I preconcetti ostacolano la comunicazione

Spesso crediamo di conoscere le intenzioni e i pensieri degli altri, così come lo stesso di loro. In questi casi cadiamo nella trappola delle supposizioni. Ne parla lo psicologo Marcelo Ceberio.
I preconcetti ostacolano la comunicazione

Ultimo aggiornamento: 07 agosto, 2022

In molte occasioni quando facciamo una domanda o chiediamo un parere, quasi inconsciamente ci aspettiamo che l’interlocutore risponda quello che vogliamo sentirci dire. Nella maggior parte delle interazioni, di fatto, ci facciamo guidare dai preconcetti.

I preconcetti portano a etichettare gesti, parole e modalità dell’interlocutore senza chiedersi se la nostra idea è corretta. Ciò porta a formulare profezie che si autoadempiono e che non consentono il confronto.

Le profezie che si autoadempiono sono veri e propri costrutti cognitivi che portano ad agire di conseguenza; il tutto senza verificare con l’interlocutore la veridicità dell’idea e se le nostre azioni sono coerenti con le sue risposte.

Coppia che parla al tramonto.

La profezia che si autoadempie

Se diamo per scontato che il partner si stia annoiando, cercheremo di distrarlo o suscitare il suo interesse. In nessuna di queste possibilità c’è spontaneità nel dialogo, tanto meno una conversazione rilassata. Più cerchiamo di sembrare simpatici e divertenti, più corriamo il rischio di rendere la situazione tesa e spiacevole.

È possibile, quindi, che il risultato sia una vertiginosa rottura del dialogo, con la quale si potranno confermare le ipotesi iniziali e si attribuirà la noia dell’altro come causa dell’interruzione.

Lo stesso accade con le persone che hanno un basso livello di autostima. Si posizionano al di sotto dei loro interlocutori confermando le loro idee in merito all’opinione che gli altri hanno di loro. Sono insicuri e deboli, compiono azioni che mirano alla ricerca di affetto e riconoscimento.

Cercano avidamente di trovare il loro valore all’esterno, quando in realtà (al di là del fatto che tutti gli esseri umani amano essere apprezzati e valutati) dovrebbe essere al contrario. Come è possibile che gli altri apprezzino se non lo facciamo noi per primi?

Questo meccanismo finisce per dare risultati paradossali: si cerca di agire in modo da essere riconosciuti o valorizzati; più queste azioni vengono eseguite, più la persona diventa dipendente, dunque insicura. Sentirsi insicuri o deboli non aumenta la propria autostima, tutto il contrario.

Ipotesi vs Domande

Sarebbe più semplice chiedere direttamente all’interlocutore il significato della sua azione, eppure scegliamo di attenerci alle nostre ipotesi. La risposta, pertanto, dipenderà dalla nostra idea piuttosto che dalle reali intenzioni dell’interlocutore.

Ciò complica le interazioni: il preconcetto è una costruzione cognitiva (attribuzioni di significato) che facciamo degli atteggiamenti o dei pensieri altrui e agiamo in risposta a ciò che diamo per scontato, che può essere lontano da ciò che fa l’altro o dice in realtà.

La comunicazione verrà ostacolata se non si tiene conto che le proprie azioni influenzano le reazioni dell’interlocutore. In altre parole, se non ci chiediamo “cosa ho fatto perché l’altro mi risponda così?”.

Siamo sempre immersi in un sistema e dobbiamo capire che la condotta è influenzata. Nelle relazioni umane, l’emergere quasi inevitabile del preconcetto dà origine a tre interventi:

  • Eliminare i preconcetti per un confronto diretto. Per esempio: “cosa stai cercando di esprimere con questo gesto?”, “cosa stai cercando di dirmi?”, “perché stai arricciando la bocca?”, “perché stai corrugando la fronte?”.
  • Verificare i preconcetti. Per esempio, davanti alle sopracciglia alzate: “Quello di cui stiamo discutendo ti fa arrabbiare?” oppure davanti a uno sbadiglio: “Hai sonno?”, “Ti sto annoiando?”. Si tratta di corroborare o smentire l’ipotesi.
  • Agire come se l’ipotesi fosse valida (un intervento caotico). Si è certi in merito ad azioni, pensieri e sentimenti dell’interlocutore. Non si cerca dunque il confronto.

Nelle prime due opzioni è importante dare credito alla risposta dell’altro. Se glielo chiediamo e continuiamo a fidarci della nostra idea sul suo gesto o sulle sue parole, il chiarimento è inutile perché non gli crediamo.

Quando chiediamo, ma non crediamo alla risposta data, è possibile indurre nell’altro l’atteggiamento che crediamo vero. La seguente conversazione è un buon esempio di ciò:

– “Sei arrabbiato?“.

-“No, sto bene“.

– “Puoi dire che sei arrabbiato.”

-“Ti dico che va tutto bene… “.

-“Puoi dirmelo“.

-“No, te l’ho già detto. Non insistere“.

-“Beh, se non vuoi dirmelo, non dirmelo“.

-“Basta! Ti ho detto che sto bene e sono calmo, sei tu che mi infastidisci” (con un gesto di rabbia).

-“Vedi che sei arrabbiato…

Questo dialogo è un vicolo cieco in cui tutti i percorsi portano a confermare l’idea di partenza. E come tutti i labirinti è esasperante. È importante dunque chiedere piuttosto che dare per scontato.

Persona che parlano.

Telepatia: sapere cosa dirà l’altro (e viceversa)

Un altro fenomeno comunicativo all’interno della categoria dei preconcetti consiste nel credere che l’altro sappia quello che stiamo per dire, quindi non vi è motivo di spiegarglielo.

In questi casi è comune pronunciare frasi come “Lo sai già, non c’è bisogno che te lo dica” o dare per scontato che l’altro sappia già cosa si sta per dire.

Questa idea porta a sottovalutare l’importanza di qualsiasi spiegazione.

Quando si ignorano le spiegazioni nella convinzione che siano inutili, si dà per scontato qualcosa che non si esprime all’interlocutore. Ciò alimenta precise aspettative spesso disattese. Il risultato è la frustrazione tra ciò che ci aspettiamo e ciò che riceviamo come risposta.

Lo stesso avviene al contrario, ovvero gli altri non ascoltano o minimizzano le nostre risposte, amplificando ulteriormente le loro ipotesi. In alcuni casi, inoltre, non si avvia nemmeno un dialogo perché “So già cosa mi dirai!”, “So già cosa ne pensi”.

Accade anche che si ascolti l’interlocutore senza registrare quello che dice; al momento di rispondere, dunque, sono i preconcetti ad avere la meglio, ignorando del tutto quanto espresso dall’altra persona.

I preconcetti sono strutturati in categorie. Queste categorie sono “scatole” in cui mettiamo quello che percepiamo. Sono categorie interpretative delle risposte, i gesti e il contenuto dei messaggi che riceviamo e trasmettiamo.

Siamo tutti prigionieri delle categorie che applichiamo. Metterle in discussioni implica il dubbio e ciò mina la struttura definita.

Sebbene sia impossibile eliminare i preconcetti dalla nostra cognizione, almeno renderli consapevoli con umiltà epistemologica, interrogarci su affermazioni e verità assolute, giudizi di valore e altre posizioni concettuali rigide migliora la comunicazione e la trasforma in un’occasione di crescita.

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