre e pensare al domani. Abbiamo bisogno di fermarci e trovare noi stessi nel presente.