Grande intelligenza ed eredità genetica

23 Aprile 2019
Esistono molte voci e studi che sostengono l'idea che il nostro quoziente intellettivo sia determinato o altamente condizionato dal codice genetico

Quali sono i fattori che determinano una grande intelligenza di una persona? Esistono molte voci e studi che sostengono l’idea che il nostro quoziente intellettivo sia determinato o altamente condizionato dal codice genetico. Tuttavia, questa relazione non sempre è così diretta e lampante come sembra. In realtà, affinché una predisposizione intellettiva si manifesti deve concatenarsi tutta una serie di fattori.

Quando parliamo di intelligenza fuori dal comune, è quasi d’obbligo fare riferimento a un uomo in particolare: William James Sidis. Questo giovane, la cui traiettoria fu fugace e che morì a metà degli Anni ’40 negli Stati Uniti, è oggi considerato l’uomo dalle abilità intellettive più sorprendenti (e documentate). Si stima, di fatto, che il suo QI superasse i 250 punti.

“Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è l’oceano”

-Isaac Newton-

Se a soli 9 anni poté iscriversi all’Università di Harvard, non si debbe soltanto alla sua eredità genetica. Sua madre Sara era dottoressa e suo padre Boris psichiatra ed esperto in psicologia e sviluppo. I due scienziati ucraini sapevano bene che lo sviluppo di un elevato quoziente intellettivo non dipende soltanto dai nostri cromosomi.

Una grande intelligenza è il risultato di un ambiente favorevole, così come di un cervello ricettivo. I genitori di Sidis orientarono la vita del figlio verso un unico obiettivo: potenziare al massimo le sue capacità cognitive. Il risultato superò le loro aspettative. Tuttavia, questo giovane non fu un semplice bambino prodigio. Fu una persona chiaramente infelice.

William James Sidis

Grande intelligenza e genetica: genitori intelligenti = bambini brillanti?

L’intelligenza, così come il comportamento umano, è un fenomeno complesso. Definirla, tuttavia, non è complicato, poiché include tutte quelle esperienze in cui una persona mostra una chiara abilità per apprendere, ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in termini astratti, comprendere idee complesse e dare risposte altamente creative.

La vera sfida è da sempre capire con esattezza cosa determina le differenze individuali legate a ciascuna di queste competenze. Potremmo credere che sia proprio l’eredità genetica a favorire lo sviluppo di tali abilità. Uno studio realizzato nel 2016 presso l’Università di Glasgow ha dimostrato che i geni associati alle funzioni cognitive si ereditano principalmente dalle madri. Il cromosoma X, per così chiamarlo, determinerebbe gran parte del nostro potenziale intellettivo.

Ebbene, usiamo il condizionale perché la questione non è ancora del tutto chiara. Uno studio recente pubblicato sulla rivista Genetic Reference dimostra qualcosa che gli esperti avevano intuito da quasi un secolo. Sono i contesti sociali a modellarci e a porre le condizioni che ci consentono di raggiungere o meno tutto il nostro potenziale cognitivo. L’eredità genetica, da parte sua, lo determina soltanto per un 40%.

L’intelligenza (e la grande intelligenza) è fortemente influenzata dall’ambiente. Fattori come la crescita, l’educazione, la disponibilità delle risorse e la nutrizione sono gli elementi che conformano e definiscono il nostro potenziale intellettivo.

Bambina che studia

L’intelligenza, una dimensione sensibile a un’infinità di fattori

I neurologi hanno più volte affermato che l’uomo tende a sopravvalutare l’idea di grande intelligenza. Quando si realizza un intervento chirurgico al cervello, non è possibile individuare un’area specifica che la distingua. Non c’è una struttura specializzata che ci rende più brillanti rispetto ad altri. In realtà, a entrare in gioco sono una serie di processi che agiscono in armonia, un mondo sinaptico iperconnesso che determina un cervello più sveglio, più sensibile, più efficace rispetto alla media.

Una grande intelligenza può dipendere dai nostri geni, sì, ma in aggiunta interviene tutta una serie di altri fattori:

  • Un vincolo sicuro con la madre caratterizzato dallo scambio emotivo costante.
  • Una crescita positiva.
  • Una nutrizione adeguata.
  • Assistenza scolastica e l’opportunità di ricevere una buona educazione con le giuste risorse.
  • Un contesto sociale favorevole e stimolante (buona famiglia, professori preparati, una comunità adeguata e sicura…).
Insegnante in classe

Condizioni di crescita sfavorevoli e plasticità cerebrale

Arrivati a questo punto, potrebbe sorgervi spontanea una domanda: cosa succede se la mia eredità genetica è associata a una grande intelligenza, ma non ho avuto un’infanzia favorevole per svilupparla? Cosa succede se l’ambiente in cui sono cresciuto non è stato favorevole e il mio rendimento accademico è stato basso? Significa forse che non potrò più migliorare il mio coefficiente intellettivo?

Qualsiasi psicologo o appassionato di psicologia ha in mente una figura chiave in questa disciplina. Parliamo di Kurt Lewin. Il padre della psicologia sociale moderna ha definito un concetto che ha gettato le basi di molte teorie e studi posteriori: la teoria del campo o il potere del contesto. In sostanza, Lewin dimostrò che l’essere umano è il risultato dell’interazione di tutte le sue esperienze, quelle passate e soprattutto quelle presenti. Siamo le nostre attitudini, quello che scegliamo di fare con il nostro vissuto.

Così, attraverso lo studio della traiettoria di gemelli separati alla nascita e cresciuti in diversi contesti, è stato possibile vedere come un ambiente sfavorevole e con scarse risorse economiche influisce in maniera considerevole sullo sviluppo dell’intelligenza. Tuttavia, il nostro potenziale non rimane totalmente sopito o spento da tali sterili condizioni. Non se la persona in un dato momento ha la possibilità di confrontarsi o di costruirsi un contesto che le permetta di recuperare il “terreno perduto”.

Cervello illuminato grande intelligenza

Lewin scoprì che quando il gemello cresciuto in un contesto sfavorevole andava contro i dettami dei suoi genitori adottivi, permetteva ai suoi genotipi di esprimersi liberamente. Le sue capacità cognitive miglioravano quando trovava una motivazione, un obiettivo concorde ai suoi interessi e un ambiente che facilitasse il raggiungimento delle sue mete.

Il cervello, in fondo, non è un’entità fissa e stabile. La plasticità, la nostra curiosità e la nostra volontà sono capaci di produrre autentici miracoli.