Gentilezza cognitiva: un impegno psicologico

Per essere gentili ci vogliono buona volontà e attenzione a tutto quello che si dice e fa. In un mondo che va di fretta e che si lascia andare a facili giudizi essere buoni con gli altri richiede riflessione e coerenza.
Gentilezza cognitiva: un impegno psicologico

Ultimo aggiornamento: 28 luglio, 2021

Essere un po’ più gentili con gli altri potrebbe cambiarci la vita, ma non c’è tempo. Ci sentiamo schiacciati dalla fretta, dalle preoccupazioni, dall’ansia e spesso dalla stanchezza accumulata, oltre che dalla mancanza di volontà. La gentilezza cognitiva è una risorsa che potrebbe riflettersi sul nostro benessere se fossimo più rispettosi, affabili e cordiali.

Si tratta di un concetto nuovo, su cui vale la pena di riflettere. I progressi nel campo della comprensione della cognizione umana ci dicono che ragionare, pensare e riflettere richiedono tempo, volontà ed energie. Questa sequenza ci porta ad agire molte volte in modo automatico, guidati dai pregiudizi o seguendo determinati impulsi.

Per così dire, siamo avari cognitivi; proviamo a dare un giudizio quanto prima per ridurre il dispendio energetico. Ciò interferisce con le nostre relazioni. Per esempio, ci allontana e ci rende meno empatici con gli altri.

É sempre più facile giudicare piuttosto che chiedere e lasciarsi trasportare un giorno sì e l’altro pure da giudizi e stereotipi. Tutto questo tesse, poco per volta, la tela di una società più insensibile, fredda e persino egoista.

Agire mettendo in atto la gentilezza cognitiva potrebbe essere senza dubbio la migliore risposta a questo contesto. Scopriamo più da vicino in cosa consiste.

La bontà cognitiva ci incoraggia a essere più presenti, più attenti nei confronti della nostra realtà più prossima. Essere empatici, consapevoli e ricettivi con gli altri e con il nostro contesto significa sviluppare una mente più aperta nei confronti del presente, non tanto nei confronti del nostro mondo interiore.

La gentilezza cognitiva tra due amici.

In cosa consiste la gentilezza cognitiva?

La gentilezza cognitiva è un passo più avanti dell’intelligenza emotiva. Mentre quest’ultima prova a predisporci alla comprensione e alla gestione delle emozioni, la prima prova a dare una nuova direzione al modo in cui rielaboriamo la realtà con più gentilezza e rispetto. Significa imparare a pensare, a riflettere e a interpretare ciò che ci riguarda con maggiore dedizione e sensibilità.

Se ci stessimo domandando in cosa consiste la scienza cognitiva e in cosa il cognitivismo, bisogna dire che si tratta di un campo interdisciplinare. Significa parlare della mente, dei processi che la riguardano, delle sue funzioni; vuol dire fare riferimento al linguaggio, alla memoria, al ragionamento, alle attenzioni.

Ebbene, lo studio sulla bontà si pone l’obiettivo di capire per quale motivo il cervello può spingerci ad agire con scarso affetto nei confronti delle persone che ci circondano.

Il termine gentilezza cognitiva è piuttosto recente. Ad esempio, è stato utilizzato in diversi TED talks dalla psicologa statunitense Karen Yu. In occasione di questi discorsi, l’esperta si è domandata per quale motivo, se la mente è la nostra risorsa individuale più preziosa, non ne facciamo un’entità più ricca di bontà.

In un mondo sempre più complesso, c’è bisogno di questa dimensione per dare forma a un presente e a un futuro più carichi di speranza. Esaminiamo alcune dimensioni utili a comprendere meglio questo concetto.

Continuiamo ad alimentare false credenze sulla bontà

Oggigiorno diamo seguito ad alcune convinzioni che sminuiscono la bontà. Si tratta delle seguenti:

  • Essere gentili rende vulnerabili. Questo tipo di ragionamento è assolutamente distorto, perché è proprio la gentilezza a permetterci di entrare davvero in contatto con gli altri.
  • La bontà rende deboli. Ancora oggi alimentiamo la credenza secondo la quale “chi è buono è ingenuo”.
  • Essere buoni è una perdita di tempo: alla fine si approfittano tutti di te. Anche questa è una falsa credenza. Lo studio condotto dall’Università Tohuky Gakuin (in Giappone) dimostra che chi è buono, gentile e altruista si sente più felice e soddisfatto.
  • Se ci si mostra buoni e affabili sul posto di lavoro, gli altri se ne approfitteranno. In effetti questa percezione è un’altra di quelle ancora in piedi quando si fa parte di ambienti che incoraggiano la socialità, come la scuola o l’ufficio.

Un po’ come se gli atteggiamenti altruisti rivelassero una sorta di debolezza che alla fine ci rende attaccabili dagli altri. In realtà, se tutti applicassimo la gentilezza cognitiva funzioneremmo molto meglio come gruppo umano, come collettività.

Contribuendo al benessere dei nostri simili troviamo anche il nostro.

La gentilezza cognitiva come strategia per rafforzare il cervello e la coesistenza

La bontà cognitiva va ben oltre l’aspetto emotivo; coinvolge pensieri, ragionamenti e comportamenti. Lo studio di ricerca realizzato in collaborazione con l’Università di Boston, di Rio de Janeira e di Valencia, spiega un aspetto importante: la bontà richiede attenzione e dedizione agli altri e anche la buona volontà di mettersi nei panni degli altri, nella sua situazione.

Per portare a termine questi processi dobbiamo impegnarci “cognitivamente”. Significa smettere di pensare con il pilota automatico inserito, evitando di agire guidati dai pregiudizi.

Ciò consente di poter ragionare dopo aver meditato e riflettuto. Solo in questo modo potremmo percepire la realtà. Solo così ci concediamo di essere più sensibili alle esigenze altrui.

La gentilezza cognitiva e il cervello.

Come mettere in pratica questa abilità cognitiva

La gentilezza cognitiva non può nascere in noi da un giorno all’altro. Non è facile attivarla perché richiede un difficile compito di disattivazione dei bias, degli schemi di pensiero negativo e una riformulazione di concetti.

Per prima cosa, un’attività che tutti dovremmo iniziare a mettere in pratica è smettere di avere dei pregiudizi. 

Non c’è niente che nuoce più alla coesistenza di esprimere un giudizio senza sapere; trarre le nostre conclusioni senza esserci connessi alla realtà dell’altro, mettendo da parte i pregiudizi.

Oltretutto, la bontà non è solo un sentimento: richiede azioni, decisioni da prendere e da realizzare. Ad esempio, non è sufficiente avere il sentore che il mio collega di lavoro sia preoccupato. Ciò che fa la differenza è fare un passo avanti e domandargli di cosa ha bisogno.

In sostanza, essere più generosi dal punto di vista cognitivo richiede la somma di intelligenza emotiva, attenzione, riflessione, decisioni da prendere e comportamenti che siano in sintonia con dei valori.

Questa pratica è difficile da attuare, ma i risultati possono essere straordinari, soprattutto nel contesto attuale. Alleniamoci a essere gentili per trasformare poco a poco questo piccolo mondo.

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