Gli addii hanno bisogno di un rito

· 25 marzo 2016

Soffriamo diverse perdite durante la nostra vita. Sin dal momento della nascita, quando dobbiamo abbandonare il ventre di nostra madre, fino a quando moriamo e salutiamo la vita, siamo costretti a dire addio a persone, a luoghi, a situazioni amate.

Diciamo addio all’infanzia e alla gioventù. Diciamo addio ai nostri genitori, ai nostri fratelli, ai nostri innamorati e ai nostri amici. Diciamo addio a posti incantevoli e a momenti indimenticabili.

La vita è una successione di finali e di inizi. Quel che è certo è che tutto ciò che inizia deve finire, per lasciare spazio a qualcosa di nuovo; tuttavia, non sempre siamo pronti a dire addio. E non sempre si tratta di un lietofine.

“È sempre il momento giusto per andarsene, anche se non c’è un posto verso cui dirigersi”.

(Tennessee Williams)

Nel corso della storia le società hanno costruito riti, cerimonie ed eventi speciali per dire addio. Tuttavia, adesso sembra che non ci sia il tempo e la volontà per fare questo, cosa che peggiora i congedi e le perdite.

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Uno dei primi gesti dell’uomo preistorico fu l’ideazione dei riti funerari. A differenza delle altre specie, l’essere umano iniziò a dare un significato alla morte e alla separazione dalle persone che facevano parte del suo nucleo. I primi uomini cominciarono a seppellire i morti, perché avevano capito che la morte era un avvenimento di fondamentale importanza.

Questi uomini si interrogarono sul senso della morte e si diedero delle spiegazioni basate sulla magia: stabilirono che la vita non finiva in quel modo e, per questo, disegnarono forme per dire addio a colui che partiva e per rallegrare coloro che restavano.

Dopodiché, si aggiunsero nuovi riti, quasi sempre di iniziazione: il principio della pubertà, della vita di coppia, della stagione del raccolto, ecc. Tuttavia, celebrare un inizio vuol dire anche consacrare un finale. Tutti questi riti permasero nel corso del tempo; si evolsero e si adattarono alle peculiarità di ogni cultura.

Il rito nell’attualità

Nella società attuale, invece, ci sono sempre meno riti per annunciare l’avvento di qualcosa di nuovo o per salutare una situazione che scompare. Si potrebbe dire che l’unico rito che sopravvive è quello funerario.

Tuttavia, nel mondo contemporaneo, persino il rito per salutare i defunti è sempre più nelle mani delle leggi del mercato, invece che in quelle dei parenti affranti: ci sono formule prefabbricate, le pompe funebri si fanno carico di tutto e i parenti sono figure passive.

Per non parlare di quegli addii che fanno quasi male quanto la morte, ma che non sono così definitivi: il divorzio, l’uscita da casa da parte di un figlio, la rottura di una relazione, ecc.

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A cosa servono i riti di addio?

Un rito serve principalmente per sottolineare il fatto che ci troviamo di fronte ad un avvenimento speciale. Un fatto non ordinario, che merita una pausa lungo il cammino per essere ricevuto, digerito e per prepararsi al cambiamento.

I riti e le cerimonie contribuiscono a dare significato a un evento. Nel caso dei riti di addio, essi servono a dare senso alla separazione con una persona amata, che si tratti di una decisione personale o della morte.

Un rito di addio rimarca il fatto che l’avvenimento in questione cambierà la nostra vita, che dopo non saremo più gli stessi. L’evento va dunque elaborato simbolicamente, per facilitare l’accettazione.

Per dire addio, bisogna adottare una nuova prospettiva di fronte al passato e al futuro, cambiare tutto ciò che prima era abituale e sostituirlo con qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbiamo ancora costruito. L’addio implica anche la consapevolezza di dover accettare la sofferenza e di elaborarla.

Le conseguenze dell’assenza di riti

Nella società attuale, non c’è sempre spazio per i riti. Spesso le persone devono vivere il dramma della separazione in totale solitudine. Gli viene solo detto che devono andare avanti, ma nessuno vuole vederle lamentarsi ed esprimere il loro dolore.

Si dice loro di non piangere, di provare a pensare a qualcos’altro, di fare attività che le distraggano. Poi, se nel tempo il dolore non guarisce, le si evita. In queste condizioni, è facile passare dal dolore all’amarezza: la persona addolorata sa di non poter cambiare i fatti, ma, allo stesso tempo, non riesce ad adattarsi. Finisce per soffrire di depressione e avere difficoltà nel relazionarsi con gli altri.

L’ideale sarebbe che ogni addio avesse il suo rito. Nel mondo contemporaneo, è probabile che ognuno debba ideare riti privati per congedarsi perché, in generale, quasi nessuno vuole pensare alla morte o alla separazione.

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I riti di addio sono curativi

La realizzazione di un rito di addio è curativa, perché permette di guardare in faccia la perdita ed è un primo segno di accettazione. Inoltre, contribuisce a riunire i lacci che potrebbero essere sciolti al momento della fine.

Si può usare un oggetto simbolico e lasciarlo consumare simbolicamente dal fuoco, per dire addio oppure si può scrivere una lettera, una poesia, per congedarsi. Si possono raccogliere i ricordi di chi se ne sta andando e sistemarli in un luogo speciale per conservarli.

Tutti i piccoli riti che permettono di dire addio consentono di sopportare meglio il dolore.

Immagini per gentile concessione di Catrin Welz-Stein